Capsule wardrobe, fast fashion e non solo: una chiacchierata con Diana / bymamma190

bymamma190Ormai l’autunno è alle porte e l’esperimento mini-guardaroba per l’estate è praticamente concluso, ma posso dire che è stato davvero un successo: qui trovate la serie di post al riguardo, qui il post finale con una piccola galleria del mio capsule wardrobe.

Il successo dell’esperimento lo devo in molta parte a Diana/bymamma190, che si è prestata con pazienza a mettere insieme (letteralmente) il mio guardaroba; guardaroba che, tra parentesi, includeva già anche due capi autunnali, che ho sfruttato moltissimo durante la mia recente vacanza a Stoccolma: una sweatshirt (la mia è bianca e grigia) e una giacca in felpa, grigia anche questa.

Di seguito trovate una chiacchierata “virtuale” con Diana a proposito di una serie di temi a me molto cari (e a giudicare da quanto spesso se ne parla, non solo a me): moda, sostenibile e non, fast fashion e non solo.
Per festeggiare l’autunno insieme, Diana ci regala anche un codice sconto che potete utilizzare fino al 31 ottobre: inserite MINIMO10 al momento del pagamento per avere uno sconto del 10% sul vostro ordine (importo minimo 50€, spese di spedizione escluse).

Ciao Diana e grazie per esserti prestata per questa piccola intervista! La prima domanda è banale: la tua attività si chiama “bymamma190”. Ci spieghi da dove deriva il suo nome, in cosa consiste e com’è nata?

Il nome celebra la nascita della mia prima figlia (nata il 19/01/10). Esprime tutto quello che una madre fa per i suoi figli: solo una mamma sa creare e cucire vestiti speciali 🙂

Sul nostro gruppo Facebook parliamo spesso di guardaroba, di fast fashion, e di come sia difficile, soprattutto per i non addetti ai lavori, distinguere un capo di qualità.
Sapere con certezza se un capo è stato prodotto in modo sostenibile, poi, è quasi impossibile. Cosa ne pensi?

Non è impossibile, bisogna informarsi, documentarsi, essere curiosi. Quando si va a fare shopping leggere l’etichetta è importante, così come fare un confronto marchio/etichetta/prezzo prima di passare alla cassa; magari anche prendersi del tempo e fare una prima visita per leggere le etichette, effettuare qualche ricerca, e tornare in un secondo momento, per l’acquisto, solo se siamo soddisfatti e convinti della sua “eticità”. Bisogna anche dire che non tutti i fenomeni di sfruttamento e non sostenibilità sono da ricondurre solo ai paesi del sudest asiatico, ma valgono purtroppo anche per i capi prodotti in Italia.

A parte l’ovvio, e cioè evitare le catene di fast fashion, hai qualche consiglio da darci per valutare la qualità (e magari anche la sostenibilità) di un capo?

Questa è una domanda difficile, Laura!

Io parto dalla qualità del materiale. Prendi una t-shirt di cotone: a me piace molto il jersey di cotone e bambù. Questo jersey deve avere una certa densità al tatto, deve mantenere la sua forma anche dopo essere stato “stressato”, allungato e lavato molte volte. E poi (non da ultimo) la fantasia dev’essere bella, di mio gradimento. Altrimenti… tinta unita!

Molto poi dipende anche dai gusti di ognuno e da quanto è importante essere alla moda: io non indosserei mai jeans “distressed” (cioè “rotti”), anche se fossero prodotti nel modo più sostenibile dell’universo. Allo stesso modo, non mi metterei mai un abito firmato in poliestere, per quanto pregiato e di alta qualità sia (perché esiste anche poliestere bellissimo!), perché proprio non lo sopporto.

Poi tieni conto che non sono una persona “stilosa” e di moda non me ne intendo.

Come ti vesti tu? 🙂 
A parte i capi “autoprodotti”, ci sono marchi e/o negozi che prediligi?

Ah ah… io sono “strana” per quanto riguarda lo shopping. Sono molto guardinga: la prima cosa è che i capi mi devono cascare veramente bene, la stoffa dev’essere davvero bella (come materiale, peso, provenienza, tinta, stampa), le cuciture devono essere be fatte e deve trattarsi di un capo che NON sono assolutamente in grado di realizzare da me. Ovviamente compro comunque tante cose, perché non si può fare tutto: biancheria, jeans, calze, scarpe, cappotti e giacche, costumi da bagno…, e anche tessili per la casa.

Negozi preferiti non ne ho, ma se devo comprare un costume per me, mi piacciono i Roxy, per la biancheria da donna Calvin Klein, gli ultimi jeans che ho comprato sono Esprit perché li ho trovati come piacciono a me: high rise, gamba dritta, non stinti e con poco stretch.

Mi interessa anche molto il comportamento dei materiali al lavaggio: le magliette da 2 euro che devi lavare come se fossero di seta pregiata per me sono ridicole (AH COME HAI RAGIONE – ndelle).

Ti sembra che questo tipo di consapevolezza, in relazione all’importanza non solo della qualità ma anche della sostenibilità dell’abbigliamento, si sta diffondendo (anche) da noi? Oppure le magliette a 9 euro continuano a rappresentare una tentazione troppo grande per la maggioranza delle consumatrici?

Le magliette a 9 euro purtroppo sono una tentazione fortissima. Le persone veramente ignorano come e quanto ci vuole per produrre un capo: se provassimo a cucire/riparare qualcosa in modo appena decente, capiremmo all’istante quanto sia assurdo cucire una maglietta per 9 euro per poi indossarla una volta (o poco più)! (Very good point… lo dice una che non riesce nemmeno ad attaccare un bottone – ndelle)

I tuoi capi si prestano perfettamente a comporre un mini-guardaroba: sono versatili, in colori tendenzialmente neutri e tagli semplici, ma allo stesso tempo hanno quel “qualcosa in più”. Cosa pensi del fenomeno “capsule wardrobe”?

È comodo e dà sicurezza, la sicurezza di sentirti bene indossando vestiti che ti piacciono e che hai scelto con cura e attenzione.

Li indossi all’infinito perché ti piaci e ti senti al tuo agio: e poi, se un capo ti piace così tanto, è bellissimo sapere che, quando “finalmente” l’avrai portato a fine vita, lo ritroverai esattamente identico! (che non è esattamente quel che succede con la fast fashion… – ndelle)

Ti era già capitato e/o ti capita spesso di ricevere una richiesta come la mia, cioè quella di comporre un mini-guardaroba? Diresti che si tratta di un fenomeno in crescita anche da noi? Insomma… c’è speranza? 🙂

Sì, non sei la prima per cui cucio un mini-guardaroba. Anzi, è quello che faccio di più. (non l’avrei mai detto. Tutto questo è meraviglioso! – ndelle)

In Italia c’è speranza di certo! Probabilmente non ci arriverà il 100% della popolazione, ma la percentuale è in crescita 🙂

Tieni anche conto che in Italia sono in tanti a curare moltissimo i propri capi e a farsi fare riparazioni e modifiche: non i più giovani, magari, ma tanti over 40 tengono molto a certi pezzi e cercano di farli durare il più possible nel tempo.

Come nascono i tuoi capi? A cosa ti ispiri?

Nascono da un bisogno: nel senso che, se a qualcuno occorre un paio di pantaloni, io sono pronta a “inventarli”.

Fonti di ispirazioni ne ho tante: mi piace molto osservare quel che la gente indossa e come, colleziono tantissime imagini che mi colpiscono, poi torno a guardarle e a volte ne ricavo qualcosa. A volte creo capi ad hoc per determinate persone che conosco: metti che fa un caldo pazzesco e ti vedo affaticatissima in quello che stai indossando, capita che torni a casa e tiri fuori quel che serve per creare un abito “fresco”.
Il mio desiderio di svolgere questo lavoro nasce dall’amore per i tessuti e per gli “strumenti del mestiere”: magari compro una stoffa perché la trovo bellissima, senza sapere cosa ne farò e poi, anche anni dopo, quella stoffa trova la sua destinazione. Conosco una signora sulla sessantina che è letteralmente terrorizzata dai cambiamenti fisici portati dalla menopausa: non sopporta le sue braccia, la pancia, i fianchi… Tenendo conto che è una donna che ama molto le fantasie, le sto cucendo un abito con una fantasia così bella che di nascondere le braccia non le importerà più nulla 🙂

Perché acquistare un capo (o un guardaroba!) realizzato a mano, e online, rispetto a uno in negozio?
Cosa rispondi alle “classiche” obiezioni di chi sostiene che questi capi sono più costosi, e che acquistando online si rischiano problemi con taglie e misure?

Per prima cosa: tutto è realizzato a mano. L’espressione “realizzato a mano” mi fa innervosire ogni volta che la sento, perché anche quel che compri nei negozi delle catene fast fashion è uscito dalle mani di qualcuno. Tutto è fatto a mano.

Diciamo che nel mio caso ogni pezzo è realizzato non in serie, su richiesta e su misura: questo significa che non esiste un altro identico. Per ogni ordine richiedo un elenco di misure ed è responsabilità mia e della cliente che siano prese nel modo giusto, in modo che i capi vestano al meglio. Anche prendersi le misure è un piccolo grande passo: significa dimenticarsi le taglie che da sempre ci propinano nei negozi e, invece, conoscere le proprie misure reali.

Per quanto riguarda il costo non saprei cosa rispondere: se sei veramente convinto delle tue scelte e ti innamori pazzamente di un capo, vale quel che costa e anche di più.

Da parte mia entrano in gioco considerazioni legate a risparmio e gestione economica: mi piace fare questo lavoro, ma voglio anche ricavarne un guadagno dignitoso.

Mi piacerebbe tantissimo avere un vero laboratorio con vetrina, dove poter lavorare sui capi e renderli visibili e più “a portata” dei potenziali clienti; ma i costi per realizzare un progetto genere sono alti e non me li posso permettere, almeno per ora… perciò mi rimane l’online. Che è comunque meraviglioso 🙂

Grazie Laura, per la questa occasione e spero ti stia godendo dei tuoi abiti.

Dire che me li sto godendo è un eufemismo! Grazie a te di tutto!

minimo è anche su Facebook e su Twitter

3 thoughts on “Capsule wardrobe, fast fashion e non solo: una chiacchierata con Diana / bymamma190

  1. Complimenti per la serie di post, li ho letti tutti e mi fa piacere di non essere l’unica a fare difficoltà a rinunciare ai vestiti!
    Molti progressi li ho fatti, come prima cosa ho rinunciato alle scarpe, ne avevo più di 80 paia, di cui la maggior parte tacchi, ora ne ho 5. Non avevo molte borse, meno di 10, ma ora ho rinunciato anche a quelle, riscoprendo il piacere di uscire senza borsa, come quando ero ragazzina. All’inizio mi sentivo un po’ nuda, però ora ci ho fatto abitudine e mi sento una favola, metto il portafoglio e il cellulare in tasca.
    Terza cosa, ho rinunciato al reggiseno. E’ stata la rinuncia più difficile, perché l’intimo è sempre stato una mia passione e per lo stereotipo “seno bello solo se push-up” inculcato.
    Gradualmente sono passata alle coppe a triangolo, ne ho comprate due, poi ne ho cucite altre 2 utilizzando vecchi pigiami e reggiseni imbottiti che non mettevo più. Adesso uso solo i triangoli o non metto il reggiseno affatto, se l’abbigliamento lo permette.
    Morale: ho imparato a uscire di casa senza reggiseno, senza borsa e con scarpe senza tacco. La sicurezza che ho guadagnato è impagabile!

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