so you’d better run

dogdaysareoverCi ho provato. A smettere di correre, intendo. Ho chiuso l’account su Runkeeper, riposto l’abbigliamento tecnico, smesso di guardare fuori con sguardo languido verso le sei del pomeriggio, annullato l’iscrizione al feed di tutti i blog a tema. Ho cercato di dimenticare la sensazione della doccia calda dopo il lungo (vabbè, lunghetto) della domenica. E anche cosa si prova a poter mangiare tutto quello che vuoi quando vuoi (lo so, lo so, non è sano). Ho venduto il Garmin (non lo potete sapere, quanto mi è costato vendere quel coso).

Ma non ce l’ho mai fatta davvero. Zitta zitta, quasi di nascosto, anche da me stessa, ho continuato. Magari solo una volta la settimana, magari solo pochi km di corsa e camminata alternate. Con le scarpe vecchie di due anni ma non consumate come avrebbero dovuto. Come avrei voluto. Quando fuori era troppo bello per non uscire (dove “troppo bello”, essendo io malata di mente, poteva anche significare “quando fuori pioveva troppo”), o quando dentro era troppo buio.
Facendo finta che fosse “troppo poco”, che ci sia un limite minimo al di sotto del quale non è mica proprio esattamente “correre”, è più una cosa che tipo esco con le scarpe da running, vestita da insaccato e con la cuffietta da spermatozoo, faccio un giro e faccio partire Runkeeper. Ma non è che sto proprio “correndo”.

(Happiness hit her like a train on a track
Coming towards her stuck still no turning back)

Per fortuna le endorfine non sanno la differenza tra 3 km e 15. Tra la me di allora, che si allenava 4 volte la settimana seguendo religiosamente un programma di corti/lenti/lunghi/ripetute con in testa una mezza maratona, e faceva Pilates solo per compensare; e la me di adesso, che si appende ad amache di tessuto assumendo posizioni vagamente bizzarre e ha sviluppato una certa famigliarità con il reformer.
Le endorfine non sanno la differenza, ma conoscono una grande verità: che la me di allora e quella di adesso hanno in comune almeno una cosa. La sensazione che provi quando muovi quel primo passo fuori dal cancello. Il pensiero che ti spunta in testa (pop).

“Oddio che goduria. FATEMI CORRERE”

(the dog days are over, the dog days are gone)

Che ovviamente è una balla bella e buona, non è vero niente, cioè è vero ma dura il tempo di un un anfo (sì, anfo, tipo cane di 15 kg), dopodiché ti sembra di morire, fa pure freddo, mi fa male il piede, e il ginocchio, ma accidenti a me, ma chi me lo fa fare.
Poi faccio finta di dimenticarmi che sto anfando, che mi fa male la qualunque, che fa freddo. Scivola via tutto tra una canzone e l’altra, mentre passo incroci, semafori (diobono potevi pure farmi passare/grazie amico automobilista, scommetto che corri anche tu), angoli, alberi (con le foglie, senza foglie, coperto di neve, coperto di brina, bagnato di pioggia) che conosco come le mie tasche, e su ognuno c’è una specie di segnavia mentale a seconda del giro che sto facendo, del mio punto di partenza e di quanti km voglio fare. Ci sono passata tante di quelle volte che sento di essermeli guadagnati (sudati) tutti. Sento che sono miei. Come le piccole discese, e le grandi salite (le discese son sempre molto meno ripide delle salite, è una di quelle verità che non puoi capire fino a quando non ci pesti sopra una due dieci cento volte con i polmoni in fiamme, e l’anfo, sempre lui). Dio come me le sono guadagnate certe salite che ci sono qui intorno. Strano che non ci sia una targa con il mio nome. “Qui Laura tanto anfò che alla fine arrivò in cima“.

(Run fast for your mother, run fast for your father
Run for your children, for your sisters and brothers)

E poi c’è sempre un momento in cui parte la canzone giusta, in cui c’è una discesa (meno ripida della salita corrispondente, ma pur sempre una discesa), in cui ti senti le gambe che vanno, incredibile ma vero smetti di avere male dappertutto, smetti pure di anfare, o forse no, non è vero, è solo che non te ne frega più niente. C’è quella sensazione, e quel pensiero che ti rispunta in testa (ari-pop).

“Oddio che goduria. FATEMI CORRERE”

In quel momento lì, a me viene da fare sì con la testa (l’ho già detto che sono malata di mente). Come a dire “eccerto che ce la posso fare. ora ti faccio vedere io cosa posso fare. io con i miei piedi e le mie ginocchia e i chiodi nelle ossa e il fiato che non c’è e il fisico che con la corsa non c’entra niente. ti faccio vedere io

Happiness hit her like a bullet in the back
Struck from a great height by someone who should know better than that

Non ho obiettivi, non posso averne se sono onesta (in parte, è anche una liberazione); e quando mi chiedono “e allora, la corsa”, mi schernisco e dico sempre “non corro più, mi sono fatta male… esco solo qualche volta, così, per togliermi la voglia”. Ma dentro sorrido. Perché lo so che sto mentendo. Ci sono i segnavia mentali dappertutto, le targhe alla sommità delle salite. Ci sono una paio di Adrenaline nuove fiammanti, dei soliti colori impossibili. Ci sono una termica e un paio di fuseaux da insaccato che non fanno mai in tempo a finire riposti nell’armadio. C’è che, per il momento in cui, ogni volta, “Devo fermarmi adesso” diventa “Non posso fermarmi adesso” e poi “Non voglio fermarmi mai”, quel momento che ti colpisce alla schiena come un proiettile, sono disposta a rinunciare molte cose, e a sopportarne molte altre.

So… you’d better run

(la canzone, per chi non la conoscesse, è questa)

minimo è anche su Facebook e su Twitter

6 thoughts on “so you’d better run

  1. E’ incredibile quanta sintonia mentale ci sia tra persone che corrono. Leggo quello che hai scritto e mi sembrano il riflesso dei miei pensieri. Insomma, difficile lasciare solo un commento, mi verrebbe da scrivere un articolo di rimando.
    Oppure potrei limitarmi ad un unico, semplice, essenziale “quanto ti capisco”.
    Ma non ci riesco 😀
    Da novembre, dopo un maledetto trail che ho voluto provare a fare per “vedere com’è” e in cui mi sono fatto prendere la gamba più del dovuto, non riesco più a riprendere ad uscire come vorrei. Ogni volta mi impongo il riposo e ogni volta riparto e mi devo rifermare. E mi arrabbio perchè questo è il mio primo inverno da “runner” e non vedevo l’ora di correre sotto l’acqua, con la brina , la neve e la nebbia (anch’io sono un pò strano….ma sto cominciando a pensare che “noi genti che corriamo” lo siamo un pò tutti) . Già il meteo ci ha messo del suo, regalandoci un inverno primaverile invece di un bell’inverno come si deve, e in più ogni volta che esco è una tortura di scricchiolii e dolorini vari.
    Ma anch’io ogni volta cerco una scusa per cui non posso non andare, perchè uscire volontariamente sarebbe troppo sfacciato. Una sfida bella e buona alle mie giunture, che potrebbero offendersi e rispondermi in malo modo. Invece se sono obbligato….
    Tipo che stamattina dovevo lasciare la macchina dal meccanico nel paese vicino e non avevo nessuno che mi venisse a prendere….ma che “sfortuna”, devo tornare a piedi! Tanto vale che mi metto le scarpe e torno corricchiando…ecco 😀
    Ok mi fermo.
    Ma tu non ti fermare mai 😉

  2. Ho letto questo articolo ieri ed ho sorriso tra me e me tutto il tempo. Negli anni ho avuto l’opportunità di accorgermi di quanto la corsa unisca le persone, benché sia un viaggio assolutamente personale. Con questo post ho realizzato che l’assenza della corsa e tutti i relativi stratagemmi rendono questo legame ancora più intimo.
    La mia storia ha tanti punti in comune con la tua ed anche io sono arrivata al punto in cui tradisco il mio quotidiano e mento alle mie giornate per andare a correre e benedire-maledire-benedire ogni singolo passo, soprattutto quando fa male. Questo fatto che sia un segreto solo mio rende il tutto ancora più vero e selvatico: quando corro mi sento libera, non addomesticata. Una pallottola sparata nell’aria, senza paura.
    Ieri gli ultimi 4 minuti a perdifiato li ho fatti con Dog days are over nelle orecchie e ti ringrazio veramente di cuore.
    Sono felice di aver scoperto il tuo blog qualche mese fa.

    Giulia

    1. Grazie a te… mi sono quasi commossa leggendo il tuo commento. È proprio vero: la corsa unisce le persone in modi incredibili. Happy running 🙂

  3. Ciao, ho scoperto il tuo blog stamattina alle nove, mentre mi crogiolavo nel rituale poltrire a letto della domenica: ho guardato l’offerta di oggi sul kindle store, c’era il tuo libro 50 sfumature di minimo, l’ho comprato. Ora eccomi qui sul tuo blog, con una domanda che proprio mi sorge spontanea: perché hai dato l’addio alla corsa, visto che è evidentemente una tua grande passione?
    Poi a seguire mi è venuta una riflessione: si può fare il decluttering anche delle attività che un tempo ci hanno appassionato e che a un certo punto, per vari motivi, sono diventate una zavorra che ci portiamo dietro senza avere il coraggio di abbandonare (non è il tuo caso con la corsa).

    1. Come avrai capito in realtà non ho dato l’addio a nulla 🙂 Comunque il decluttering non c’entra: ho (avevo) smesso di correre a causa di un infortunio e dei postumi di un incidente.

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