cosa rimane

fromaboveUno dei primi post che ho scritto su minimo parlava di principi (non quelli azzurri), e del fatto che non esiste IL minimalismo, ma che ognuno prende quel che vuole e può e si costruisce UN minimalismo a propria immagine e somiglianza.
Più in là ho in parte ritrattato questa affermazione, riflettendo sulla decrescita più o meno felice, come scelta o come imposizione dettata da condizioni esterne.

Il mio percorso è partito, come sapete, da uno degli aspetti più “facili” e pratici del minimalismo, il decluttering.
All’epoca la crisi economica per noi era un concetto astratto: entrambi lavoravamo e guadagnavamo bene. Giocava a nostro vantaggio l’allergia istintiva per i debiti non assolutamente necessari (casa e auto), ma per il resto spendevamo allegramente e senza farci troppe domande.
Risultato: casa strapiena di oggetti inutili, anche costosi, spesso utilizzati poco o per niente, dai soprammobili ai capi di abbigliamento ai piccoli elettrodomestici. L’idea di liberarsene ha aperto la porta a una serie di riflessioni: sui soldi (quanti ne avevamo sprecati = quanti ne potevamo risparmiare), sul lavoro, sul tempo.
Siamo decresciuti per motivazioni assolutamente interiori: non avevamo necessità di ridurre gli oggetti che possedevamo o le spese, ma l’abbiamo fatto perché sentivamo che era la direzione giusta da prendere.

Poi entrambi i nostri fatturati hanno iniziato a calare: riduzione delle spese superflue, autoproduzione, riflessioni sul consumismo e sugli oggetti che possiedi o ti possiedono… mantenevano intatta la loro valenza chiamiamola filosofica, ma ne acquisivano anche un’altra molto pratica. Corrispondevano a una disponibilità economica maggiore, che in parte compensava la riduzione dei guadagni; e ci consentivano di vivere con serenità questo ridimensionamento del nostro stile di vita.
A qualcuno quest’ultimo aspetto potrà sembrare poco importante; ma io, conoscendomi!, sono estremamente grata di essere entrata in contatto con il minimalismo quando non era una necessità impellente, e di averlo potuto fare mio con i miei tempi e con i miei modi. Sono problemi da primo mondo, intendiamoci; ma tutti sappiamo che è difficile essere abituati alle cose belle, a spendere senza pensarci troppo, a entrare in un negozio d’impulso e… dover smettere.
Da un certo punto di vista lo è quasi di più quando la tua situazione economica, come nel nostro caso, lo rende consigliabile ma non assolutamente necessario; quando non rischi che ti portino via la casa o di non riuscire a riempire il frigo, insomma. Quelle rinunce non fanno la differenza in modo così evidente; ed entra in gioco anche l’impulso a spendere per convincerti che non è cambiato nulla e tutto va bene, o al limite che tutto andrà meglio molto presto.
Spendi per non sentirti povera. E così facendo lo diventi ogni giorno un po’ di più.
Noi, come dicevo, questa situazione abbiamo avuto la fortuna di riuscire a evitarla, anche quando le cose si sono fatte piuttosto grigie.

Il minimalismo, oggi, per me è tornato a essere più una questione filosofica e di scelta, che una necessità imposta dall’esterno: e così mi sento di tirare qualche conclusione su quello che è diventato stabilmente parte del mio stile di vita, e su quello che invece ho sperimentato ma anche abbandonato.

Il decluttering continua, anche se su scala ovviamente minore e più che altro sotto forma di eliminazione delle spese superflue; ho fatto ancora più mio il concetto del “più qualità possibile e meno quantità” (in particolare nell’ambito del guardaroba). Sono invece tornata in parte sui miei passi per quanto riguarda l’autoproduzione (in parte, lo ammetto, per una questione di pigrizia).

Al di là delle scelte pratiche però, mi rendo conto di aver acquisito almeno due forme di consapevolezza che difficilmente mi abbandoneranno, a prescindere dalla situazione economica in cui mi verrò a trovare in futuro.

La prima è quella relativa al “peso” delle cose, prima e dopo che le acquisiamo, della quantità di risorse necessarie per produrle, acquistarle, mantenerle e poi liberarcene. Non credo riuscirò mai più a comprare e spendere “senza pensarci troppo”, con leggerezza; e ammetto che a volte mi manca, e che altre mi faccio un po’ violenza (!) perché non voglio arrivare all’estremo opposto.
La seconda riguarda la necessità di essere sinceri, prima di tutto con noi stessi, riguardo alle motivazioni che ci spingono (o alla mancanza di).
Ne ho parlato spesso anche qui su minimo: le scuse, gli alibi che ci fabbrichiamo per giustificare il nostro comportamento. Una trappola in cui sono cascata per molto tempo, ad esempio in relazione all’attività fisica (ma in fondo sto bene così, non sono mica obesa, con questa caviglia cosa vuoi che faccia, non ho tempo, bla bla bla); oggi mi sforzo di cercare di evitarla il più possibile. Il rovescio della medaglia è che ormai la trovo insopportabile negli altri.

Piccole grandi verità che risultano faticose, a volte decisamente fastidiose (!). Ma sono convinta che facciano la differenza.

E voi? Come si sta svolgendo il vostro “percorso minimalista”? Cosa vi ha lasciato di duraturo? Cosa avete provato e abbandonato, e cosa decisamente non fa per voi? In cosa faticate particolarmente? Aspetto i vostri commenti 🙂

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21 thoughts on “cosa rimane

  1. Bella domanda…resta sicuramente la necessità di limitare il disordine (la mia stanza è il mio regno, ma dato che è solo un piccolo spazio tende subito a diventare un girone infernale) e di “farmi violenza” per decidere subito delle cose che entrano (cartacei vari, riviste residue di abbonamenti, documenti da archiviare, ecc).
    Resta l’abitudine a chiedermi “mi serve davvero?” prima di comprare, anche se a volte è stato difficile e in particolare dopo l’acquisto del kindle devo stare attentissima al clutter digitale (ho comprato sicuramente più ebook di quanti posso leggere in un anno, anche se a prezzi stracciati).
    Quello che mi riesce difficilissimo (se non impossibile) è rinunciare alle uscite, alle cene tra amici, a quei piccoli ma costosi piaceri che oggi posso permettermi (perché ho un lavoro e condivido le spese con mamma) e domani non so…diciamo che vivo l’oggi senza preoccuparmi troppo del futuro…spero di non pentirmene troppo 😀
    yliharma di recente ha scritto Non c’è niente di scontato

  2. Mi sento in una fase piuttosto “matura” del mio minimalismo: ho fatto molto decluttering e ho modificato la mia vita (lavorando meno e trasferendomi al mare, fuori città).
    Mi resta, forte, l’approccio minimalista agli acquisti, la forma mentis del “mi serve, davvero?” e dintorni. Mi restano due ante neanche piene, senza bisogno del cambio di stagione. A volte penso che se avessi più soldi acquisterei alcune cose. Ma penso anche che ho scelto io di lavorare e guadagnare meno. Evidentemente non mi serve poi così tanto l’auto nuova, il Mac mini non ha bisogno di diventare un iMac e così via…

    Quello su cui ancora non ci siamo è l’altro tuo “tema forte”: l’attività fisica. In realtà io sono sincero con me stesso: sono pigro. Tutto qui, senza scuse. Ho la bici, abito in pianura, ho il tempo, ho addirittura un tapis roulant, ho tremila stimolanti app che fanno da trainer… ma mi muovo scandalosamente poco. E l’assurdo è che quando lo faccio mi piace! Ma non sono costante, una mezza dozzina di corse e/o di pedalate, poi mi fermo per settimane…
    Any suggestions? Valgono anche insulti motivazionali 😉

    1. Oddio, potrei risponderti in mille modi (insulti motivazionali compresi ;)), ma gli unici suggerimenti che secondo me valgono qualcosa sono a) trova qualcosa che ti piace davvero, magari provando anche attività diverse dal solito (il tapis roulant ad esempio per me è la morte, se mi affidassi solo a quello non correrei mai ma mai!) b) fallo per almeno 30 giorni. A quel punto sarà diventato un abitudine, avrai iniziato a vedere i risultati, e soprattutto non potrai più fare a meno delle endorfine e della sensazione di benessere!

  3. Elle questo tuo post mi piace tantissimo, ci voleva proprio.
    Io un bilancio faccio fatica a farlo con sincerità. Non ho la sensazione che ci sia stata per me un’epoca pre-minimalista. Piuttosto, a un certo punto, una maggiore consapevolezza che uno stile di consumo vicino al mio era diventato una realtà definita e discussa, con una sua definizione specifica. Sull’onda di questa consapevolezza negli ultimi anni, a casa nostra, c’è stata una progressiva maggior valorizzazione del fare da sé (taglio capelli, pulizie & stiro, piccolo cucito e aggiustaggio domestico, pane etc., yogurt, un po’ di orto e conserve..) e una ridefinizione dei ruoli domestici che puntasse al raggiungimento di un equilibrio economico senza trascurare il benessere di ciascun membro della famiglia (per quanto possibile).
    Ancora diversi problemi restano aperti: una diversa sensibilità al tema nella coppia, l’avere a che fare con scelte che coinvolgono anche i bambini, il sentirsi di dover pensare in prospettiva, perché le scelte che consentono un equilibrio economico oggi possono non mettere basi economiche sufficienti per future necessità familiari o imprevisti..
    Questi temi sono al centro delle mie riflessioni degli ultimi tempi, ma ti ringrazio perché fa bene ogni tanto confrontarsi con gli altri e con sé stessi e fare il punto della situazione..

    1. Una conseguenza che stavo trascurando: con l’esperienza noi genitori abbiamo acquisito competenze pratiche sempre maggiori (soprattutto io, che ero la più carente, lo ammetto 😉 ) ed è una gran soddisfazione sentire che mio figlio mi può chiedere di preparargli una semplice focaccia o cucirgli un banale mantello per giocare, ed io non solo lo posso accontentare senza particolare spesa o fatica… ma glielo posso pure insegnare!!

  4. Per me siete avanti tutte e due! 🙂 Mi aggancio al commento di Mela, perché anche io bilanci non so farne. Posso condividere molto di quello che hai scritto tu, il mio minimalismo è assolutamente personale, anche io ho la fortuna di esser arrivata a un certo modo di veder la vita per scelta in tempi non sospetti, forse anche perchè quando sono stata piccola io i miei avevano uno stile di vita quasi frugale, mia madre mi ha insegnato a cucire e cucinare, le nonne ad esser curiosa di piante e saperi antichi, e quando altre scelte hanno comportato un dimezzamento netto del reddito non mi è pesato perché già avevo valutato che potevo fare a meno di tanti cose e di altre avevo ampia scorta (e, importantissimo, il mutuo di casa già estinto e una utilitaria di proprietà). Le autoproduzioni mi piacciono perchè ho più controllo su cosa mangiamo, perchè ho la sensazione di esser quasi autonoma, perchè mi rilassa impastare, cucinare, passare tempo con mia figlia mentre cucino (e vedere il suo interesse). Sono, però, una da riuso e riciclo spinto, quindi preferisco dare una seconda vita a quasi tutto, con i rischi che puoi immaginare! Poi ci facciamo tanti lavoretti e giochi (ma purtroppo i parenti insistono a regalarle tantissimi giochi brutti e inutili, ne ho il garage pieno perché non ho il coraggio di regalarli, ma prima o poi dovrò perchè lo spazio vitale finisce…), che riempono ore tolte alla TV che non ho più da che è nata lei (questo il decluttering di cui vado più fiera), però a volte ho paura di finire sommersa dagli oggetti, io il loro peso lo percepisco moltissimo. Mi sono data degli obiettivi ma non sono sempre brava a rispettarli, su questo voglio migliorare tanto. Se guardo indietro son contenta p.e. di aver trasformato la mia voglia compulsiva di comprare libri cartacei in un più ragionato acquisto di ebook, temevo cedesse la soletta di casa prima o poi e come dicevi tu in viaggio è una goduria viaggiare leggeri col kindle e senza doversi inventare modi per far stare libri e non sforare sul peso dei bagagli…. Solo con gli albi illustrati mi autoderogo (come dicevi tu a volte occorre forzarsi per non eccedere in nessun senso), ma scelgo. In generale sto testando un equilibrio che rinegozio spesso, nè asceta nè mani bucate. Poi come Mela ho un marito che ha un carattere diverso dal mio e che fa valutazioni diverse da quelle che faccio io (lui vivrebbe con uno zainetto con un cambio di abiti uno e lo spazzolino, però poi conviene che è pratico aver una dispensa ben fornita e un armadio con tutti i materiali per impegnare le giornate di pioggia) e una bimba che cresce, cui dare input equilibrati, una sorta di missione (im)possibile.
    Bello rileggerti.
    Cì di recente ha scritto Falafel e radicchio

    1. “Testare un equilibrio che rinegozio spesso”: è proprio così, non avrei saputo dirlo meglio. Diciamo che mettendoci tutt* insieme facciamo un(a) superminimalista che consuma poco e spende ancora meno. Ed è una bella cosa, secondo me 🙂

  5. Io da quando ho cominciato a interessarmi di minimalismo ho praticato molto decluttering (che già facevo senza conoscere l’espressione inglese), anche se tanto ancora ci sarebbe da fare, soprattutto nell’armadio e nel settore “oggetti che tengo per ricordo”, questi ultimi a volte mi fanno stare male perché, pur sentendo il peso del “clutter”, non riesco a darli via, ma ci arriverò pian piano… In generale quando devo fare acquisti cerco di chiedermi sempre se una cosa mi serve davvero, se posso trovarla in prestito, o scambiarla etc… Mi faccio fregare però dai saldi, soprattutto per la bimba, anche qui c’è ancora parecchio lavoro interiore da fare per diventare impermeabile alle lusinghe del consumismo sfrenato! :/
    In tema invece downshifting devo dire che ultimamente non faccio che pensare “quale stile di vita voglio avere? Quali sono le mie priorità?”. Sono rimasta senza lavoro quando ero incinta, ormai quasi 3 anni fa, ho avuto una meravigliosa bimba che è attaccatissima a me, ora sto cercando lavoro ma trovo solo full time distanti da casa che non mi permetterebbero di rientrare neppure in pausa pranzo e io non riesco a pensare di vedere mia figlia solo alla sera dopo che per due anni e mezzo abbiamo vissuto quasi in simbiosi. Eppure lo fanno tutti, mi do della viziata, mi dico che non posso permettermi di starmene ancora a casa con lei e rifiutare colloqui (di questi tempi poi!), una parte di me mi dà della pazza, ma l’altra mi dice : “è più importante tua figlia o qualche acquisto compulsivo di troppo?”… I miei pochi risparmi si stanno esaurendo, ma ancora voglio credere che il mio downshifting inizialmente forzato e che ora protraggo volutamente, sia stato anche una opportunità di fare la mamma come non sarei riuscita a fare lavorando (ovviamente parlo solo del mio caso, del rapporto fra me e la mia bambina, non intendo dire che sia un modello giusto né praticabile per tutti…).
    Valentina di recente ha scritto Il bambino è competente – e la mamma?

    1. Ovviamente sono scelte molto lontane dalla mia esperienza, ma in fondo mi sembra semplice: a) Cosa vuoi fare davvero? b) Puoi permettertelo?

  6. È da qualche giorno che ci penso e che cerco di fare anch’io un po’ di bilancio (induci in tentazione, elle!).

    Premetto che per motivi di lavoro, famiglia e destino ho fatto un tot di traslochi internazionali (va bè: europei) nella mia vita e che già questo costringe a un certo punto a ripensare con criteri diversi da quello della chiocciola cosa impacchettare e cosa mettere in valigia.

    Ho imparato a staccarmi dalle cose e a dare loro il giusto valore. Giusto per me, ovvio. In varie occasioni sono stata tacciata di indifferenza e menefreghismo, con mia grande sorpresa, in verità. Il fatto è che sono arrivata alla banale conclusione che le cose sono per le persone e non viceversa. In quest’ottica una delle soddisfazioni più grandi l’ho avuta poco prima di Natale, da mio figlio dodicenne, che un giorno, tornato da scuola, mi ha raccontato che un suo carissimo amico senza volere aveva fatto saltare la sua (di mio figlio) trottola oltre il recinto della scuola ed era desolato perché non potevano recuperarla. “E io, mamma, gli ho detto: «Non preoccuparti, N., è solo un giocattolo.»”. Per me questa è la prova che le scelte alla fine lasciano un segno, anche nelle generazioni future.

    In fondo, se ci penso, i cambiamenti quest’anno sono stati molti e profondi: anche se ho sempre praticato il decluttering (andando contro natura perché io sono una formica nata), farlo con consapevolezza cambia moltissimo la prospettiva e la profondità. A un certo punto l’anno scorso mi sono detta che volevo solo l’essenziale e liberarmi del superfluo: cose, chili, relazioni. Ho iniziato dall’armadio e sono arrivata a una separazione che aspettava da anni di essere messa in pratica e che il mese scorso si è conclusa con la firma del divorzio e tanta serenità per tutti.

    Anche solo dal lato pratico, questa scelta ha avuto ovviamente un forte impatto, che si è tradotto in una casa molto più piccola (in affitto), conti super oculati (traduttrice autonoma: presente!), eliminazione di un sacco di gadget (televisione, DVD e compagnia, lavastoviglie, microonde, nespresso, impianto stereo, alberghi a cinque stelle e forse qualcos’altro). NON MI MANCA NIENTE. Mio figlio ogni tanto mi chiede una casa più tecnologica, ma bilancia durante la settimana che alterna con suo padre e sopravviverà (non sono una aspirante Amish, sia chiaro, solo che dopo tutte le ore che passo al computer per lavorare io di altri schermi proprio non sento il desiderio, anzi).

    Ripensavo poi al titolo di un post di minimo di qualche mese (o settimana?) fa: “chi ha paura di una parete vuota?” Io no io no! Quello di cui ho paura, mi sono resa conto grazie a questa riflessione, è della DISPENSA vuota. Sarà il retaggio di noi figli di genitori che hanno fatto la guerra, o di noi figli di famiglie numerose per cui la spesa non era fatta a chili ma a casse. Il frigo vuoto mi dà le vertigini, lo confesso, ma devo dire che sono anche brava a non sprecare né a buttare il cibo. In casa mia il riciclabile si ricicla, anche l’acqua con cui lavo l’insalata, che va sempre a innaffiare le mie piante.

    Grazie per i tuoi bei post, elle, spero che ce ne regalerai ancora un bel po’ 😉

    Raffaella

  7. E’ sempre bello leggerti anche per una come me che minimalista non lo è, o meglio lo è a modo suo (ma poi leggo i commenti e la verità è che tutti sono minimalista a modo loro).
    Non amo spendere soldi per abiti, di cui sono comunque fornita, posso ancora permettermi acqua e sapone, quindi li uso e poche mise bastano per essere sempre in ordine. Sono minimalista sui libri che prendo SEMPRE in biblioteca, tanto ormai tutte le biblioteche sono organizzate con un sistema di interscambio, quindi posso avere tutto o quasi in tempi accettabili. Per andare a prendere i libri vado a piedi, niente palestra, zumba o altre attività per cui ci sia da pagare, faccio le scale 20 volte al giorno tanto basta per tenermi in forma.
    Non sono minimalista sul cibo, ma anche qui c’è da fare un discorso, prendo olio, burro, o altri prodotti magari più costosi, ma che se sono di qualità ne uso meno.
    Sull’autoproduzione sono abbastanza brava, faccio quasi tutto da me.
    Quello in cui vorrei migliorare è l’attività fisica, ho detto che fare le scale basta, non è vero, vorrei rimettermi a correre come avevo fatto lo scorso autunno, non tantissimi km, ma costantemente ogni giorno.
    Purtroppo le giornate piovose non aiutano, ma anche questa è una scusa, da vincere assolutamente prima che sia troppo tardi.
    Flavia di recente ha scritto Miss Marple

    1. Correre tutti i giorni non è necessario e non ti fa nemmeno bene, anche il riposo tra un allenamento e l’altro è importante. L’ideale sarebbe 3 giorni alla settimana, ma come e quanto nello specifico dipendono da che risultati vuoi ottenere.

  8. Di duraturo ci sono gli spazi liberi conquistati un quadratino alla volta, sempre più ampi, che fanno venir fame di ulteriore spazio. Un desktop pulito, che aiuta a incasinarsi meno.
    C’è l’idea di un lavoro più a mia misura, per il quale ho tenuto il punto e sto lavorando con altri. Una solitudine per lo più benefica.

    Di nuovo c’è il kindle, che mi è stato regalato e mi sta dando soddisfazione,
    e la coppetta mestruale, che fra le altre cose contribuisce anch’essa al decluttering (di materiali e di ansie).

    Di ancora stentato ci sono gli investimenti: le mie finanze le gestisco bene, ma a parte i buoni postali ed assicurazione sulla vita ancora non mi sono decisa a concludere nulla sul fronte contributi volontari pensionistici; fondamentali.
    Ci rifletto, mi piace l’idea, ma quanto ad attuarla non mi sono ancora chiarita le idee, quali possibilità ho, e rimando.
    Denise Cecilia S. di recente ha scritto Piccolo bilancio minimalista / 6

  9. Bellissimo post! Seguire il tuo blog unitamente ad altri in lingua inglese ha fortificato in me una coscienza minimalista che già avevo in nuce e della quale ero poco consapevole. La parola chiave è sicuramente “consapevolezza” (nelle scelte della vita, negli acquisti, etc.) che ti permette di metabolizzare quegli spunti che hai già dentro di te ma che il condizionamento mediatico non ti permette di mettere in pratica. Personalmente ho fortemente ridotto l’acquisto di libri cartacei (per ora l’ebook non mi attira), di vestiti, di gadget, di cibo e cerco di non acquistare nulla che non sia veramente indispensabile. Oggettivamente per vivere si ha bisogno di molto poco e se si riesce a distinguere bisogni da desiderata tutto diventa più facile. L’unica cosa su cui continuo a investire è la formazione, essendo un fautore della formazione permanente (Life Long Learning) per cui continuo a conseguire master o titoli per il piacere di apprendere.
    Un saluto

    1. Penso anche io che la formazione permanente sia un investimento a prova di bomba, specie considerando le tantissime opportunità, anche a basso costo, che ci mette a disposizione la tecnologia. Certo ci vogliono grande impegno e determinazione, continuare a imparare è più facile a dirsi che a farsi…

  10. Ciao Laura! Che bella domanda… Io penso di essere nata minimalista: negli anni ’80 , da adolescente, dato che il minimalismo (come lo intendiamo oggi) non esisteva, più che altro ero “strana” ai limiti del “disadattato” e crescendo quel fastidio per il troppo è diventata una consapevolezza da “esercitare” poi per necessità, dopo aver perso il lavoro.
    Oggi non posso più tornare indietro: mi piace la libertà che ho non avendo certi bisogni “di avere altro” che sembrano imprescindibili per molti, però quel fastidio per il troppo non si è mai placato. Non è un dire “OK, c’è il troppo e a me non interessa, ognuno per la sua strada”, no: sempre di più una passeggiata tra le vetrine sta diventando per me un fastidio immenso, e non è la volpe e l’uva, è che proprio nulla mi sembra necessario, tutto troppo artificioso, insomma, in “campo nemico” sono ancora “disadattata” e questo è il nodo da risolvere…ciao, al prossimo post!

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