pubblicità, digital pr, influencer e altre storie

10coseL’11 marzo sono stata a DieciCose. Se volete ne ho scritto in modo dettagliato qui; ci ritorno su minimo per dire che, tra i tantissimi spunti che ne ho ricavato (come libera professionista, come SMM wanna-be), ce n’è anche almeno uno che mi riguarda come blogger. Perché (ahimè, yay, purtroppo, per fortuna) pare che io sia effettivamente una blogger, speriamo non nel senso deteriore del termine (!).

Nel corso di uno degli incontri della giornata, relatore Piero Tagliapietra, si è parlato di digital PR e di influencer.
Piero ha preso l’argomento di petto dicendo, quasi come primissima cosa, che se invito qualcuno a un evento e gli chiedo di scriverci un post, o di pubblicare un certo numero di tweet con l’hashtag dedicato, quello è un lavoro “e il lavoro va pagato”.
Insomma, che non bastano due tartine e un bicchiere di Spritz e siamo amici e tu vieni e c’è un sacco di bella ggggente e allora (bottom line) mi fai pubblicità gratis con chi ti segue.
Se invece invito qualcuno a un evento ma non gli chiedo (leggi “pretendo”) nulla, il rapporto di lavoro non si configura e le tartine possono pure bastare: nel senso che io, invitato, sono libero sia di partecipare che di twittare, postare etc (e questo è “digital PR”, per la cronaca).
Lui si è espresso, ovviamente, molto meglio e molto più elegantemente di me, ma il succo è questo.

Fin qui tutto bene, quasi standing ovation, pioggia di tweet che ripetevano che “il lavoro va pagato”, tutti contenti e d’accordo.

Altro punto espresso molto chiaramente: “gli influencer sono cani”, con un bellissimo Labrador color miele a tutto schermo sulla slide. Per dire che ne esistono varie “razze” e l’influencer-prezzemolo, quello che va bene per tutto, dal cibo alla moda ai libri ai viaggi, non esiste, o se esiste rappresenta l’eccezione; e che quindi io, PR, dovrò fare uno sforzo per capire chi è adatto a cosa, non semplicemente andare a caso tipo pesca a strascico.

Nuova pioggia di tweet con il Labrador, sempre tutti contenti e d’accordo.

Terzo punto, sempre espresso in modo molto cristallino, e qui cito quasi testualmente: “Chi fa pubblicità senza dichiararlo viola la legge“.
Parliamo ovviamente di blogger/influencer di turno, post sponsorizzati senza vergogna e senza disclaimer etc.

E qui la mia sensazione è stata che all’improvviso non fossero più tutti d’accordo e tutti contenti.
La sala si è divisa tra coloro che si sono illuminati e facevano freneticamente di sì con la testa (e tra questi tutti i relatori); e chi aveva dipinto sulla faccia un gigantesco “IN.CHE.ZENZO.” lampeggiante. Qualcuno ha anche dato voce alla propria perplessità, e la risposta è stata (tra le altre) “Se, ad esempio, scrivo un post in cui pubblicizzo un prodotto che mi hanno inviato per recensirlo e/o se sono stato pagato per e/o ho un rapporto di collaborazione con l’azienda, sia per correttezza che per rispettare la legge devo mettere un disclaimer ed esplicitarlo”. Ovviamente sui social (Twitter ad esempio) diventa più complicato, ma su mezzi “persistenti” come un blog è assolutamente di rigore (per chi volesse approfondire: le best practice di Google riguardo alle recensioni di prodotti sui blog).

Ci siamo?
Per me, ci siamo. Ero tra quelli che annuivano freneticamente, se non si è capito.
Chiariamo: minimo è tragicamente fuori target per TUTTO. Nessuna azienda mi ha mai contattato proponendomi di fare loro pubblicità, di inviarmi prodotti o simili: e come potrebbe, visto che uno dei messaggi di questo blog è “comprate meno”? Certo, l’altro lato di quella medaglia è “comprate meglio”, e qui per qualche marchio avveduto lo spazio di manovra forse ci sarebbe: ma sta di fatto che non mi è mai capitato.
Il problema quindi per me non si pone, ma potete star certi che, nel caso, anzitutto non è detto che accetterei; in secondo luogo, mi accerterei di poter essere sincera (e restituirei il prodotto, se di valore elevato); e in terzo luogo, farei precedere il tutto da un disclaimer grosso come una casa.
Mi è capitato però, e varie volte, che mi venisse proposto di scrivere post sponsorizzati e/o costruiti intorno a linkback che mi sarebbero stati forniti man mano, dietro compenso: tutto rigorosamente senza esplicitarlo, anzi con l’obbligo di non dire cosa stessi facendo. Ne avevo già parlato qui.
Ovviamente me ne sono ben guardata.
Sono un’idiota che non sa approfittarne? Probabilmente sì. Sono anche una che ha la presunzione di non volersi sputtanare (passatemi il termine) per tre euro con quelli che la seguono e fanno lo sforzo di leggerla: che siano tanti o che siano pochi.

Per gli stessi motivi già enunciati sopra, più il fatto che minimo non ha certo un seguito tale da farmi considerare un’influencer, non sono mai stata invitata ai cosiddetti “eventi”, fatta eccezione per questo. Che è stato molto interessante, era assolutamente rilevante rispetto alle tematiche di minimo, e dove per la cronaca nessuno mi ha chiesto di postare o twittare alcunché (né ho ricevuto alcun compenso; mi è stata però offerta la cena). Del resto non poteva essere diversamente, visto che dietro quell’evento, e dietro l’invito, c’era Luca Conti; e quindi vabbè che ve lo dico a fare.

Fatte queste osservazioni, ho percepito una certa indignazione rispetto a un concetto così lineare. Ho sentito con le mie orecchie proferire a mezza voce (o anche intera) commenti come “MA NON LO FA NESSUNO”.
E la valanga di tweet si è, come dire, temporaneamente congelata. Un po’ come se il Labrador avesse deciso di fare pipì sul tappeto.

A me l’intervento di Piero è piaciuto molto. In un mondo di peracottari che lavorano un tanto al kg; di chi da un lato si venderebbe per due crostini e un po’ di visibilità, e di chi dall’altro è ben contento di pagare solo in visibilità qualcosa che invece è lavoro a tutti gli effetti; e (anche) di persone che a volte sembrano limitarsi a darsi pacche sulle spalle a vicenda, sempre le stesse persone, da un lato e dall’altro, e sempre le stesse pacche, non importa cosa viene promosso… l’ho trovato una boccata d’aria fresca. Visto il target della giornata, penso che avrebbero potuto essere molto più paraculi (ri-passatemi il termine), e invece hanno scelto di fare pipì sul tappeto. E questo credo valga di più di mille corsi, mille indicazioni tecniche, mille laboratori, per quanto utili e interessanti.

Forse non c’entra con il minimalismo, ma ci tenevo a dirlo lo stesso.

minimo è anche su Facebook e su Twitter

4 thoughts on “pubblicità, digital pr, influencer e altre storie

  1. Ciao,
    post molto interessante! in generale chi legge tende (ingenuamente) a pensare ad un blog come a qualcosa di molto spontaneo, umorale, slegato da business e pubblicità..

    Magari ora vado un po’ off-topic.. c’è un blog che ho iniziato a seguire anni fa, perchè mi piaceva la scrittura e il tono intimo/ironico/frivolo-ma-anche-profondo.. questo blog ad un certo punto ha “fatto il botto” e ha iniziato a cambiare, nel senso che hanno iniziato ad apparire i post sponsorizzati.. viaggi esotici in resort e spa, recensioni di eventi, libri, film, macchine fotografiche, cibo.. insomma di tutto un po’. Il tutto sempre esplicitamente citato nel post, quindi niente di scorretto o “paraculo”. Però, ho notato che qualsiasi “esperienza” o prodotto recensito è sempre recensito in maniera entusiasta, e lo stile è talmente “stiloso” che se uno non sta attento non si accorge nemmeno che il post sia sponsorizzato, tanto sembra “naturale” nel contesto del blog. Però poi a ben vedere non lo è affatto: il gratitude journal sponsorizzato dalla ditta di biscotti? ti viene il dubbio: l’autrice avrebbe lo stesso parlato del gratitude journal, se non le fosse stato proposto? Mai una recensione negativa, mai un evento palloso, mai un prodotto schifoso.. dà l’idea che per l’autrice, il fatto di essere sponsorizzata abbia rappresentato la “svolta”, nel senso che ora lo fa costantemente, il suo focus sono i viaggi, le recensioni, gli eventi.. ad essere onesti lo erano anche prima, solo che prima decideva lei cosa le interessava, se lo pagava coi suoi soldi, e dunque sembrava tutto più spontaneo..
    Insomma, pur rientrando nei limiti della correttezza formale e legale, mi chiedo comunque quanto il fatto di essere sponsorizzati alla lunga snaturi il senso di un blog..che era partito come una tua espressione personale, e poi questa espressione viene utilizzata dalle aziende per veicolare dei messaggi..

    1. Per quanto mi riguarda è effettivamente tutto molto umorale (basta guardare quanto scrivo e come scrivo…), ma hai ragione. Poi c’è chi riesce a farlo con più stile, come dici tu, e chi meno; ognuno è chiaramente libero di gestire il proprio blog come gli pare, e ci mancherebbe. Io, almeno in questo spazio, preferisco restare libera e svincolata da altre logiche, che per il resto sono praticamente onnipresenti…

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