un deserto di ragioni sacrosante

Vi invito a leggere questo post di Simone Perotti. Poi tornate qui che, se volete, ne parliamo.

Fatto? Io l’ho letto e sono rimasta per qualche secondo senza parole, e anche senz’aria: il deserto delle ragioni sacrosante è un posto che conosco molto bene. La lettura di questo post mi ha anche portato a fare una cosa che altrimenti non avrei fatto mai. Ho provato a non seguire il copione, ho provato a lasciare che le mie “doti migliori” (?) togliessero un mattone al muro di cui si parla nel post. Sperando che il muro crollasse.

Non è servito assolutamente a niente. 

Dall’altra parte non è arrivato nemmeno un(a) crepa (ardito gioco di parole). Questo ha innescato altre riflessioni.

La prima è che possiamo togliere tutti i mattoni che vogliamo, ma non dipende solo da noi. Possiamo autoanalizzarci fino a impazzire, o a sanguinare, ma se dall’altra parte c’è qualcuno che non lo fa manco ammazzato; uno che fonda la sua vita sul delizioso presupposto del “sono tutti stronzi”, hai voglia a darci di autoanalisi. Non cambierà mai un piffero. Continueremo a sbattere le corna contro il muro (meno un mattone), e forse ci sentiremo pure un po’ idioti per averci provato.
Cioè, no: cambierà il fatto che avremo più consapevolezza, magari la prossima volta eviteremo di commettere di nuovo gli stessi errori, di perpetuare lo schema, e se ci va di gran culo ci troveremo davanti l’unicorno, l’eccezione che conferma la regola… in altre parole un altro come noi, uno che ci (si) riconoscerà. E allora avremo evitato di perdere l’unicorno per ostinazione, per detestabile coerenza. Non è poco, ovviamente, anzi è tantissimo; probabilmente per conservare la possibilità di quel singolo unicorno vale la pena tenersi la certezza delle mille cornate contro il muro. Però bisogna esserne consapevoli. Saperlo prima, che non basta allungare la mano, non basta rendersi conto dello schema, perché lo schema non dipende solo da noi. 

La seconda riflessione forse è ancora più triste, o scoraggiante (se vi sta scappando la voglia di leggere e avete voglia di andare su Facebook a cercare foto di capibara che dormono, avete tutta la mia comprensione). “Uno resta se sta bene, di solito”. Ma vale sempre la pena far restare le persone? Tutte le persone? Se per farle “stare bene” devo scendere a compromessi tali che poi non sono più io, vale la pena? Persone che, per rimanere, hanno bisogno di sentirsi dare ragione anche quando han torto, che interpretano l’amicizia non come un rapporto tra pari, in cui se uno sbaglia l’altro ha il dovere di dirlo; ma come quello tra idolo tribale e selvaggio che l’adora e mai si sognerebbe di mettere in discussione la sua divinità. Ma li vorrei davvero, degli amici così?

Sai quante persone sarebbero rimaste, se fossi stata zitta, più accondiscendente, obliqua, indiretta. Più capace di lasciar andare, di far finta di niente, di dar ragione quando non c’era. Ma la vorreste davvero, un’amica così?

(Questo non toglie che il post sia amaramente e duramente bello e vero, e che spero mi tornerà in mente ogni volta che rischierò di perdermi l’unicorno per evitare l’ennesima cornata)

Voi che dite?

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2 thoughts on “un deserto di ragioni sacrosante

  1. È possibile che io non abbia interpretato bene, ma se il senso dell’articolo è un invito ad “ingoiare il rospo” come metodo per essere inclusivi, non so se possa essere efficace. Credo che implichi il portare, da soli, un peso enorme.
    Roby

    1. No, non credo che il senso sia quello, e sono d’accordo con te. Il peso sarebbe enorme davvero. Il problema è dove tracciare la riga.

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