povere cose (la bellezza del minimalismo)

breakfreeAl termine della “prima fase” di decluttering, ho venduto molta parte del superfluo, tramite siti di annunci e negozi dell’usato.
Come già detto, gli annunci sono più remunerativi, ma richiedono anche un minimo di sforzo, e non sono adatti a tutti gli oggetti; i negozi dell’usato, d’altro canto, sono a sforzo quasi zero, prendono quasi tutto, ma il ricavo è molto relativo. Due filosofie diverse.

Vi scrivevo che con il decluttering ero ferma da un po’ e volevo ripartire: così, un pomeriggio mi metto d’impegno e svuoto (per la sessantesima volta…) gli armadi a muro e non solo. Risultato: uno scatolone e due borse di oggetti vari, alcuni nuovi (!) che, in una mattina di sabato, portiamo nel nostro “solito” negozio dell’usato, dove siamo già stati alcune volte.

Come al solito la visita mi suscita una serie di riflessioni e di sensazioni: ma la prima e la principale (confesso) è di oppressione.
Oggetti a perdita d’occhio, di ogni tipo. Soprammobili, piccoli elettrodomestici, tazze, quadri, vecchie valigie, un organo Hammond (!), e poi mobili, abbigliamento, scarpe, borse, libri, vinili… Non posso fare a meno di pensare all’accumulo seriale, per quanto ordinato e organizzato: e del resto davanti ai miei occhi c’è effettivamente il risultato di un accumulo seriale collettivo. Di positivo c’è che, di questi oggetti, i proprietari hanno scelto di liberarsi.

A opprimermi, però, è anche una generale sensazione di tristezza. Di bruttezza. 
Non fraintendetemi: la mia non è una critica nei confronti del negozio, che offre un servizio dall’indiscutibile valore: poter ricavare qualcosa dagli oggetti usati, acquisirli a un prezzo inferiore, evitare che finiscano nel cassonetto.

Rimettere in circolo l’usato, in qualsiasi contesto, per me è sempre positivo. Ma è innegabile che si porti dietro uno stigma, come un vago odore di fumo: di tristezza, di necessità, di povere cose.
Sono anche prontissima ad ammettere che in parte è un problema mio, che sono condizionata dall’apparenza. In Alessandria ha aperto qualche anno fa un negozio di usato firmato: è più raccolto,  e vende (appunto) solo capi e accessori di marca, relativamente ben presentati.
Lì sono più invogliata a entrare, e a mettermi a cercare tra una serie di capi e accessori che in maggioranza non sono di mio gusto (anzi), esattamente come molte cose in vendita nei vari negozi dell’usato o mercatini. L’ho fatto spesso, ho sempre trovato qualcosa di bello. La (triste?) verità è che nei negozi dell’usato “generalisti” ho sempre solo venduto e non sono invogliata a comprare. Non l’ho mai fatto; anzi, ho proprio voglia di andarmene il più rapidamente possibile.
Nell’altro negozio, in forse tre anni di attività, ho comprato alcune cose e non ho mai lasciato nulla in conto vendita.
Apparenza contro sostanza, insomma.

Però.

Mi capita spesso di vedere i miei interlocutori arricciare il naso davanti al concetto di vendere e di comprare usato: da un lato, per me è un segno di ristrettezza di vedute; ma dall’altro non posso dare loro torto.  Se io, che sono completamente a favore dell’usato come concetto, provo le sensazioni che ho descritto sopra, che effetto devono fare quelle distese di povere cose a chi già parte prevenuto? Scapperà a gambe levate e non tornerà mai più.
A volte (spesso) l’apparenza fa la differenza. Tanta differenza.

Allargando il discorso: se il minimalismo per noi è un’esperienza così positiva, così “trasformativa”, e siamo convinti che possa esserlo per tutti (a vari livelli), forse abbiamo anche il “dovere” di cercare di renderlo più attraente nell’apparenza, per riuscire a comunicare la sostanza meglio e a più persone?
Di dargli una veste meno seriosa e più sorridente, togliergli il saio del penitente e fargli indossare un bell’abitino (LBD!)?
Riuscire a trasmettere che semplificare non è solo rinunciare e privarsi e fare sacrifici, ma anche acquisire, guadagnare (!). Non è solo le persone che abbiamo tagliato perché ci avvelenavano la vita, ma anche quelle che sono arrivate ad arricchircela, persone affini con cui tutto è semplice (io ne ho incontrate tante, tramite questo blog; e altre ne sto incontrando qui).

Voi che ne dite?

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7 thoughts on “povere cose (la bellezza del minimalismo)

  1. In gran parte sono d’accordo con te, (OCCHIO: la mia opinione è da marketer prima ancora che da consumatrice) ma penso che molta della sensazione di povertà comunicata dai negozi di usato risieda nell’incapacità da parte dei gestori di dare alla merce una esposizione decente o di curare il layout del punto vendita.
    PS Se hai in programma di andare negli USA e vuoi fare un’esperienza della “povertà visiva”, prova un pawn shop.

    1. Di sicuro, sono d’accordissimo. Penso che tutto sommato ci vorrebbe anche poco (e che ci sarebbe un gran mercato per l’usato “ben presentato”, anziché buttato lì alla come viene). Pawn shop = argh. Sai che hai ragione? La prossima volta che ci vado ci provo.

  2. D’accordissimo con te, al 100%. Anche io ho portato più volte cose da vendere nei negozi che vendono articoli usati, e ho avuto la tua stessa impressione: disordine, ammucchiamento di cianfrusaglie, e per questo anche una sensazione di “sporco”. Pensa che avevo visto una yogurtiera nel negozio dove sono andata a lasciare delle cose in conto vendita, e poi invece ho deciso di comprarla, sempre di seconda mano, online. C’è obiettivamente un problema, secondo me, se anche chi come noi trova giustissimo prendere cose usate ha questa impressione.
    Francesca di recente ha scritto Size Matters

    1. Altra cosa di cui sono convinta: che questi negozi, pur se generalisti, dovrebbero fare più selezione. Ovvio che ognuno ha gusti diversi (e nel mio piccolo ho anche imparato che è quasi impossibile prevedere cosa venderà e cosa invece non vorrà nessuno!), ma se pensate che il gestore di uno di questi negozi mi ha detto di aver eliminato più di TREMILA oggetti alla fine dell’anno scorso… forse (!) c’è qualcosa che non va.

  3. Io fatico a comprare in generale, premetto. Però nella mia cittadina c’era un negozio di usato/modernariato che teneva cose selezionate ma non troppo costose e la nostra lista nozze l’abbiamo fatta lì, diversi anni fa, ormai. La cosa non è stata molto gradita da alcuni invitati al matrimonio..

    1. Mi fanno sempre impazzire queste cose. Faccio la lista nozze lì. La lista nozze è MIA. Mi sposo IO. Dato che il regalo lo stai facendo A ME, dovresti essere ben felice di sapere che, in quel modo, avrai praticamente la certezza di acquistare qualcosa che mi piacerà. Ma che te ne frega? Perché dovresti sentirti nella posizione di valutare la MIA lista nozze? Se ti sta bene, bene, altrimenti vai da un’altra parte. O non farmi proprio il regalo, non credo che ne sentirò la mancanza (ma tu sì, perché ti senti *in dovere* di farmelo, pena la *brutta figura*). La gente proprio non la capisco.

  4. da sempre interessata a questi a temi … condivido la necessità di trasmettere la bellezza e la semplicità delle cose semplici.
    Ho 60 anni: quando ero piccola la sobrietà era educazione, poi è arrivato il consumismo…. la crisi ha rimesso all’OdG comportamenti più “virtuosi”.
    Tanti siti sulla decrescita, sul minimalismo, tanti giovani che tornano alla terra …
    Ci vorrà ancora molto tempo, ma mi sembra comunque che siamo su una buona strada!

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