anno nuovo, abitudini nuove

mindSe seguite Leo Babauta di abitudini leggerete a iosa (non per niente il suo blog si chiama “Zen Habits”); e dello stesso argomento abbiamo parlato anche su minimo, in un post che si intitolava proprio “abitudini” (sono sempre parecchio originale, con i titoli):
Per me […] la buona abitudine per eccellenza, è decisamente la corsaRichiede un po’ di sforzo per essere acquisita, ma poi è difficile da perdere, perché dà dipendenza”.

Rileggendolo adesso, un po’ sorrido un po’ mastico amaro, soprattutto sulla parte “difficile da perdere perché dà dipendenza”. Capita che io mi trovi nella non felice e un po’ paradossale condizione di dover perdere una buona abitudineCapita che io non possa correre più.

Ho resistito finché ho potuto (o meglio: ho fatto finta di niente finché ho potuto), ma ho dovuto arrendermi e accettare che, se non riesci praticamente più a camminare, forse (forse) non è la corsa il primo problema*.
Al di là del dispiacere (uso questo termine molto blando per un groviglione di sentimenti che, vi assicuro, tutto sono tranne che blandi), mi sono ritrovata all’inizio dell’estate scorsa con un problema: correre era un’abitudine radicata con una serie di benefici. Mangiare per quattro senza preoccuparsi di ingrassare, sentirsi genericamente bene nella propria pelle, fare attività fisica in modo semplice e poco costoso, tenere a bada lo stress…
Considerando anche il Pilates, facevo attività fisica almeno 5 giorni su 7.

Mi sono resa conto che il running mi era servito da “droga di passaggio” (!), e non potevo pensare di smettere di fare attività fisica così spesso.
Il problema era trovare un’attività sostitutiva della corsa: anaerobica, a impatto elevato e il più “semplice” possibile.
Durante l’estate ho provato l’allenamento “7 minuti” (e ho anche continuato a correre una volta la settimana. Che brutta cosa la dipendenza 😉 ).
All’arrivo dell’autunno, decisa a trovare un’alternativa più impegnativa, mi sono buttata sul T25 (in versione leggermente modificata). Se vi sembra da pazzi fanatici, posso dirvi che in effetti lo è (!), ma con alcuni vantaggi: gli allenamenti durano “solo” 25 minuti, non serve alcun attrezzo, bastano un po’ di spazio e un computer, TV o tablet.
Sudando sudando, e alternando T25, Pilates (a casa e in palestra) e qualche corsetta occasionale, per sei giorni la settimana, sono arrivata al dicembre 2014.
Quando mi sono resa conto di due cose: a) stavo ingrassando b) il mio corpo mi stava inviando chiari segnali di sofferenza. Soffrivo spesso di crampi, provavo dolori muscolari e indolenzimenti continui, non giustificati, e continuavo ad avere problemi vari a piede/caviglia/ginocchia.
Quando siamo partiti per Amsterdam ho deciso di prendermi due settimane di riposo. Dolori e crampi sono scomparsi, ma non ho smesso di ingrassare: dovevo cambiare qualcosa, dal punto di vista dell’attività fisica e dell’alimentazione.
In una parola, dovevo cambiare abitudini e acquisirne di nuove: una prospettiva che quasi mi spaventava. Da un lato ero estremamente frustrata: correndo stavo bene anzi benissimo E potevo mangiare quel che mi pareva! Un equilibrio perfetto (!)che ero costretta a sconvolgere, abbandonando un’attività che adoravo e dovendomi imporre dei sacrifici a livello di alimentazione!
Ovviamente, l’equilibrio era solo apparente: per quanto ami la corsa, nelle mie condizioni praticarla è dannoso. Per quanto sia stupendo mangiare quel che mi pare, c’è una gran differenza tra non ingrassare solo perché bruci una quantità di calorie, e stare bene perché ti alimenti degnamente con un occhio al cosa e al quanto. Banalità, lo so, ma per rendermene conto io ho avuto bisogno della mazzata in testa.
Quindi, anno nuovo vita nuova? Più o meno. Nel senso che ormai sono vaccinata contro le grandiose dichiarazioni di intenti che finiscono in niente dopo due settimane, e mi sono mossa di conseguenza.

Ho eliminato del tutto l’attività ad alto impatto. Mi alleno solo tre ore la settimana, una delle quali è una lezione privata con la mia insegnante di Pilates, che ha studiato un programma (massacrante, peraltro) per tenere conto di tutti i miei problemi. Non ho più crampi né dolori.
Quando termineranno le lezioni uno-a-uno (che mi ha regalato Marco per Natale, con tempismo perfetto), valuterò se investire in un altro ciclo oppure trovare un’alternativa, ad esempio mettermi a frequentare anche il corso di Pilates della fascia pranzo (ovviamente non è la stessa cosa…).

Sul fronte alimentazione, per tre settimane sono stata seriamente a dieta. È servito più che altro a “disintossicarmi” dai troppi zuccheri e grassi, e da certi sapori. Il passo successivo è cercare di modificare le mie abitudini alimentari un pezzetto per volta: più, verdura e fibre, più alimenti integrali, meno grassi, zuccheri, e porcate in genere (!). Non voglio e non posso vivere perennemente a dieta, e non mi interessa essere una taglia 38 dimenticandomi dell’esistenza dei carboidrati.

Sempre nello stesso post citato sopra, scrivevo:
“Altre abitudini sparse, buone e cattive: alzarmi tardi, controllare la posta appena alzata e prima di dormire, “rubare” tempo al sonno per leggere (anche quando davvero non dovrei), fare una bella colazione, tenere in sala un vassoio sempre fornito di dolcini da mangiucchiare la sera davanti alla TV, bere tantissima acqua (le mie amiche mi chiamano “cammello”), tendere a mangiare più proteine che carboidrati ma non rinunciare alla pizza una volta la settimana, non alzarmi praticamente mai dalla scrivania durante la giornata e… scrivere due post alla settimana, anche quando (e capita, oh se capita) voglia e ispirazione magari mancano.”

Continuo ad alzarmi tardi e a leggere fino a tardi, a usare troppo lo smartphone, a bere come un cammello, a mangiucchiare dolcini di fronte alla TV e a fare una bella colazione; e anche a cercare di privilegiare proteine e fibre rispetto a carboidrati/zuccheri (ma è effettivamente una lotta dura e senza esclusione di colpi).
Ho smesso di stare seduta tutto il giorno perché da qualche mese ho una standing desk (ne ho parlato qui. La consiglio a tutti). E ho anche smesso, ma questo lo sapete bene, di scrivere due post a settimana 😉

Il mio obiettivo continua a essere lo stesso, stare bene, ma per arrivarci devo trovare un nuovo equilibrio, che sia reale questa volta. Mantenermi attiva senza farmi del male; essere più consapevole di quel che mangio in termini di qualità e di quantità; non complicare le cose; non spendere cifre esagerate.
Il mio approccio, insomma, è questo (il post casca proprio a fagiolo): a piccoli passi, magari cercando di acquisire una nuova (buona) abitudine al mese. A gennaio ho smesso di mettere lo zucchero nel caffè (!). A febbraio vorrei riuscire a incorporare nella mia routine qualche passeggiata (anche se a scriverlo, e a rileggerlo, mi viene un po’ di magone. Perché io vorrei corVabbè. Ci siamo capiti. Magari un’altra volta vi scrivo il post patetico su quanto mi manca correre)

Leggevo da qualche parte in questi giorni “Per stare bene, cambia tre abitudini all’anno“. Forse, anche cambiare abitudini ogni tanto dovrebbe diventare un’abitudine. Evitando magari di trasformarci la vita in una specie di porta girevole impazzita dalla quale usciamo e rientriamo senza sosta… 🙂

Ditemi di voi! Vi è successo di dover cambiare un’abitudine positiva? Come l’avete presa? Ci siete riusciti oppure avete finito per perderne una senza acquisirne un’altra?

*vorrei chiarire, se ce ne fosse bisogno, che correre non fa male. Ha fatto male a me, a causa di problemi specifici pregressi. Come qualsiasi attività fisica, anche la corsa va praticata con buon senso, gradualmente e con la corretta attrezzatura. Non prendete questo post come una scusa per non provare, o peggio ancora per smettere, se siete all’inizio e (ovviamente) state faticando: mi dareste davvero un grande dolore. Leggete invece gli altri miei post sull’argomento. E se potete, ogni tanto, fate un km anche per me!

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11 thoughts on “anno nuovo, abitudini nuove

  1. Ehi, mi spiace per la corsa, eri stata una mia ispiratrice.
    Sul fronte “dieta”, Io ho un solo investimento da suggerirti: la vaporiera elettrica. Puoi cucinare verdura fresca o surgelata, che puoi mangiare tal quale o trasformare in una vellutata. Idem con riso, cereali, carne e pesce, che puoi insaporire alla fine con olio ed erbe. Non fa puzza, crea pochissimo vapore e puoi fare più cibi per volta perché ci sono anche 3 cestelli sovrapponibili. Soprattutto, la cottura al vapore non ammazza il gusto né il colore dei cibi come la lessatura. Io ce l’ho da 3 anni e ha cambiato la vita.

  2. Che brutto dover leggere che non corri più! Io corro da un paio di anni, e i tuoi post sulla corsa mi erano piaciuti moltissimo! (per la serie: giriamo il dito nella piaga!!). Trovo molto concreta e fattibile l’idea di inserire un’abitudine positiva al mese..mi sembra l’approccio più giusto contrapposto al classico “Da domani mi metto a dieta non mangio più dolci pasta e pane”, che poi dura poco e si diventa un perenne yo-yo!
    Francesca di recente ha scritto Size Matters

  3. All’inizio è dura passare da sport “fisici” e “massacranti”, quelli che ti fanno rilasciare endorfine e fare bagni di sudore per dire, alle “semplici” passeggiate o altro.. secondo me però tutto questo discorso parte da un altro presupposto. Noi siamo immersi in una cultura che esalta lo sport come performance, e questo è strettamente legato al culto del corpo e dell’apparenza.. si sente parlare tanto di palestra che fa “diventare tonici, rimanere giovani, rimodella i glutei” ecc.. tutto ciò si basa sulla concezione utilitaristica del corpo umano, che noi possiamo piegare, grazie a disciplina e forza di volontà, al nostro ideale di bellezza/giovinezza/PERFORMANCE. Essere persone ATTIVE è positivo, anzi un must, nella cultura del FARE.

    Io ho imparato che oltre al FARE c’è l’ESSERE. Essere in armonia con sè stessi e con il proprio corpo, saperlo ascoltare, saperlo assecondare invece di piegarlo alla nostra volontà.. io ero una che correva i 10 km per dire, e come te mi dicevo “che bello così possono mangiare qualunque cosa!” e avevo quella bella sensazione di “efficienza” quando raggiungevo il mio “obiettivo”.. però poi come te, dolori alle articolazioni, strappi muscolari, ecc, ovviamente ignorati perchè erano un piccolo prezzo da sacrificare sull’altare della performance..

    Poi ho cambiato prospettiva.. ho fatto, come dire, “downshifting sportivo” 😉 .. sono passata a discipline (non sport eh, discipline, vie, percorsi) come lo yoga tradizionale statico, il tai chi, la meditazione camminata.. tutte cose che ti fanno sentire il corpo e ti rendono consapevole della relazione biunivoca corpo-mente.. certo all’inizio, che frustrazione! non sudare, non liberare endorfine, non sentirmi soddisfatta di aver raggiunto l’obiettivo, stanca e stremata.. se mi consenti, un po’ la differenza fra il workaholic che lavora 14 ore al giorno e arriva a casa collassato sul divano, senza più tempo ed energie per nient’altro, e chi fa downshifting consapevole, lavora 4 h al giorno o 3 giorni alla settimana, e ha tempo per fare le cose con calma e ascoltarsi un po’.. a volte la via del workaholic è la più semplice, perchè ti anestetizza.. e così anche quando si dice “che bello fare 10 km di corsa, così posso mangiare quello che voglio, abbuffarmi di schifezze senza sentirmi in colpa”, magari invece vale la pena di fermarsi e chiedersi: “perchè sento questo bisogno di abbuffarmi di schifezze?”, “da dove viene il senso di colpa legato al mangiare?”..

    1. A istinto mi verrebbe da risponderti che correre per me aveva un valore in sè (molto alto), a prescindere dai suoi effetti positivi e soprattutto a prescindere dalla prestazione. Tant’è vero che continuavo malgrado i risultati “prestazionali” fossero nulli o quasi. Credo anche di averlo scritto: “corro perché corro”.
      Detto tutto questo, la tua è una prospettiva *molto* interessante, e mi rendo conto che la mia “ferita” è ancora troppo fresca perché riesca a ragionarci su in modo lucido 🙂 Grazie per il tuo commento.

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