Quel terrore di rimanere al verde (e come sfruttarlo)

cloudsQui il post originale. I miei commenti come al solito in fondo.

“Ho paura di rimanere al verde.

Paura di non avere abbastanza soldi per le attività extrascolastiche*  dei miei bambini.

Di trovarmi a lavorare per il semplice terrore di perdere lo stipendio, anziché per il desiderio di esprimermi, e per aiutare gli altri.

Ho paura di dover costantemente scegliere tra un bisogno e l’altro, e che una soluzione mediocre sia l’unica che mi posso permettere.

Che la mia unica scelta sia mettere in tavola pasti scarsi, o poco sani.

Se mi metto ad analizzare le cifre in modo razionale, mi rendo conto che questa paura non è fondata.

Quando guardo ai progressi che ho fatto, dal punto di vista finanziario, negli ultimi sette anni, o esamino il nostro budget mensile, so per certo che è del tutto insensata.

Ho la certezza che, anche se io o mia moglie, in futuro, smettessimo di generare reddito, almeno per qualche anno, grazie alle scelte fatte, saremmo tranquilli.

Eppure, la paura rimane.

Non è quella di una volta, quella che ti tiene sveglio la notte, l’opprimente sensazione di catastrofe imminente che accompagnava ogni mio gesto;  ma la sensazione che provo a ogni decisione di spesa, o quando penso al futuro. Quando immagino cosa succederebbe se esagerassimo con le spese, se iniziassimo a prendere decisioni finanziarie poco valide: quando immagino tutte le situazioni che ho descritto sopra.

Tutto questo basta per indirizzarmi sottilmente, o per mantenermi, sulla strada giusta.

Per quanto mi riguarda, queste paure vanno a bilanciare perfettamente una visione del futuro ottimista e basata su obiettivi. Questi ultimi, e la sensazione che mi deriva dalla consapevolezza di essere sulla strada giusta, in genere sono sufficienti a evitarmi anche solo di contemplare la decisione sbagliata; ma quando non è così, ci pensa quella piccola fitta di paura.

La paura può essere estremamente motivante, nel giusto contesto. Naturalmente non deve diventare opprimente, al punto da impedire di cogliere opportunità potenzialmente positive; ma non guasta che rimanga lì, dietro le quinte, a evitarci di fare scelte sbagliate.”

***

Post secondo me interessantissimo.
Se ci fate caso non è facile definire esattamente cosa sia la povertà, o meglio: ci sono tante forme di povertà. Oltre a quella tragicamente ovvia di chi non riesce a sopperire ai bisogni essenziali (tanto per usare una formula semi-burocratica), insomma non ha un tetto sopra la testa e non riesce a mangiare regolarmente, c’è la povertà del non avere potere di scelta, o margine di manovra, perfettamente esemplificata nella prima parte di questo post.

È la povertà di chi è costretto a fare sempre e consapevolmente le scelte peggiori, quelle che gli permettono di risparmiare nel breve o brevissimo periodo. Di chi deve rinunciare costantemente a tutto ciò che è superfluo. Di chi è costretto a fare la graduatoria del necessario, ad accettare che quello che in teoria è un concetto assoluto (una cosa o serve, o non serve) può diventare relativo di mese in mese, di volta in volta. Di chi non può rifiutare un lavoro, qualsiasi lavoro.

È una situazione ben diversa dal non sapere dove dormire o cosa mettere in tavola, naturalmente. Ma è estenuante, e posso dirvelo con certezza perché, in relazione al lavoro, la sperimento sulla mia pelle: pur nella mia situazione di privilegio (perché i lavori che accetto o no non prevedono di lavorare per un padroncino, in nero, magari rischiando la vita su un ponteggio), pur consapevole che in nessun modo potrei definirmi “povera”, so esattamente cosa significa non sentirsi più liberi di dire di no a un lavoro.
Il mio potere di scelta, il mio margine di manovra, in questo ambito si sono erosi drammaticamente: e mi trovo davvero a combattere ogni giorno, anche con me stessa, per difenderli. E questo (pur con tutti i distinguo che ho fatto sopra) mi fa certamente sentire un po’ più povera.

Cosa ne pensate? E cos’è per voi la povertà?

*Piccola nota del traduttore: in realtà non si tratta veramente di attività “extra scolastiche”, ma piuttosto “extra curriculum”, ovvero corsi di musica, di pittura, canto… che però non sono privati ma vengono tenuti all’interno del contesto scolastico. La frequentazione ha un valore anche in vista dell’iscrizione al college, e comporta dei costi per le dotazioni necessarie, ad esempio per acquistare uno strumento musicale, una divisa e così via. Pur rientrando evidentemente nell’ambito del superfluo, insomma, si tratta di spese non esattamente paragonabili a quelle sostenute in Italia per un corso privato di calcio, pallavolo, musica o altro.

 

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9 thoughts on “Quel terrore di rimanere al verde (e come sfruttarlo)

  1. “Ho la certezza che, anche se io o mia moglie, in futuro, smettessimo di generare reddito, almeno per qualche anno, grazie alle scelte fatte, saremmo tranquilli”

    Leggendo questa frase, come libero professionista con un’autonomia di poco più di un mese e rischio di blackout praticamente ogni mese, mi dovrei buttare dal primo ponte 😀

    In effetti il concetto di povertà, soprattutto in questi ultimi anni, è diventato estremamente relativo. Non si arriva spesso a fine mese ma non si rinuncia a tante cose superflue, io stesso ammetto di fare una vita tutt’altro che sobria eppure piena di sacrifici se paragonata a quella che facevo solo 7 anni fa , in tempo di pre-crisi e pre-2-figli. Adesso mi mangio un pò le mani se penso che in quegli anni avrei potuto essere meno spendaccione e mettere da parte qualcosa che in questo periodo mi sarebbe tornata non utile, di più.

    Sono sempre più convinto comunque che lasciando stare la “vera” povertà, quella davvero di chi non sa come arrivare a fine giornata, per il resto è tutta una questione di atteggiamento mentale. Sei povero se ti senti povero, indipendentemente da quanto spendi e da quello che fai.
    Fabio di recente ha scritto Idexè winter 2012

    1. Tranquillo Fabio, ci troviamo sul ponte, dopodiché possiamo decidere in tutta tranquillità chi si butta prima 😉

      Anche io penso spesso che avrei potuto essere più frugale e mettere da parte di più. Ma d’altro lato (a parte il fatto che è inutile piangere sul latte versato), non sono del tutto scontenta. È vero, abbiamo speso tanto in cose superflue, ma anche tantissimo in esperienze, soprattutto viaggi. E poi, più ampiamente (non avendo come te dei figli), mi domando anche: ma perché dovrei preoccuparmi così tanto di mettere soldi da parte? Certo, un minimo per stare tranquilli in caso di imprevisti, ma per il resto? Per cosa? Per quando? Per una fantomatica pensione che campa cavallo? Ma forse il mio è solo un tentativo di auto-convincermi… 🙂

  2. 2 cose : risparmiare sì, ma fino ad un certo punto; non dobbiamo mai dimenticare che nessuno ci garantisce che domani ci sveglieremo, e non è retorica.Vivere anni a risparmio forte per un qualcosa da realizzare o da godere nel futuro è un gesto perlomeno arrogante.e parlo sopratutto per me.anche io avrei potuto mettere da parte molto di più ma non me ne pento assolutamente perchè non ho la minima idea di quando sarà il “time out”.Quindi sì, un occhio al futuro ma uno all’oggi, un po’ di Carpe Diem insomma !
    2° cosa: non so perchè ma mi viene da osservare che forse l’estratto che ci proponi deriva da una persona che vive una cultura anglosassone. C’è una sorta di American Dream nel sottofondo, una consapevolezza che il lavoro è sì denaro ma anche realizzazione, collaborazione, darsi, sognare …. se metti queste prospettive quì in Italia stiamo parlando di film.Fantascienza tra l’altro.
    Pattylafiacca di recente ha scritto Photo week 23

    1. Come al solito siamo sulla stessa lunghezza d’onda: leggi un po’ cos’ho risposto al commento di Fabio… 😉

    2. Sono d’accordo con Patty, e come tanti, col senno di poi potrei dire di aver passato anni da “cicala”. Ma non me ne pento. Ho mangiato nei migliori ristoranti, dormito (a volte eh) nei migliori hotel, viaggiato in posti meravigliosi, avuto bei vestiti, fatto esperienze uniche. Il tutto nei mie anni migliori, tra i 27 e i 37. In cambio di lavoro e della maggior parte della mia vita passata in ufficio. Ora sono povera, ora il tempo è la mia ricchezza maggiore. Ho solo una piccola somma di sicurezza da parte, per il resto lavoro quanto mi basta per pagare l’affitto e il cibo, consapevole che ogni spesa superflua è lavoro che devo fare. Se voglio andare al ristorante so che devo lavorare più ore. Idem per un viaggio o un paio di jeans nuovi. Ogni volta che penso a una spesa da fare, ne valuto il costo “umano”. Ora posso farlo, perchè ho scoperto quanto vale il mio tempo, che poi è la mia vita. E di solito vale più di un paio di jeans.
      Alekim di recente ha scritto Londra brucia

      1. Ho avuto un’esperienza simile alla tua, e concordo perfettamente. Mi pento di certe spese stupide, magari fatte anche “per apparire”, ma in definitiva (come ho già detto tante volte) sono davvero la minoranza.
        Il “problema”, me ne rendo sempre più conto, è trovare un equilibrio se e quando si ha la fortuna di avere un po’ più di disponibilità economica, e in particolare quando magari si alternano periodi di mucche un po’ più floride e un po’ meno…
        Ci sto riflettendo in questi giorni perché è quello che succede a noi. Magari ci scriverò un post.

  3. Sì, forse quella paura c’è… Per chi lavora in modo autonomo c’è un giorno sì e uno no. All’inizio almeno. O in alcuni periodi dell’anno in cui le mail di lavoro sono più rarefatte. Poi il ritmo riprende e subentra una sorta di calma interiore. Realizzo che finora siamo sempre andati avanti. Forse anche io, la mia famiglia, avremmo potuto spendere di meno quando avevamo un po’ di più, ma come dice Pattylafiacca, non so cosa succederà domani. non condivido l’idea di ammucchiare denaro negandomi tutto. Del resto nel mio caso sai che mucchio…
    È il concetto di sobrietà consapevole che mi attira, la capacità di liberarsi dall’idea che se non possiedo quell’oggetto sono povero…. Ma dove? Guarda un po’ invece mi sento quasi ricca. Al di fuori della retorica spicciola e vacua (lavoro solo se mi va…), posso decidere se domani lavoro di mattina presto e poi vado a pranzo con le amiche o se faccio una pausa pranzo velocissima e vado in piscina quando tutti gli altri ritornano in ufficio. E se le mie ferie dureranno due, tre o anche quattro settimane. No, non sono povera. Non guadagno molto, ma non è questo che caratterizza il concetto di ricchezza o povertà. Ovviamente non parlo della povertà che morde, ma di quella che molti lamentano, avendo un conto in banca più pasciuto e un’entrata mensile superiore alla mia. Ma piangono sempre miseria e vivono infelici.
    Come dice Fabio “sei povero se ti senti povero”.
    È piuttosto la libertà di poter scegliere, alla quale aspiro da sempre. Sono nata freelance. Non ho mai avuto un boss. Ho realizzato almeno uno dei sogni che avevo fin da bambina. E se non posso permetermi vacanze alle Maldive, pazienza, sai che tormento!
    Attualmente mio marito è a casa dopo oltre vent’anni di lavoro (gli ultimi passati a digerirsi quotidianamente il fegato, che si è mangiato tutto da mo’…). Abbiamo deciso insieme che prima di rimettersi “sulla piazza” ha il diritto di passare qualche mese a casa, in serenità, per ritrovare l’equilibrio interiore, la pace e la passione che servono per vivere bene. Non è stata una scelta facile. No, in realtà per noi lo è stata eccome. Ma sentiamo entrambi in qualche modo il peso di una scelta che agli occhi dei più appare totalmente insensata e incosciente. E io continuo a pensare di no. A credere che ogni tanto fermarsi sia necessario. Che quello che guadagno può tranquilalmente bastare per stare a galla per un po’. Che non lavorando fuori casa si operano scelte di risparmio economico notevoli (niente pieno di benzina ogni dieci giorni, nientre tre o quattro caffè extra, niente panini o ristorante a pranzo tutto i giorni). Che avendo più tempo ci si dedica di più alla spesa, alla cucina (è uno chef in pectore, sono proprio ricca!) alla vita famigliare in ogni suo aspetto. Forse stiamo sbagliando tutto. O forse no. Anche io cerso solo di autoconvincermi?

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