the happiness plan

1738430_449958845144160_1385466500_nDi felicità si parla tanto, e spesso l’abbiamo fatto anche noi qui su minimo. Pare che sia addirittura un business molto redditizio.
Io, in periodi come questo, in cui lavoro relativamente poco, ho più tempo per dedicarmi alla casa (e al decluttering!) e in generale ad attività che non mi richiedono grande concentrazione, vago con la mente e mi trovo a farmi domande del tipo “Parlarne, benissimo. Ma io cosa faccio concretamente per essere felice?“.

Tra una passata di aspirapolvere e un armadio da svuotare (per la sessantesima volta: secondo me gli oggetti si moltiplicano quando non guardiamo. È l’unica spiegazione), lì per lì non so rispondere. Questo mi lascia leggermente perplessa (!). Così, continuo a rimuginare.
Di seguito le mie riflessioni, in ordine sparso.

Dato che la serendipity esiste ed è forte in me (semicit.), mi casca l’occhio su questo post: 42 Quick Fixes for Happiness
“Being happy is a continual process, a constant choice to act in a way that reflects what matters most to you. Happiness happens when you bring to life your ideals. Happiness, in other words, is very much about what you do”.
Ovvero: la felicità NON È un concetto astratto. Si raggiunge attraverso il fare, è attiva, non ti casca addosso tipo manna dal cielo, bisogna lavorarci.

C’è la felicità come progetto di vita, gli obiettivi che ti poni a lungo termine. E quella di tutti i giorni, le cose che fai per stare bene nell’immediato. Le due cose a volte coincidono; un esempio per me è correre, e fare attività fisica in generale: mi fa stare bene ora e contribuisce al mio progetto di stare il meglio possibile il più a lungo possibile.
A volte invece, almeno apparentemente, la coincidenza non c’è: faccio dei sacrifici ora per realizzare un progetto nel futuro.
O, forse, la felicità in realtà è un gran calderone in cui misteriosamente e karmicamente tutto confluisce?
Lo spero: nel breve termine sono bravina, nel lungo un po’ meno. Forse perché, con un mix di istinto e di fortuna, senza troppo pianificare ho fatto le scelte giuste e mi sono ritrovata (quasi) bell’e pronta il tipo di vita che effettivamente mi fa felice.
Ma dato che tutto è migliorabile…

Sentiamo continuamente parlare di business plan: “un documento che sintetizza i contenuti e le caratteristiche di un progetto imprenditoriale (business idea).”
Uno studio di fattibilità senza il quale un’impresa non può partire e non può crescere, “uno strumento utile per valutare in modo consapevole i punti di forza e di debolezza del progetto imprenditoriale. …deve però essere considerato… uno strumento dinamico, adattabile ai cambiamenti che avvengono all’interno o all’esterno” 
Forse quello su cui dovremmo veramente concentrarci è un happiness plan.

  • Stabilire che tipo di impresa vogliamo creare = cos’è per noi la felicità
  • presentare l’imprenditore e il management = quali esperienze e risorse, nostre e delle persone più vicine, sono utili per raggiungere l’obiettivo
  • definire un piano di marketing = come noi, il nostro progetto non esiste nel vuoto. Abbiamo bisogno di aiuto per realizzarlo, e a questo scopo dobbiamo comunicarlo nel modo giusto e alle persone giuste
  • analizzare il mercato = in che modo il contesto in cui viviamo influenza il nostro progetto
  • definire la fattibilità tecnica ed economica del progetto = cosa dobbiamo fare concretamente per realizzare l’obiettivo, quali investimenti in tempo-energie-soldi sono necessari, quali risorse richieste mancano e quindi vanno acquisite
  • definire la redditività attesa dell’investimento e i fattori di rischio che possono influenzarla negativamente = essere certi che il raggiungimento dell’obiettivo ci renderà davvero felici, e valutare i potenziali ostacoli
  • indicare gli investitori coinvolti e l’entità della partecipazione richiesta = un progetto del genere richiede per forza di cose il coinvolgimento e il supporto delle persone che ci sono più vicine. E non parlo necessariamente di prestiti in denaro…
  • valutare sinteticamente l’impatto ambientale del progetto = il nostro progetto influenza il nostro ambiente, in positivo e anche in negativo: dobbiamo tenerne conto. Se gli dedichiamo tempo ed energie, ne avremo meno a disposizione per gli altri ambiti e le persone nella nostra vita; d’altro canto, se siamo felici, chi ci è vicino ne risentirà positivamente
  • definire un orizzonte temporale = decidere cosa fare e quando farlo, e darsi un termine

Apparentemente (karmicamente?) tutto corrisponde… Peccato solo che non esistano MBA in felicità (MHA?). Forse dovrebbero.

Voi che dite? Avete un piano?

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8 thoughts on “the happiness plan

  1. Secondo me vedere la felicità come qualcosa da raggiungere, come qualcosa che bisogna programmare e come qualcosa legata al fare ( “Happiness, in other words, is very much about what you do”)porta dritti dritti all’insoddisfazione. Questo perchè programmare, porsi degli obiettivi per essere felici crea delle aspettative, che vengono puntualmente deluse, e inoltre ci lega all’idea che per essere felici bisogna fare questo e quello, e quindi se non posso fare questo e quello non sono felice. Anche quello che dici sul correre, che condivido pienamente, non è detto che porti in automatico alla felicità. Cosa succede se per qualche motivo non posso correre? Sono triste, insoddisfatta, frustrata.
    Io condivido e cerco di seguire la pratica della minfullness, che non sto qui a spiegare, ma che in pratica punta tutto sul vivere qui e ora, nel presente, che è dove si trova la felicità, e ricercare la serenità slegata dagli eventi esterni, ma creandola dentro di noi.
    Francesca di recente ha scritto Teenage girl

    1. Ciao, trovo davvero molto significativa la frase inglese citata e credo che ben riassuma le due dimensioni temporali della ricerca della felicità. A mio parere infatti per il lungo periodo è sufficiente avere un ideale di ciò che si vuole essere come individuo e come membro di una famiglia e di una comunità.
      Questo ideale deve essere il nostro faro nel quotidiano, in cui la felicità deriva dalle scelte che facciamo ogni istante, anche scelte piccole, banali, come accettare un invito a cena o passare del tempo nei social network e così via.
      Sono d’accordo con Francesca, porsi degli obiettivi troppo specifici rischia di creare una sorta di ansia da prestazione e trasformare la nostra vita in un continuo inseguire un qualcosa senza godersi il percorso.
      Molto spesso infatti mi è capitato di ricavare più felicità da piccoli eventi inaspettati che da grandi traguardi raggiunti ma a lungo inseguiti.
      Vivere ogni momento con consapevolezza, apprezzare se stessi e gli altri per quello che si è, trovare la bellezza in ogni piccolo gesto o avvenimento, questo per me è la felicità.
      Tra i miei preferiti il post “Achieving Without Goals” di Leo Babauta.

      1. Mmmhhh in realtà (rispondo a te e anche a Francesca) mi rendo conto di essermi spiegata male. Come dicevo nel post, ci sono tipi diversi di felicità, forse qualcuno userebbe anche parole diverse per definirli. C’è quello che tu chiami “ideale”, che è di lungo periodo, magari è relativamente vago. E poi c’è appunto il quotidiano, le piccole cose, il “viaggio”. Secondo me però le due dimensioni sono profondamente collegate, perché la felicità delle piccole cose non riusciamo a ottenerla, credo, se le scelte che facciamo nel quotidiano non riflettono l’ideale.
        Poi vorrei anche chiarire che il parallelo con il business plan era uno spunto di riflessione, per dire prima di tutto che (sempre secondo me) forse dovremmo essere un po’ più consapevoli di come le nostre scelte anche “piccole” influenzano il “dove vogliamo arrivare”. E del fatto che molti il problema del dove vogliono arrivare, dell’ideale insomma, non se lo pongono proprio.
        Del resto la consapevolezza, o mindfulness, è “passività attiva” (o “attività passiva”) :), essere nel momento richiede una bella dose di impegno secondo me.

        Poi “l’ideale” sarà diverso per ognuno: un progetto molto preciso (che però magari cambierà in corsa), “fisico”, oppure no. Però sono convinta che le piccole cose (inaspettate/impreviste… o forse no ;)) che ci rendono felici lungo il percorso, alla fine, sono una conseguenza del fatto che il percorso è quello giusto.

  2. Diciamo che ci sto lavorando da quando sono nata. Questo schemino qui sopra può essere utile, sai? quasi quasi me lo appunto.
    Comunque, è un po’ come quel discorso del viaggiare per andare in vacanza: c’è chi non vede l’ora di arrivare a destinazione, per sentirsi davvero in vacanza, e chi invece c’è già appena inizia il viaggio! (indovina com’è per me?) 🙂
    polepole di recente ha scritto Ri-trovarsi

  3. Mi è venuto immediatamente in mente il sito di Gretchen Rubin, “the happiness project”. Lo conosci?Quando avrò finito i 5 libri di crescita personale che ho acquistato voglio impegnarmi a leggere il suo blog.
    Rimando perchè i libri di questo tipo non vanno letti uno dopo l’altro come se fossero romanzi; vanno letti meditati, annotati/evidenziati per renderci ad ogni capitolo una persona migliore.
    Credo fermamente nella forza delle abitudini, anche e soprattutto quelle che sappiamo corrette anche se cediamo alla “rimandite” o all’effetto “chissenefrega”.

  4. l’happiness plan è qualcosa che non potrei mai fare, mi sembra un controsenso. Ciò che mi dà più felicità deriva da qualcosa di inaspettato 🙂
    A livello personale seguo sempre questa citazione di richard bach
    ”And what would you do,”
    the Master said unto the
    multitude, “if God spoke directly
    to your face and said,
    ‘I COMMAND THAT YOU BE
    HAPPY IN THE WORLD, AS
    LONG AS YOU LIVE.’ What
    would you do then?”

    E ci tengo a sottolineare che è stato usato Do e non Make, quindi sono comprese anche attività non necessariamente pratiche/da fare 😉

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