non compriamo mai nulla

Tecnicamente, non compriamo una cosa, ma ci impegniamo a mantenerla. Di quali cose sto parlando? Di tutte. Comprese quelle per cui non spendiamo un euro.

Supponiamo di comprare una maglietta. Quante volte la laveremo? Quanta acqua e sapone ed elettricità ci costeranno quei lavaggi? Quanto sforzo aggiuntivo per piegarla e riporla?

Ancora più importante, ci impegniamo a mantenere, a sostenere, l’idea di quella maglietta. Del fatto che ci serve. Che ci terrà caldo. Che soddisferà un nostro bisogno. Che senza quella particolare maglietta quel bisogno rimarrebbe insoddisfatto.

E quando la maglietta non ci serve più: la diamo via? La tiriamo fuori dal cassetto, andiamo in macchina in un negozio dell’usato? La passiamo a un amico? La trasformiamo in stracci? E quanto tempo ci vuole per fare queste cose?

O magari la buttiamo via. Quanto paghiamo ogni anno per il servizio di raccolta dei rifiuti?

Nel momento in cui ha fatto il suo ingresso nella nostra vita, ci siamo impegnati a mantenere quella maglietta; e l’abbiamo pagata in una marea di modi che vanno ben oltre il suo valore effettivo.

Possedere qualsiasi cosa è un impegno verso quel qualcosa, e ha un costo, un costo molto personale e molto diretto, che va oltre il suo prezzo.

La domanda veramente difficile è questa: ne valeva le pena?”

Che altro posso dire? Ha detto tutto lui. È talmente perfetto che non aggiungo nemmeno la solita foto. Non per niente l’idea di minimo è nata (anche) dal suo blog.

minimo è anche su Facebook e su Twitter

2 thoughts on “non compriamo mai nulla

  1. Per una volta non ho capito i concetti espressi dal post (o se li ho capiti non concordo).

    Credo che l’esempio della maglietta non sia centrato, perché si tratta di un bene insopprimibile. Posso avere 1, 10, 100 magliette, ma solo quella che ho vestito quel giorno andrà lavata, stirata, piegata, riposta. Che il trattamento lo subisca sempre la stessa maglietta oppure una diversa per ogni giorno dell’anno (o un altro capo indispensabile) qual è la differenza?

    Se l’esempio fosse stato focalizzato su un altro oggetto, che ne so, un automobile, allora l’avrei condiviso maggiormente: se ho un’auto, dovrò prendermi cura di quella; se ne ho due il “sacrificio” raddoppia. Non così per i capi d’abbigliamento.
    Forse si salva il concetto della trasformazione in rifiuto da smaltire, ma non credo fosse il centro del discorso.

    Altro difetto che mi ha bloccato dal condividere tutto l’articolo riguarda il “diventare sostenitore”: son ben contento che il valore di un oggetto vada ben oltre il suo valore effettivo!
    Sono circondato da oggetti che, pagati una miseria, regalati in momenti di difficoltà, acquistati in una specifica situazione, hanno mostruosamente modificato il loro valore effettivo. Per non parlare di oggetti quali piante e animali, che, cresciuti in un vaso o sul divano di casa, ci sono costati sforzi enormi ma hanno ora un valore affettivo incomparabile.

    My 2 cents.

    1. Credo che il concetto fosse un altro, ovvero che qualsiasi oggetto (indipendentemente da valore in euro, assoluto, relativo, affettivo, e dal fatto che sia unico o uno di mille) ha un costo, anzi una serie di costi, che vanno ben oltre il numero indicato sul cartellino del prezzo. E si tratta di una serie di costi dei quali ci rendiamo conto, forse, poco o nulla. Ovvero “diventiamo sostenitori” degli oggetti, anziché “proprietari”, nel senso che il rapporto è più a due sensi di quel che pensiamo.

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