10 consigli per vendere usato

declutterCi siamo passati tutti.

Decluttering = entusiasmo a mille

Post-decluttering = voglio morire

Identificare il superfluo nella nostra vita è elettrizzante. Liberarsene fisicamente può essere un processo lungo, stancante, frustrante. Negli ultimi anni, le strade del post-decluttering le ho percorse tutte: ho donato (a persone conosciute e non; meno di quanto avrei voluto), ho buttato (quando proprio non c’era alternativa) e ho venduto, tramite negozi dell’usato, siti di annunci e più di recente gruppi locali su Facebook. Posso quindi dirvi con estrema cognizione di causa che quest’ultima alternativa, quella che tutti i declutterer inizialmente tendono a preferire (per ovvi motivi) è anche quella più lunga, stancante e frustrante di tutte.

Eccovi quindi 10 consigli su come vendere usato. Spero possano essere utili a chi vuole provare a rimettere in circolo un po’ di superfluo, recuperando anche qualche euro.

1. I negozi dell’usato generalisti, per quanto spesso tristi se non proprio squallidi (diciamocelo), sono la soluzione se siete pigri e/o per tutti gli oggetti e oggettucoli non dotati di grande valore o attrattiva. Il vostro sforzo tende a zero, e ci sono buone probabilità che riuscirete a vendere anche cose che nessun annuncio, per quanto curato, potrebbe rendere desiderabili. E comunque, ha senso dedicare tempo e sforzi a cercare di rendere desiderabile qualcosa che vi frutterà al massimo qualche euro? Probabilmente no. Quindi turatevi il naso e fate ‘sto pellegrinaggio. Ve lo dice una che in un negozio del genere ha venduto un rotolo di carta per foderare i cassetti (!).

2. I negozi dell’usato specializzati vanno già meglio: (relativamente) poca spesa e tanta resa. Di solito sono gestiti con un po’ più di buon senso rispetto ai loro omologhi generalisti, sono più piacevoli e attirano più gente e più motivata. Detto questo, dovete (di nuovo) fare una valutazione in termini di convenienza (per voi) e di appetibilità (per i potenziali acquirenti): tonnellata di vestitini 0-6 mesi, per quanto di buona qualità e in buono stato? Ha probabilmente senso andare in negozio. Borsa firmata praticamente nuova? Provate con un annuncio.

3. Però, capiamoci subito: quando più sopra parlavo di esperienza lunga, frustrante e stancante mi riferivo in particolare proprio alle vendite tramite annunci. Questo principalmente perché questa modalità vi costringe ad avere a che fare direttamente con gli acquirenti, ed è qui che tutti i nodi vengono al pettine, e che nodi. Non è un lavoro, ma quasi.
Create per ogni oggetto un annuncio che ne descriva le caratteristiche, completo di una o più o foto, facendo anche attenzione a specificare esattamente prezzo, modalità di pagamento e modalità della consegna o della spedizione (e se il prezzo di quest’ultima sia incluso o meno). Tutto ciò non perché siete necessariamente maniaci della precisione, ma per risparmiare tempo. Rassegnatevi: ci sarà sempre qualcuno che vi scriverà chiedendovi quello che voi avete specificato in grassetto maiuscolo. Quindi, indicate tutti i dati necessari e pure qualcuno superfluo, per avere almeno qualche possibilità che chi legge… legga, e non vi inondi di domande idiote.

4. Supponendo che il vostro oggetto abbia un minimo di attrattiva e che non chiediate 1000€ per un ritratto a olio del celeberrimo pittore locale Giacinto Burtellazzi del quale ahimè siete gli unici estimatori, inizieranno ad arrivare delle risposteE voi dovrete decidere cosa fare. Mi spiego.
Inevitabilmente riceverete a) una serie di domande idiote (vedi sopra) b) una serie di proposte variamente in contrasto con quello che avete specificato nell’annuncio: se avete scritto che il prezzo è di 50€ non trattabili, ve ne offriranno 25, oppure vi chiederanno qual è il prezzo finale; se avete specificato “solo consegna a mano” per una lavatrice, vi chiederanno se spedite, oppure “se per caso passate di qua” o “se possiamo incontrarci a metà strada”, laddove voi state a Torino e il potenziale acquirente a Bari; se avete richiesto il pagamento con bonifico vi offriranno di usare PostePay, oppure un carico di mai dimenticate pizze di fango del Camerun. E così via. La mia esperienza è che (a parte le situazioni più assurde, da archiviare immediatamente alla voce “Il paese reale”), se la trattativa inizia con queste premesse, difficilmente si concluderà positivamente.
Io sono una persona tendenzialmente molto cortese, perché penso che l’educazione ci distingua dalle scimmie (o, almeno, distingua alcuni noi); ma di solito in questi scambi tendo a tagliare corto. Che vuol dire non essere cafoni, ma consapevoli che quelli che cominciano tirando sul prezzo, fanno finta di non capire o non capiscono proprio, nel 90% dei casi sono gli stessi che (nell’improbabile caso si arrivi a un accordo) poi non si presentano quando concordato, oppure al momento di pagare guarda caso hanno 50€ di meno in tasca (mi è successo), o simili. Nel migliore dei casi, sarà un’enorme perdita di tempo; nel peggiore ci sarà proprio da litigare.
Decidete fin da subito che atteggiamento volete adottare: rispondere puntualmente e puntigliosamente a tutti coloro che vi scrivono, cercando di andare incontro alle loro (più o meno assurde) richieste, e lasciandovi aperte tutte le strade, o fare immediatamente una selezione. Per capirci: sono disposta a inghiottire un po’ di nervoso (poco) per vendere un MacBook Pro, ma decisamente non per un mobile Ikea da 20€.

5. D’altro canto, il vostro scopo è vendere, quindi dovete metterci un po’ di impegno e di disponibilità. Niente foto sfocate o storte, niente opportuno “glissare” su eventuali difetti (che anzi vanno messi subito in evidenza), niente “capo originale” per quello che viene dalla bancarella del mercato; cercate di mettervi nei panni del potenziale acquirente, tenete conto che non è paragnosta, e che nessuno sta facendo necessariamente un favore a nessuno (al limite, il favore è reciproco). Se vendete un capo di abbigliamento, sarà il caso di specificare la taglia; se vendete un paio di scarpe da running, indicate il numero (!)… e magari lo stato delle suole.

6. Mettete in conto che perderete tempo, che non c’è limite alla faccia tosta e purtroppo anche alla maleducazione del prossimo, e che quindi (a volte) vi verrà anche un gran nervoso. Di nuovo, valutate se e cosa vi conviene.

7. Col tempo imparerete a distinguere subito gli acquirenti più papabili. Solitamente non fanno domande idiote, non propongono metodi di pagamento non sicuri, e scrivono “Buongiorno” e “Grazie”. Io tendo anche a essere molto parziale con chi si esprime in italiano corretto e non usa le k, ma questa è una mia perversione personale. Sono rari, ma vale la pena tenerseli stretti: puntualmente si rivelano persone cordiali, cortesi e piacevoli, alle quali sono più che felice di venire incontro (anche quando, raramente, si verifica un contrattempo).

8. Se immediatamente prima di concludere (concordare la spedizione, o accordarsi per la consegna) l’acquirente furbino spunta con una pretesa in più mai menzionata prima (che suona tanto di ricatto), io di solito rispondo con un cortese ma freddo “Credo sia meglio lasciar perdere, la ringrazio lo stesso per l’interessamento”. Vale sempre il discorso fatto sopra sulla convenienza e la motivazione.

9. Può sembrare ovvio, ma è meglio essere chiari fin da subito: specificate sempre che l’oggetto viene venduto come visto e piaciuto e che, in quanto privati, non accettate resi.

10. E infine un consiglio che non vi suonerà nuovo (perché non lo è), ma che forse rimane quello più importante: ricordate sempre che lo spreco c’è già stato. Non incrementatelo dedicando troppo tempo e troppi sforzi a vendere per pochi euro. Prima di cedere alla tentazione (umana, ovvia) del “cercare di guadagnarci” (o di non perderci troppo), considerate le alternative: regalare a chi ne ha veramente bisogno; oppure a un amico o a un parente, se volete instaurando una specie di circolo virtuoso, un sistema non formale di baratto asincrono. Tu oggi hai bisogno di questo, e io ce l’ho a far muffa in un armadio: eccotelo. Domani magari io avrò bisogno di un’altra cosa che a te non serve. Senza contratti e senza scambio di denaro. Senza annunci, senza tirare sul prezzo, senza richieste assurde, senza stress, nervosismo e logoramento di lobi epatici.
In un mondo ideale, o almeno nel mio mondo ideale, è così che dovrebbe funzionare.

Qual è la vostra esperienza di vendita dell’usato? Vi pare che in definitiva funzioni, come canale, o che non ne valga la pena?

minimo è anche su Facebook e su Twitter

8 thoughts on “10 consigli per vendere usato

  1. ciao! ho scoperto da poco il tuo blog e mi sta piacendo molto, offre tanti spunti, idee, pensieri con cui confrontarsi, e ne sto approfittando a piene mani! questa lista che hai fatto è utilissima, e sarebbe pure da stampare e tenersi davanti quando hai a che fare con alcune persone, anche e non solo in caso di “tentate vendite” ma proprio nella vita di tutti i giorni!
    sto cominciando a dedicarmi al decluttering con calma, ma a volte non vedo … l’orizzonte, non ho ancora capito bene se prima devo studiare metodo e applicazione, o se è meglio “aggredire” l’avversario prendendolo di petto….continuerò a seguirti, comunque, grazie per le opportunità!

  2. Aggiungo due suggerimenti:
    1) fare una ricerca di mercato per confrontare il vostro bene con il mercato dell’usato. Il confronto con il prezzo a cui l’avete pagato non vi dice nulla, purtroppo. Da esperienza vissuta nella vendita (svendita) della cucina.
    2) considerate sempre che è meglio lasciare all’acquirente un minimo di trattativa, perchè molti sono attratti dalla possibilità di mercanteggiare. In ogni caso, in alcuni campi come la compravendita immobiliare, la prassi dell’offerta è troppo consolidata per pensare di vendere al prezzo indicato.

  3. Ciao, sono completamente d’accordo con quello che dici nel post.
    Sono convinta che tra i diversi modi per eliminare quello che per noi è superfluo (o ridondante) il dono sia quello che ci arricchisce di più. Fortunatamente ho una rete di conoscenze (parenti, amici, vicini e anche colleghi) con cui adottiamo spesso il sistema che tu hai delifinto “baratto asincrono”. Vale per l’abbigliamento soprattutto, ma anche per le eccedenze alimentari (penso a quando ho il limone stracarico di frutti….). E alla fine, per quello che resta, ci sono sempre le parrocchie o associazioni di beneficenza.
    Ho venduto (o provato a vendere) solo quello che non sapevo a chi regalare, ad esempio oggetti per la moto (marmitta, auricolare bluetooth, borsa da serbatoio) e non tanto per il guadagno, che come dici giustamente è spesso irrisorio, ma perchè alla mia anima ligure piange il cuore di buttare o sprecare qualcosa

  4. io mi sto trovando bene con i gruppi facebook locali. non bisogna avere grosse pretese. io stessa prima di mettere il prezzo ( o con che cosa scambio) mi chiedo se a quella cifra lo comprerei. per cui di solito vendo abiti dei bimbi o cose che ho in casa per pochi euro oppure scambiando con generi alimentari o cibo per cani del canile.
    cosi esce da casa il superfluo ed entra solo ciò che è destinato ad essere consumato

    1. Io invece dai gruppi Facebook locali (nei quali riponevo grandi speranze) sto ottenendo pochissimi risultati o quasi… solo grandi perdite di tempo e scocciature, purtroppo.

  5. Ciao, ho scoperto oggi il tuo blog e, credo, non a caso.
    Ho da poco letto la Kondo e sono in pieno “decluttering mood” dentro e fuori. Il tuo piglio mi ha colpita e per questo ti adotto sul gruppo Facebook “Adotta1blogger”. Pubblicherò lì questo post 🙂

    Ti seguirò!

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