A house doesn’t make a home

[post scritto di getto un mese fa quasi esatto; nel frattempo abbiamo effettivamente traslocato, ma credo che valga comunque la pena proporvelo senza modifiche. Buona lettura!]

12 anni fa, più o meno in questo periodo, entravamo nella nostra nuova casa. Finalmente eravamo proprietari, e di una casa talmente bella che non ci sembrava vero. Inaugurando una tendenza che ci avrebbe accompagnato negli anni, e che abbiamo confermato anche di recente con la casa successiva (!), l’avevamo vista una volta e deciso all’istante: visita il venerdì, offerta il lunedì. Poi, la “solita” trafila: compromesso, rogito, trasloco fatto da soli e a pezzi tra giugno e luglio, con un caldo ma un caldo che me lo ricordo ancora. Anzi, se lo ricorda più Marco: all’epoca io lavoravo come una folle, soprattutto d’estate, lui in quel momento era scarico, e quindi la stragrande maggioranza dei viaggi avanti-e-indietro-carica-e-scarica se li è smazzati lui, mentre io traducevo, dall’unica stanza della casa completamente attrezzata fin da subito. Che poi è quella da cui vi sto scrivendo in questo momento, anche se da allora sono cambiate un po’ di cose: la disposizione dei mobili (circa 520 volte), il computer che ora è un iMac, il colore dei muri (che all’epoca erano giallini, con tanto di stencil di orsetti che ci siamo tenuti per un anno e mezzo), e anche il livello di affollamento della stanza, che inizialmente era pari più o meno a 5000 su una scala da 1 a 10. A riguardare oggi le foto di allora ci domandiamo entrambi, davvero, che ci facevamo con tutta quella roba.

Evidentemente luglio è un mese importante per noi (e mi fa abbastanza strano, visto che io sopporto l’estate proprio poco): a luglio abbiamo traslocato, a luglio ci siamo sposati, a luglio abbiamo avuto un incidente in moto che mi ha quasi azzoppato per sempre, a luglio è iniziata la nostra avventura con lo scambio casa; e di luglio è anche questo post del 2010, il primo su minimo e quello che ha dato il via a tutto quanto, compreso il decluttering selvaggio di casa.
Casa che non si poteva definire “piena di mobili”, eppure si è svuotata moltissimo. Quanto all’interno dei mobili, con quello che abbiamo eliminato, probabilmente, si sarebbe potuta riempire un’altra casa. Forse due.
E più la casa si svuotava, più ci rendevamo conto che la nostra prospettiva stava cambiando.

Avanti veloce a un altro luglio, quello del 2017. È il luglio in cui traslochiamo di nuovo, ce ne andiamo finalmente da Valenza, ma soprattutto in cui abbiamo iniziato la trafila (uguale e opposta) per vendere la nostra casa (incrociamo le dita).
Quella casa talmente bella che non ci sembrava vero; dove ho trascorso così tanta parte del mio tempo, in questi anni, che quasi mi vergogno a pensarci; che ho amato di amore viscerale. La casa di cui, 12 anni fa, entrandoci per la prima volta da proprietaria, avevo detto: “Da qui non mi mandano via neanche con le bombe!” (me lo ricordo come fosse ieri). La casa vergognosamente sovradimensionata per noi che siamo due e non saremo mai tre. La casa che strappava gridolini deliziati a tutti quelli che venivano a vederla, e il terrazzo!, e le porte!, e i finestroni!, e il parquet!

Eppure, un giorno, quella casa ha smesso di essere una casa ed è tornata a essere un appartamento: bello, comodo, luminoso, spazioso finché volete. Ma un appartamento e basta: non più casa mia, non più casa nostra.
È successo in un momento imprecisato tra la fine dell’anno, quando l’abbiamo messa in vendita, e oggi, che in effetti di casa comincia ad avere proprio poco, tra scatoloni che si impilano, mobili venduti che spariscono man mano, librerie che si svuotano di libri e (altri) CD e DVD che hanno preso la via del Libraccio. Da un lato ne sono felice: temevo che questo legame amniotico non si sarebbe reciso con facilità. Non mi sembrava pensabile, soprattutto, ritrovarlo da un’altra parte. Avevo paura che avrei sempre rimpianto “casa mia”. E invece.

Non me lo so spiegare, ma è successo. Vendiamo senza più ricomprare, niente più mutuo, niente più vincoli dieci-venti-trentennali, affitto con sei mesi di preavviso e via. Certo (e qui l’Universo ci ha fatto un regalo enorme, sapete quando si dice “un segno”?) aiuta aver trovato una casa davvero speciale. Almeno quanto quella attuale. Forse pure di più.
E con il vantaggio che, fuori dalla nostra porta, ci sarà non solo un magnifico giardino (siamo gli unici sulla faccia della Terra che avranno più verde trasferendosi a Milano dal Monferrato) ma anche, appena più in là, la metropolitana (per Marco, niente più treni e tempi per arrivare al lavoro dimezzati); avremo finalmente tutto a portata (concerti, mostre, musei, aeroporti, ristoranti…), e smetteremo di sentirci prigionieri di un posto dove non viviamo più bene da un po’.

Ma a tutto questo non saremmo arrivati, credo, senza quel primo post.
Vendiamo rimettendoci, ovviamente: meno di altri, e sinceramente non posso e non voglio lamentarmi.
Ma non è stato certo facile arrivare ad ammettere che, da un punto di vista esclusivamente finanziario, la nostra bellissima casa sarebbe stato meglio non comprarla; renderci conto che il nostro benessere, la nostra felicità e la qualità della nostra vita non valgono qualche decina di migliaia di euro in più o in meno; e, soprattutto, agire per cambiare le cose.
Anche un po’ da matti, da incoscienti, buttandoci a firmare un contratto di affitto quando l’appartamento di Valenza ancora non aveva compratori né inquilini, e quindi per un po’ rischiavamo di dover mantenere due case: pur sempre un rischio, per quanto controllato e che, incidentalmente, potevamo correre anche grazie ai risparmi messi da parte in questi anni. Prima di renderci conto di quanto sprecavamo in superfluo, quei risparmi non sarebbero stati nemmeno pensabili.

Vendere sapendo che a Milano non possiamo nemmeno pensare di comprare più di un monolocale in una brutta zona. Vendere sapendo che non saremo più proprietari.
Se volete, chiudere il cerchio del decluttering iniziato 7 anni fa lasciando andare la proprietà con la quale ho, abbiamo, il legame più forte di tutti. Paradossalmente, quella che è allo stesso tempo la più indispensabile (non si può fare a meno di avere una casa…) e quella più difficile da lasciar andare per motivi affettivi, una difficoltà che di solito è il “marchio” degli oggetti privi di utilità pratica.

Vabbè, come al solito lo dicono meglio loro:

And you know it’s time to go
Through the sleet and driving snow
Across the fields of mourning
Light in the distance

And you hunger for the time
Time to heal, desire, time
And your earth moves beneath
Your own dream landscape

[…]

Oh don’t sorrow, no don’t weep
For tonight, at last
I am coming home
I am coming home

A risentirci “dall’altra parte”, dopo il trasloco 🙂

minimo è anche su Facebook e su Twitter

3 thoughts on “A house doesn’t make a home

  1. Da un po’ non frequento attivamente, per tanti motivi tra cui alcuni di salute. Oggi un po’ per caso leggo con partecipazione gioiosa e una frizzante sensazione di sollievo e leggerezza questo tuo post.
    Avevamo già condiviso nei tempi e nei modi un percorso di acquisto di proprietà immobiliare e l’arrivo, solo successivo, di consapevolezze che hanno messo in discussione lo stesso, avvenuto in un tempo in cui eravamo culturalmente intrisi di bisogno di proprietà.
    Anche noi, con le tue stesse parole, abbiamo realizzato in un crescendo che la nostra casa sarebbe stato meglio non comprarla, e ti ringrazio per questa autenticità che pochi riescono ad avere verso se stessi.
    È incoraggiante vedere che l’imperativo (culturalmente) svantaggio economico della vostra virata attuale non ha oscurato alla vostra vista i benefici esistenziali. Sorrido col cuore immaginandovi nel vostro nuovo posto nel mondo! kuki

    1. Ti ringrazio e spero che i tuoi problemi di salute si siano risolti, o si risolveranno presto. Alla fine conta (quasi) solo quello 🙂

  2. va meglio, grazie 🙂 riflettevo su quanto la proprietà ci espone alla perdita, in questi giorni in cui il “semplice” maltempo ha funestato le certezze – e gli investimenti – di molti, ricordandoci con un soffio di vento che siamo solo ospiti. Mi piacerà leggere di voi e di come cambia la paura della perdita quando ci si è sciolti dal (più grande) vincolo del possesso. Un caro saluto, Kuki

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