Kicking and screaming

bulbi Qui l’originale

“Le ingiustizie fanno parte della vita. Una diagnosi infausta, un errore non nostro che ci costa un avanzamento di carriera o peggio, una sentenza comminata per un crimine non commesso. L’arbitro fa uno sbaglio, un accordo non viene rispettato, un collaboratore ci delude.

L’istinto è quello di combattere: piegarci, se proprio non c’è alternativa, ma non prima di esserci ribellati con tutte le nostre forze. Vogliamo che sia chiaro che non accetteremo facilmente l’ingiustizia: vogliamo dare una lezione al sistema, far vedere a tutti che non ci lasceremo trattare in questo modo.

Il punto è: farlo cambierà le cose? Modificherà la diagnosi, o il risultato finale di quella telefonata?

E se invece di gridare e pestare i piedi, accettassimo la situazione con un sorriso? Se ci disponessimo a quello che ci attende determinati a imparare, a fare, a contribuire, più di quanto chiunque abbia mai anche solo sognato? Se vedessimo questa brusco deragliare del nostro percorso come l’opportunità di crescere, di inventarci, di trovare, una nuova strada?

È tremendamente difficile. Ma è anche nettamente meglio dell’alternativa.

***

Tremendamente difficile, sì. Soprattutto quando dalla teoria di un post motivazionale si passa alla pratica della vita, dei piani che se ne vanno giù per lo scarico, delle speranze infrante. Richiede una forza e una consapevolezza che forse non ho (viceversa, sono bravissima a gridare e a pestare i piedi). Ma è vero: l’alternativa è decisamente peggiore.

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