godersi il tempo che c’è

cieloLeggevo qualche tempo fa questo post di Simone Perotti, dove si dice tra l’altro (ma andate a leggerlo tutto, tra l’altro è molto breve):

“Viviamo nel paradosso di pretendere chissà cosa dalla nostra vita e sprecare tempo e opportunità per realizzarla. Preserviamo la nostra salute fino all’ossessione, e poi sprechiamo il tempo…  “Il giorno della fine non ci servirà l’inglese”, cantava un buon poeta.

È tutto molto più breve e più semplice di come appare. Complicare, dare significati ulteriori, infittire di impegni e incombenze, ritenere gli anni smisurati e volerli ulteriormente estendere sperando nell’immortalità e nella salute, non cambieranno l’ordine dei fattori: due corse in un prato, qualche risata, un po’ d’amore. Per il tempo che c’è. Quando c’è.”

Ecco, io non so se sono d’accordo.
O meglio: sono d’accordo (ovviamente) sull’idea di non sprecare il tempo. Ma quel “Il giorno della fine non ci servirà l’inglese”, quello proprio non lo condivido.

Il giorno della fine magari no, l’inglese non mi servirà (e comunque non ne sono del tutto sicura!). Ma in tutti i giorni che l’avranno preceduto? Come del resto tutte le altre cose che avrò fatto, visto, imparato, per cercare di arricchirmi la vita e allargare un po’ i miei orizzonti (ne avevo parlato tangenzialmente anche qui)
Impegni e incombenze non sono necessariamente negativi. Lo diventano se consistono di attività non significative, fast food per la mente. Roba da consumare rapidamente, in batteria, che non ci dà nulla ma serve solo a illuderci di essere occupati; per poi lasciarci insoddisfatti, con il cervello otturato e rallentato da tutto quel superfluo.
L’ozio “sano” serve a rigenerarci e a (ri)trovare ispirazione. Ma nella mia vita e nel mio tempo io voglio (vorrei) che ci fossero tante cose da fare, posti da vedere, corsi da seguire, testi da tradurre, lingue da imparare, chilometri da correre. Sudore da sudare. Persone da conoscere, con cui parlare e ridere e condividere.

E un’altra cosa: come faccio a godermi il tempo che c’è, poco o tanto che sia, se non sto bene? E parlo proprio di stare bene fisicamente.
Non si tratta di fare i salutisti a oltranza (chi mi conosce sa bene che, ad esempio, dal punto di vista alimentare ho molto, molto da migliorare!), ma di rendersi conto che il benessere fisico è il primo presupposto. Senza quello, tutto il resto casca e si blocca, tutto diventa complicato. Se dopo pochi passi resto senza fiato, mi fa male lo stomaco, ho dolorini continui qua e là, medicine da prendere, controindicazioni da considerare, cose che non posso o non riesco a fare: limitazioni insomma. Il mal di schiena che non mi fa alzare dal letto, le articolazioni che gridano vendetta perché da anni le carico di peso superfluo, le arterie otturate e i polmoni pieni di catrame… come posso pensare di vivere bene?
(E non mi addentro per manifesta inferiorità nei risvolti psicologici del non sentirsi bene nella propria pelle)

Il problema non è tanto il rischio di ridurre il mio tempo futuro (rischio che, comunque, se non mi prendo cura del mio fisico esiste ed è concreto): ma la certezza che sto vivendo male, o che potrei vivere meglio, il tempo presente, questo momento qui.

È proprio perché so che i miei anni non sono smisurati, che voglio fare quel che posso per starci bene dentro. Credo che essere in equilibrio e godere di quel che si può sia molto, molto più difficile se il mio corpo non mi risponde come potrebbe. E allora ci metto volentieri un po’ di tempo, di impegno e di sudore. E non credo, non accetto, che questo possa essere considerato uno spreco, una complicazione. Accetto che c’è chi fa una scelta diversa e, ovviamente, ne sopporta conseguenze.

Se poi, domani o tra dieci anni, il destino vorrà che io mi trovi bloccata in un letto, cercherò un nuovo equilibrio, nuove cose di cui godere. Ma almeno non avrò rimpianti.

E ora scusatemi… vado a sudare 🙂

“Take care of your body. It’s the only place you have to live” (Jim Rohn)

minimo è anche su Facebook e su Twitter

9 thoughts on “godersi il tempo che c’è

  1. Eccola! Bentornata. Avevo letto anche io quel post, e mi era piaciuto molto. Anche io avevo fatto le mie riflessioni. Credo che Perotti volesse essere un po’ provocatorio, ma in fondo mi trovo abbastanza d’accordo con lui. Io l’ho letta come una critica a chi si fa in quattro per allungare la propria vita e poi la spreca correndo dietro alle mille distrazioni del quotidiano. Ci ho letto una specie di “meglio pochi (anni) ma buoni”, per capirci… Il mio atteggiamento verso la vita è sempre stato molto simile. Oggi, a 45 anni, un po’ ci ho ripensato. Ho mollato alcune cattive abitudini e sto cercando di acquisirne di migliori (la mia nuova frontiera è quella dell’alimentazione). Spero veramente di vivere più a lungo possibile, ma spero anche di vivere ‘con significato’ i miei anni venturi, possibilmente ogni giorno che mi sarà concesso. Credo che alla fine (e per fine intendo proprio la fine) più che saper bene l’inglese, conti ricordare senza troppi rimpianti quello che si è fatto e come si è vissuto. Per essere sereni, anche in quel momento.

    1. Sono d’accordo con te, sicuramente l’intento era provocatorio nel senso che dici. E altrettanto sicuramente è la mia prospettiva a essere un po’ “deformata” (dal fatto che, negli ultimi tempi, mi sto concentrando abbastanza sull’attività fisica).
      D’altro canto, cercare di allargare i miei orizzonti, arricchirmi insomma (che può voler dire mille cose) è una delle cose che per me conta di più, che dà significato alla mia vita. Diciamo che il “chi vuol essere lieto sia” mi sta bene, ma fino a un certo punto 🙂

  2. Ciao Minimo! Sono anch’io d’accordo con Alberto sull’intento un po’ provocatorio e generalizzato di Perotti. Sono d’accordo anche con te, assolutamente, sull’impegno di gestire la carcassa al meglio poiché è un’azione furba e lungimirante. Penso che la grande linea di demarcazione in tutte le cose che facciamo, qualunque esse siano , è se hanno un senso nella nostra ottica di vita o se non ce l’hanno, se le facciamo per altri, per immagine, per abitudine, per debolezza. Evitato questo tutto è lecito e giusto secondo me. Pensa che la settimana scorsa stavo per morire in un incendio, me la sono vista davvero brutta, e sai cosa mi è passato per la testa mentre ero in mezzo al fumo? Che andava bene, ero pronta, ero dove volevo essere cercando di fare quello che volevo fare della mia vita. Niente rimorsi né rimpianti, andava bene così. E’ stata una bella conferma.
    Pattylafiacca di recente ha scritto Photo week 50equalcosa

    1. Come al solito sono d’accordo con te (se però eviti di rischiare di lasciarci la pellaccia ti siamo tutti molto grati! ;))

  3. da un paio di mesi sto correndo con assiduità, con l’obiettivo di migliorare il livello di benessere generale e di vitalità del corpo. Non ho mai realmente pensato a “prolungare la mia esistenza”, ma la sola idea mi mette ansia, quasi quanto l’idea di correre per essere più magra e carina. Forse sbaglio.

    1. Mah, io non critico chi vuole allungarsi la vita… o correre per diventare magro e carino 🙂 a parte il fatto che praticamente tutti iniziano a correre per stare meglio, che tante volte è solo un modo più elegante per dire “per dimagrire”, e poi finiscono per correre “perché sì e basta”. Ognuno si pone gli obiettivi che vuole, se funzionano per lui ben venga. Più che altro non so se fare attività fisica mi prolungherà effettivamente la vita, ma sono certa al 100% che mi aiuta e mi aiuterà a vivere meglio ora e in futuro (sperando che sia un futuro più lungo possibile, ecco)

  4. CIao,
    su quel post ero intervenuto e riporto qui parte della mia risposta:

    “Ci struggiamo tanto perchè viviamo come in una bolla finanziaria. Per qualche ragione naturale, ciò di cui ci priviamo si gonfia dall’altra parte, nel regno delle nostre aspettative, condannandoci alla frustrazione perpetua. Perchè poi a quelle aspettative, enormi e credo irrealizzabili, ci crediamo, fessi. E non potrebbe essere diversamente, visto che sono il surrogato (scintillante, ipertrofico e idealmente bello, ma virtuale) di una vita mancata, o vissuta solo a sprazzi.”

    Io non credo che l’inglese non vada imparato e Battiato, che di lingue ne conosce diverse, non voleva dire quello nella sua canzone “Il re del mondo”. Io credo che il messaggio di Perotti, e di Battiato, sia di non fare l’errore di considerare certe cose più importanti di altre. Di non dedicare la vita a concetti che hanno un valore virtuale, gonfiato dalla società e dai nostri cervelli, spingendoci a sacrificare, relegando in secondo piano, l’amore, una corsa in un prato, il piantare un albero, ecc. Soprattutto vivendo male queste semplicità preziose.
    Tanto la vita finisce e non sta scritto da nessuna parte che la dobbiamo passarla a inseguire la felicità a tutti i costi (cosa che ci condanna all’infelicità perpetua), o la forma fisica perfetta (a che serve se non a baccagliare in una società che vede il palestrato al top della bellezza? Basta una buona salute e il tempo e soldi risparmiati meglio impiegarli in qualcosa di sentimentale, o piacevole, o tutt’e due) o il denaro (“che ci dà la tranquillità economica” ma ci toglie il sonno per le beghe sul lavoro o per la semplice paura di perderlo)… e molto altro.
    L’inglese, poi, non è secondo me scelto a caso. In un mondo industrializzato, turbocapitalistico, dove il tuo valore è espresso in termini di successo (e derivati), se non parli inglese sei penalizzato. L’inglese un po’ come la porta d’ingresso verso questo mondo molto superficiale, banale, rigidissimo (o sei dentro e accetti tutte le imposizioni o sei uno scarto – cfr Bauman). E l’inglese allora io lo vedo un po’ come simbolo di tutto ciò (esattamente come, successivamente, è diventato l’essere competenti in informatica). Piccola battuta per sdrammatizzare: adesso che la Cina è una superpotenza, mi aspetto un fiorire prima o poi di corsi di cinese per chi non vorrà essere tagliato fuori dall’ultimo mega passo verso la globalizzazione. E tutti lì, volenti o no, a impratichirsi con quella lingua così ardua, ce li vedo proprio…

  5. Ciao. Intendevo quel che voi mi pare individuate molto bene. Facciamo i pesi, semplicemente: quanto tempo, denaro, attenzioni dedicati/e al benessere fisico, all’estetica, etc, e quanto a quello spirituale e psicologico. Tutto qui. Se il conto torna con equa ripartizione, tutto a posto. Ma direi che nella grande maggioranza dei casi non è così. Buon vento sempre a tutti voi. Ciao.

    1. Grazie Simone per il tuo commento. Anche su Facebook mi hanno fatto notare (giustamente) che il tuo post può essere letto a tanti livelli, e io sicuramente ho fatto mio quello che rispecchiava di più la mia esperienza e anche le mie priorità, in quel momento e non solo. Certamente quello che conta è il fatto che “il conto torni”, come dici tu.

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