Decluttering “sociale”

sbarreQui l’originale. I miei commenti in coda.

“Lo so, il titolo (“Decluttering sociale” – ndelle) suona probabilmente indelicato, considerato che parliamo di persone e non di una collezione di cani di porcellana. Ma non c’è un modo delicato di dirlo: a volte a ostacolarci non sono gli oggetti, ma le persone, quelle persone che non ci offrono sostegno e non sono in grado di contribuire alla qualità della nostra vita.

Basare le nostre relazioni su quello che gli altri possono fare per noi suona egoista, ma non stiamo parlando di regali, o di contatti utili, bensì di acquisire finalmente la libertà per sviluppare amicizie e rapporti autentici, eliminando quelle “conoscenze” che a volte manteniamo solo per paura della solitudine, o perché ci sentiamo obbligati.

Quando ho deciso di semplificare la mia vita, non mi sono limitata a fare decluttering in casa: ho deciso di occuparmi anche dei miei legami emotivi. Ero una collezionista di conoscenze, di compagni di bevute. Non so esattamente perché, ma mi sentivo sola pur immersa in un mare di persone che “sapevano il mio nome”.

Il motivo? Questi rapporti superficiali erano costituiti unicamente da un ampio gruppo di persone che erano più che disposte a bere e a divertirsi in mia compagnia, ma non avevano alcun interesse nell’investire il tempo, la fiducia e la compassione necessari a un’amicizia autentica. Non solo non avevano idea di chi fossi veramente, ma non sarebbero mai state in grado di comprendermi o supportarmi nella mia decisione di dare una nuova direzione alla mia vita. Questa situazione aveva generato in me una divisione profonda: da un lato l’identità che proiettava in pubblico, dall’altro quella privata.

Dopo aver ridotto la mia cerchia di “amicizie”, per un periodo mi sono sentita più sola che mai: ero una madre single, sola in una città sconosciuta e sola nell’affrontare un nuovo stile di vita. Continuavano ad arrivarmi voci sulle speculazioni dei miei ex-conoscenti a proposito delle mie decisioni e scelte di vita, e il fatto che così tanti di quelli che una volta consideravo amici potessero essere così pronti nel giudicare e criticare, e così incapaci di vedermi e di apprezzarmi per come sono realmente, mi provocava autentica sofferenza. Sbagliando clamorosamente, avevo perfino mantenuto i contatti con un “amico” che, dopo aver finto di supportarmi in un primo momento, mi disse poi, durante una discussione, che la gente rideva di me e che “tutti” erano a conoscenza del fatto che ero fuori di testa.
La mia prima reazione è stata di preoccupazione: mi sono fermata a rifletterci e a chiedermi penosamente se fossi davvero fuori di testa. Dopo un’adolescenza dolorosamente caratterizzata da medicine, diagnosi e perfino ricoveri, tendo a essere molto poco sicura di me per quanto concerne la mia sanità mentale. Eppure no: malgrado la solitudine, tipica conseguenza della fine di qualsiasi rapporto, anche il peggiore, ero più calma, sobria, una madre e una persona migliore. Un’amica migliore, per i pochi rimasti, che da allora è stata capace di sviluppare amicizie più profonde in circostanze inaspettate. Stavo (sto) iniziando a volermi bene. Com’era possibile che mi considerassero fuori di testa?

Il mondo è pieno di persone che hanno paura di essere “diverse”. Fanno parte di una serie di gruppi, di cerchie, con valori di vita e modelli di bellezza e di successo fissi, e tutto ciò che li mette in discussione è da evitare, anzi diventa oggetto di derisione se non peggio. Ecco perché essere se stessi è una lotta: le pressioni conformiste non finiscono con l’adolescenza, ma possono seguirci dappertutto, nella nostra vita di coppia, lavorativa e non solo. Ci sarà sempre qualcuno pronto a cercare di farci condividere a forza la sua linea di pensiero, e lo farà sommergendoci di critiche e giudizi pesanti come macigni.

Ma una volta che ho iniziato a volermi bene, questa operazione di sottomissione è diventata sempre più difficile. Ho imparato a essere me stessa, e a essere vulnerabile. A dimostrare il mio affetto per gli altri. Ad aprirmi e allo stesso tempo a cogliere le opportunità di contatto che prima andavano perdute, e ho iniziato a percepire l’affetto, l’amicizia e il supporto che prima mi mancavano. Ho imparato come esprimere quello che voglio tramite il mio aspetto, il mio abbigliamento e soprattutto le mie azioni, senza paura delle critiche dei cosiddetti esperti (di moda e non solo). Vorrei con tutto il cuore aver avuto questa sicurezza a 18 anni, anziché a 28 suonati ;)”

***

Argomento impegnativo, lo so, perché le persone sono, appunto, persone, e non “cani di ceramica”. E se facciamo fatica a liberarci dei soprammobili, figuriamoci degli amici. Anche quando in realtà non lo sono, perché non hanno nessuna intenzione di andare oltre un certo livello di “investimento emotivo”.

A noi è successa una cosa praticamente identica a quella descritta nel post. Avevamo un gruppo di amici di vecchissima data. Finché ci siamo “adeguati alla linea”, per così dire, è andato tutto bene. Quando ci siamo stancati di certi atteggiamenti, che con l’amicizia davvero non avevano niente a che fare, automaticamente siamo stati messi fuori: senza una telefonata, senza una richiesta di spiegazione. Anche noi siamo venuti a sapere che i nostri cosiddetti amici ci criticavano e deridevano le nostre scelte, in particolare quella relativa allo scambio casa (“se ne saranno andati a curare il gatto di qualcuno”): le stesse davanti alle quali “prima” non avevano mai fatto un plissé. Perché “prima” facevamo parte del gruppo, e quindi, almeno in apparenza, andava bene tutto, al limite eravamo simpaticamente eccentrici e originali. Poi, certo, quel che veniva detto in separata sede è tutto un altro discorso.

La morale, ovviamente,è che ci abbiamo (stra)guadagnato. Abbiamo liberato tempo, spazio e risorse per altri rapporti più validi, o per noi stessi.
Del resto, siamo un po’ grandini per aver bisogno di cercare a tutti i costi l’approvazione della “compagnia”.
Cercare di stare con persone che condividono i tuoi interessi, i tuoi valori, le tue scelte e i tuoi modi di vedere è naturale. Ma quando gli elementi in comune diventano strumenti per tenere fuori tutto il resto, tutto ciò è diverso, allora forse è ora di cambiare.

Che ne pensate?

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17 thoughts on “Decluttering “sociale”

  1. Ciao, ho passato una vita a riorganizzare spazi mentali per poter accogliere nuove esperienze più consone la momento che vivevo, ovviamente la “diversità” si “paga” ma non in termine di solitudine ma in pienezza e curiosità! La paura è uno sto d’animo che mi accompagna sempre ma raramente mi lascio frenare da essa anzi mi aiuta a riconoscere l’ostacolo, è il suo campanello d’allarme che mi risveglia dal torpore, allora riconosco che qualcosa va cambiato e mi adopero per farlo…… ma che fatica vivere! Sarebbe più facile adagiarsi nella solite cose note, non esporsi, non provare……. vivere a metà la vita degli altri! L’eterno mettersi in discussione cercare di capire dove fermarsi o se fermarsi, pensare che forse hanno ragione o non hanno ragione, ma se ci ascoltiamo davvero se non mettiamo a tacere la nostra voce interiore ma sensibilizzaimo l’ascolto di noi stessi tutto trova una risposta!

  2. Un po’ il discorso di Berne e della teoria dei giochi. Quando non si è più disposti ad aderire a determinate regole o a un particolare modello non si gioca più con lo stesso gruppo 😉
    Alice di recente ha scritto Ad alta quota

    1. Discorso analogo anche a quello che ho (ri)trovato nel corso di Introduzione alla psicologia, parlando del paradosso per cui da un lato ricerchiamo l’accettazione del gruppo, dall’altro vorremmo differenziarci come individui. Appartenere al gruppo significa conoscere le “regole” che lo disciplinano: so come comportarmi, so quali battute fanno ridere gli altri membri, quali argomenti sono ben accetti e quali no, qual è la visione condivisa, e di conseguenza mi sento a mio agio. Viceversa, se non conosco le “regole da seguire” temo di fare passi falsi e di sentirmi a disagio; per molti la reazione successiva è fuggire come la peste gli altri gruppi, e il diverso in generale, e magari di criticarlo appena possibile. Quel che non conosciamo ci fa paura, ci impone uno sforzo mentale che non tutti sono disponibili a compiere.

      1. Esatto: è la paura che fa aggredire e criticare, ma anche pigrizia, perchè quello che ci si sforza di capire poi non può spaventare. Questo l’ho visto specialmente di recente. Io ho preso evidentemente strade divergenti da quelle percorse fino ad ora con alcune persone e questo non è stato accettato, un po’ perchè non c’è stato un grande sforzo per capire e porsi il dubbio se effettivamente ci fosse motivo anche per loro di cambiare rotta col passare del tempo, un po’ perchè accettare certe scelte mie implicherbbe doversi mettere in discussione, come ho fatto io prima di decidere certi cambiamenti, meglio allora criticare chi cambia gruppo/strada/attitudine: è più semplice.
        Cì di recente ha scritto Libri: La cucina dei desideri segreti

  3. Non posso che condividere! Io a dire il vero mi sa che non le ho mai avute le compagnie di amici “tanto per”, quelle per uscire a cazzeggiare e basta…anche durante l’università (gli anni più “sociali” finora) andando avanti ho ristretto sempre di più la cerchia delle persone per contenere solo quelle che contavano davvero: ci si guadagna sempre!
    yliharma di recente ha scritto Kiva: finanziare il futuro

  4. Condivido tutto.
    E’ capitato anche a me come a voi, e ho notato che mi capita ogni tot anni, e sempre dopo un cambiamento importante. All’inizio ci rimanevo male: perdere di vista gli amici vicini quando ho iniziato a studiare e poi lavorare a MI, e poi i colleghi solo perchè avevo cambiato lavoro, ma anche la sparizione totale (!) dei compagni di palestra dopo che mi son ritirata per un incindente a un ginocchio… 10 anni fa rimanevo sconvolta, per la pochezza delle relazioni, poi ho iniziato a farmi un bel “tagliando emotivo” e fare 2+2: sarò io che ho qualcosa che non va? e perchè questo problema ce l’ho dopo ogni grande cambiamento? e perchè solo con chi non si muove da dove è? mentre mi risulta facile costruiire nuovi rapporti se come mi dicono “sono una persona molto difficile”? La conclusione è simile: un po’ come quando ti molla un fidanzato che hai amato molto, all’inizio stai male da morire dopo realizzi che solo grazie al cambiamento sei arrivato ad un nuovo equilibrio che in genere è migliore e ti fa più felice.
    Alcuni amici poi si ritrovano per le strade tortuose della vita (a me è capitato e pure che mi dicessero “pensavo fossi impazzita, ma ora che … [situazione di vita simile alla mia che li aveva spiazzati] capisco tante cose… ” ), per altri c’è bisogno di tempo per metabolizzare i cambiamenti e ristabilire degli equilibri, altri forse è meglio averli persi, perchè certi legami hanno una forza di inerzia pericolosa e certe persone non conoscono il senso di “if you love somebody set them free”. E poi le sorprese: per ogni ramo tagliato (o semplicemente rimasto morto sulla pianta, in attesa di una ventata forte) ne sono fioriti tanti nuovi.
    No, non è bello parlare di decluttering parlando di persone, ma nel corso della nostra evoluzione mutiamo così tanto che nel cambio di pelle inevitabilmente si devono lasciar sul terreno anche i rapporti meno saldi. Certo si sta male, ma io non ho trovato modo di evitarlo.
    Cì di recente ha scritto Libri: La cucina dei desideri segreti

  5. Condivido la tua conclusione.

    E a proposito di questa cosa:
    Il mondo è pieno di persone che hanno paura di essere “diverse”. Fanno parte di una serie di gruppi, di cerchie, con valori di vita e modelli di bellezza e di successo fissi, e tutto ciò che li mette in discussione è da evitare, anzi diventa oggetto di derisione se non peggio.
    … posso solo rilevare che è, crudelmente, esperienza comune a chi abbia un minimo di cervello, e di sana voglia di vivere. Intrupparsi è esattamente un modo per sentirsi protetti dalla luminosità e bellezza e varietà della vita; che chiedono energia e coraggio per essere godute.

    Una considerazione di Cì mi ha colpito, a proposito dell’essere “persone difficili” ed arrivare a chiedersi se non siamo per caso noi ad essere “sbagliate”. Io ormai rispondo con un secco no: sono esigente, non pretenziosa nè difficile. Ma è proprio l’andazzo generale che mi costringe a questo, pena scialaquare il dono di una compagnia adatta a me, ben ponderata, costruita e curata nel tempo. In genere, una compagnia che si traduce in una persona singola, in due amiche che frequento singolarmente riunite di quando in quando, praticamente mai in un gruppo di qualsivoglia tipo. Amicizie individuali dunque, al limite “mixate”.
    E’ sicuramente una scelta dettata dalle passate esperienze (certe davvero terribili), ma del tutto spontanea e non cercata: come è stato scritto, alcuni errori che ho sempre ripetuto tali e quali nonostante l’evidenza li ho abbandonati senza sforzo nel momento in cui mi sono decisa a volermi un po’ bene.
    E sì, il discorso sul lasciar andare le conoscenze che non ci convengono, in senso ampio, è complicato; ma il fatto in sè è perfettamente naturale. Non lo sembra a molti proprio perché “impostati”, irrigiditi. E non si tratta di sparire senza assumersi alcuna responsabilità, solo di non indugiare, tentennare, ma dire pane al pane. Senza aggredire per sfogare la nostra frustrazione ma senza, neppure, compromessi deleteri.
    Denise Cecilia S. di recente ha scritto Minimalismo in pillole / 3

  6. Anche io più che altro ho sempre tenuto rapporti con singoli, o con coppie di amici piuttosto che in dimensioni di gruppo. Ci ho pensato adesso, non mi sono mai chiesta il perché.. A me piace molto confrontarmi con persone molto diverse e penso: chi non è strambo, in fondo? Mi piacciono soprattutto le persone non giudicanti, buone, semplici o complicate non m’importa, generose e che sanno passare nelle giuste circostanze dalla leggerezza all’intensità (o viceversa). Quando ne trovo qualcuna me la tengo stretta, e scoprire che i rapporti a cui tengo di più continuano anche dopo decenni, forse più intensi di un tempo, mi da una grande gioia.

  7. Ciao,
    chiedo scusaa te e agli altri lettori se scrivo qui di un altro argomento ma non ritrovo il tuo indirizzo e mail privato (se me lo avevi dato).
    Se ricordi ci eravamo già sentite e ora che mancano pochi giorni allo scambio casa di 25 giorni con NYC sulla 108 mi rifaccio viva per alcune informazioni come gli indirizzi di
    “Supermercato aperto 7 giorni su 7 24 ore su 24? Check. Spacciatore di bagel sopraffino? Check. Pizzeria ottima segnalata ovunque? Check”
    visto che la zona è la stessa del tuo pet sitting.
    Poi, hai girato un po’ per Harlem e nel Bronx? Se sì, da fare o da evitare?
    Visto che ho abbastanza tempo c’è qualcosa che mi suggeriresti di fare oltre ai giri classici da turista?
    ciao e grazie
    Laura Landini

  8. Personalmente non mi porgo molti problemi ad “eliminare” le persone, sono pochissime quelle che ci accettano e ci sostengono incondizionatamnte.
    Io ho “eliminato” anche i contatti di fb, perchè chiedere l’amicizia a persone con cui ho scambiato si e no due parole di persona nella mia vita?
    Il beneficio è il minor tempo che mi ci vuole per vedere i post e di conseguenza la maggior attenzione che posso dedicaare a chi mi interessa veramente.
    Flavia di recente ha scritto Because we can

  9. Io voglio bene a tutti, amici e conoscenti e ci vedo un po’ come anatre starnazzanti in questo lago che è la vita tentando tutti di stare a galla in un modo o nell’altro.Però il mio tempo, la mia energia, le mie idee, il mio ascoltare lo dono solo a persone selezionate nel tempo e attraverso l’osservazione, non giudizio ma osservazione….devo dire che sono soddisfatta ,lasciando sempre un margine di tolleranza dato dal fatto che siamo tutti diversi e io nn sono di certo meglio di altri. Però ho sforbiciato molto negli anni, eh?!
    Pattylafiacca di recente ha scritto I miei primi 100 giorni

  10. Pingback: vampiri | minimo.

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