Quanto manca al prossimo salto?

fisicoQui l’originale

“I bambini cambiano classe ogni anno. Quando compi 18 anni, il sistema prevede che tu vada a vivere da solo e ti trasferisca in un posto completamente nuovo*. Passano quattro anni, ed ecco un altro ciclo…

E poi?

Quanto spesso ci capita di dire “Tra tre mesi starò facendo qualcosa di completamente diverso da ora”? Quanto spesso, guardando a una risorsa (un’organizzazione, una fonte di reddito, una tecnologia), prendiamo atto del fatto che rappresenta il nostro passato, e non il nostro futuro?

Una generazione fa, si poteva andare avanti per quarant’anni senza salti del genere. Oggi, in molti settori, è questione di quaranta settimane (o quaranta giorni).

Non è una cosa da evitare, ma da far succedere a ogni costo.

La gente non ama cambiare. Se facciamo nostro il ritmo della stabilità, il cambiamento è una minaccia. Ma se adottiamo il ritmo del cambiamento, saremo sempre, instancabilmente, in tempo.”

*l’autore si riferisce agli USA, ovviamente. In Italia non funziona esattamente così… – ndelle

E voi, quando avete fatto il vostro ultimo salto? Quando farete il prossimo?

minimo è anche su Facebook e su Twitter

15 thoughts on “Quanto manca al prossimo salto?

  1. Non voglio mettere il solito schemino della minaccia che diventa una opportunità (dillo a chi perde il lavoro e ti prende giustamente a calci). Ma la velocità del nostro approccio alla vita (tecnologica, lavorativa, sociale) permette di fare tante esperienze che un giorno ci saremmo sognati. Arricchisce, interessa. Basta pensare bene a come non renderla dannosa.
    Simone che scrive su “purtroppo” di recente ha scritto Due granite vicine

    1. Completamente d’accordo, anche sui potenziali calci sui denti. Il problema (credo) è che vedere l’opportunità, insomma assumere un approccio positivo, è davvero l’unico modo per trasformare la minaccia.
      Ma, forse, ci sono casi in cui non c’è niente da trasformare e non c’è (quasi) nessuna opportunità, rimane solo la tegola che t’è caduta in testa e il bozzo che ha lasciato.

      È che ci siamo abituati, o ci hanno abituato, a pensare che debba esserci un punto d’arrivo, e che sia statico: che lo scopo di tutto sia arrivare a cristallizzare una situazione più o meno definita, stabile e quindi sicura, e lì fermarci. Invece non è più così, probabilmente da molto più tempo di quanto pensiamo, e questo per molti è una fregatura inaccettabile.

  2. Bella l’idea del ritmo del cambiamento da adottare al posto del ritmo della stabilità. E bella anche la citazione. In teoria.
    Perché secondo me il discorso vale quando e se si parla di libera scelta, libera ricerca, libera crescita personale. E non mi sembra che viviamo in una realtà i cui valori di riferimento siano questi.
    Forse ho sentito troppi elogi della flessibilità, fin da tempi non sospetti, che in realtà nascondono semplicemente gli interessi e le necessità del profitto e del capitale, tipo la “noia del lavoro per tutta la vita” di recente montiana memoria, per non essere almeno un po’, diffidente.
    Paola di recente ha scritto 101 Cose su di Me – parte settima: io e la decrescita

  3. Sarebbe bello riuscire ad adattarsi di più ai cambiamenti, ma non sempre è possibile. Penso ai costi dell’istruzione (come cambiare lavoro senza una formazione adeguata?). Vedo le aziende invecchiare mentre chiedono ai dipendenti di essere competitivi senza dare loro la possibilità di crescere professionalemente, imparare e rinnovarsi. Il cambiamento deve avere una logica dietro altrimenti diventa la solita fuffa.

    1. Rispondo a te e anche a Paola. Sicuramente avete ragione, il cambiamento e la flessibilità non devono diventare un facile alibi per giustificare ben altro. E credo sia proprio per questo che dobbiamo farli nostri, anziché farceli imporre dall’alto (o riempircene la bocca perché “fa tendenza”). A me non interessa se i valori di riferimento non coincidono con i miei: l’importante è che io sappia cosa voglio e su quali basi voglio costruire la mia vita. Poi, se dall’esterno me lo rendono un po’ più facile, meglio, ma non possiamo nemmeno continuamente stare ad aspettare, né tanto meno pretendere, che tutto sia a misura nostra e delle nostre scelte.

  4. Dei miei di cambiamenti ne scrivo a uffa quindi non mi ripeterò… secondo me l’unico ritmo da seguire è quello proprio, quello interno.Che a volte è in anticipo sui tempi, quando abbiamo intuizioni, quando avviamo un progetto mentre altre ci chiede semplicemente di rallentare, rilassarsi, godersi anche il presente, l’adesso. Abbiamo pur sempre una grossa percentuale di animalità e non rispettarla significa stressarsi o crearsi situazioni di frustrazione.
    Pattylafiacca di recente ha scritto Stay hungry stay foolish

  5. carmina non dant panem
    la frase, tradotta letteralmente, significa le poesie non danno pane. La massima esprime la difficoltà di trovare lavoro (e quindi denaro) per quelle persone che scelgono l’arte come lavoro per vivere. Il concetto è ribadito da diversi poeti, come Ludovico Ariosto e Francesco Petrarca. Ed anche Jack London ribadisce questa frase quando è costretto a fare l’operaio nonostante amasse la poesia.
    in altre parole… si cambia perché si è costretti, secondo me, non perché si è veramente liberi di cambiare.

    1. Perdonami ma non capisco cosa c’entra la poesia/l’arte come lavoro.
      Poi: anzitutto non mi fermerei sempre e solo al discorso lavoro. E sono proprio tanto in disaccordo sull’idea che cambiamo solo perché siamo costretti. O meglio, penso che chi lo fa è ridotto piuttosto male.

  6. intendo dire, che non sempre si cambia per propria decisione, ma spesso, molto spesso, si cambia perché costretti e non sempre il cambiamento è piacevole (nel senso che non sempre si cambia per andare a fare qualcosa che piace).
    Kalos di recente ha scritto QRZ

  7. D’accordo con Paola, Pe e Kalos.
    Anzi, io sono ben più intransigente: il precariato, la falsa flessibilità che è solo costrizione all’instabilità (e sì, la stabilità è un valore, non equivale alla rigidità ed alla stagnazione), la mitizzazione del cambiamento che non è più una filosofia di benessere ma una teoria artefatta e cacciata giù in gola a chi non può permetterselo o non vuole quel preciso cambiamento, e non per ignavia (non è affatto vero che volere è potere, entusiasmo ed ingegno non valgono niente senza lungimiranza e senso della realtà)…
    … tutto questo è un errore voluto e meditato, una porcheria di cui non c’è chi si penta.
    C’è chi è fatto per il cambiamento, lavorativo e non, frequente e ad un ritmo abbastanza alto. C’è chi è fatto per tutt’altro.
    Ed il posto fisso non è un disvalore, desiderarlo e innanzitutto ritenerlo sacrosanto non è da mentecatti avvinghiati come cozze alla comodità. Perché vogliono farci credere che posto fisso significhi passare l’eternità incollati alla stessa identica sedia di sempre, con vantaggi paradisiaci più che garanzie minime, e non fare un cazzo. Ma questo non è il posto fisso, checché se ne dica, è la degenerazione non di un normale posto di lavoro a lungo termine che a mio parere rimane la giusta base di una società, ma di meccanismi perversi di arraffoni che vanno ben oltre.
    No funziona così? Certo, è sotto gli occhi di tutti. Ma giustificare lo stato delle cose con la vecchia storia della legge della giungla e del “bisogna adattarsi” per me è inammissibile.
    Lo fa, forzatamente, chi ci riesce, e in parte può anche trarre guadagno ed evoluzione dalle avversità, il che è senz’altro un bene nel male da cui nasce. Ma questo non lo rende più giusto, o più normale.

    Non lo scrivo in opposizione totale a ciò che scrivi tu, sia chiaro, ma nel momento in cui emerge il termine “pretendere” a me salta sì qualcosa, non le fasi della vita o le esperienze di cui si parla nel post ma il tic all’occhio: perché pretendere è proprio il verbo che usano i governi che non intendono ottemperare al proprio ruolo.
    Assistenzialismo è il termine di cui si farcisce la bocca chi dalla bocca degli altri vorrebbe togliere anche il pane quotidiano, altro che farlo vivere nella bambagia.
    E se suono ingenua, “comunista” o antiquata a qualcuno non ho che la conferma che la testa mi funziona ancora bene. Io parlo (e progetto, e tento) volentieri il cambiamento se non mi è imposto, e con chi me lo propone perché attraverso di esso mi vede vivere meglio, punto.
    Il cambiamento, come qualsiasi progetto o teoria sociale, è una fregatura eccome se diventa uno slogan, un’ideologia, una chiave di lettura impersonale. Il cambiamento come tutto ciò che riguarda più intimamente l’uomo e lo tocca nei nervi più esposti deve imprescindibilmente essere personale, calibrato, dedicato.
    Il cambiamento come standard, come presupposto diffuso di un’intera società è una schiavitù al pari di quella esercitata da ogni altra dittatura; ed è dall’indifferentismo, dal volerlo applicare a tappeto che lo si riconosce per tale.

    Chiedo scusa per la tirata, ma son cose che avevo un bisogno estremo di dire.
    Denise Cecilia S. di recente ha scritto Non a caso

  8. * con “cambiamento imposto” mi riferisco naturalmente all’attuazione o meno di certe politiche (non solo di ordine lavorativo, o economico), che sono sempre una scelta di chi le pensa e gestisce, non certo alla naturale imprevedibilità della vita.
    Denise Cecilia S. di recente ha scritto Non a caso

  9. Secondo me la Vita è cambiamento! Niente nasce e muore uguale a se stesso.
    Che poi l’essere umano sia resistente al cambiamento è un dato di fatto scientificamente studiato (dicono che anche i percorsi neuronali tendano a essere col tempo sempre gli stessi, è il motivo per cui, banalizzando, dopo aver cambiato casa ci capita di sbagliare strada e dirigerci alla vecchia abitazione).
    Il progresso ci ha regalato una stabilità che fino a un secolo fa era utopia (lo stipendio a fine mese, ma anche l’abbondanza di cibo sono conquiste dell’epoca moderna) e la crisi sta pian piano erodendo questa stabilità. Fin qui i fatti. Io non so se la stabilità sia un valore acquisito a cui dobbiamo aggrapparci con i denti, o se sia al contrario un disvalore, credo però che tornare ad essere pronti al cambiamento, essere se vogliamo un pò più fatalisti o saper approfittare delle possibilità di evoluzione che ci fornisce il “destino” sia cosa saggia, perchè non c’è niente di peggio che essere costretti al cambiamento quando non siamo pronti. E l’attitudine al cambiamento non è una dote innata, ci si allena al cambiamento (psicologia spicciola), facendo cambiamenti, appunto, anche piccoli, delle proprie abitudini.
    LaFra

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

CommentLuv badge