NYC (II)

imagineQui la prima parte. Buona lettura!

O come Oscorp, la corporation dei cattivi di “The Amazing Spiderman 2”, che giravano proprio in quei giorni vicino a Columbus Circle.

P come pound. Due. Di prosciutto di Parma. Pari a circa 900 g. Quelli che una coppia di italiani hanno tentato di ordinare da Whole Foods, per poi scendere a uno e infine a “SIX SLAICIS”, il tutto naturalmente accompagnato da adeguata gestualità a indicare il concetto di fetta. Dovevate vedere le facce dei salumieri. Sono snob? Sì, per queste cose lo sono tremendamente, abbiate pazienza.

Q come quanto abbiamo camminato. Non era mai ora di prendere la metropolitana.

R come Riverside Park e come running: mi vergogno molto ad ammettere che ho corso poco e male, decisamente meno di quel che avrei pensato e sperato, ero costantemente esausta e avevo anche un gran male a piedi e polpacci. Ma quel poco mi è bastato. Ho amato in particolare il fatto di uscire di casa, mettermi a correre e poter andare avanti praticamente all’infinito, strada dopo strada, con l’imbarazzo della scelta (corro sulla Broadway? corro nel parco? corro di fianco al parco?).
Qui a Valenza è praticamente impossibile correre per più di un paio di km senza incrociare una salita spaccagambe e spaccafiato, o senza finire sulla provinciale. Per non parlare della quantità infinita di runner a tutte le ore del giorno e della notte, giovani, vecchi, ultra-professionali o ultra-amatoriali, lentissimi o velocissimi. Una parola sola: bellissimo, malgrado le gambe di legno e la sensazione di correre contro un muro.

S come Saint Paul’s Chapel, che ha accolto i volontari al lavoro a Ground Zero e oggi ospita una piccola mostra dedicata. Che è (credetemi) da spezzare il cuore.

T come Totto Ramen, minuscolo noodle bar che-sembra-di-stare-a-Tokyo consigliato dalla Lonely Planet. Si arriva, si scrive il proprio nome su una lavagnetta, e poi si aspetta pazientemente. Ne vale la pena (gnam).

U come Upper West: a piedi naturalmente, proprio il giorno prima di ripartire, da Columbus Circle al Museo di storia naturale a Strawberry Fields, mangiucchiando un hotdog e un pretzel davanti al Dakota, su su fino a casa costeggiando il parco e ammirando i palazzi, in una giornata perfetta, veramente da cartolina. Non è difficile capire come mai tutti i ricchi e i famosi del mondo vogliano abitare proprio qui.

V come Venti, ovvero il formato di mezzo del caffè (e similari) di Starbucks, che ho scoperto in occasione della mia prima visita a New York ormai 8 anni fa. Questa volta, siamo stati bravi e ci siamo andati solo un paio di volte: una sotto casa, a colazione con tanto di giornale, e un’altra sulla 57th, nel nostro “primo” Starbucks (quello dove abbiamo incrociato Little Steven!), fuori freddo, pioggia improvvisa e la città che tornava a casa dal lavoro, dentro luci soffuse, profumo di caffè e “That’s amore” dagli altoparlanti. In quanto amante del caffè americano e dei dolcini alla cannella, è il mio personale posto delle fragole, anche se sono consapevole che molto fa il marchio, e che ci sono sicuramente posti dove il caffè è migliore.

W come Washington Square Park. È un posto bellissimo, pieno di gente che suona, prende il sole, chiacchiera, si incontra, si scontra, si sdraia sull’erba, distribuisce abbracci gratuiti, mangia pretzel o yogurt greco o noccioline caramellate. Il luogo perfetto per godersi semplicemente il sole, la vita e il momento.

X come croce sopra agli acquisti e alle spese superflue. L’ultima volta che siamo andati a NY avevamo comprato talmente tanta roba che era stato necessario acquistare anche una seconda valigia (!). Questa volta ci siamo imposti una certa morigeratezza in generale: e siamo riusciti a spendere davvero poco, nemmeno 800€ per 15 giorni tutto compreso (senza rinunce e senza mortificazioni)Per qualcuno saranno magari tanti, ma per noi è stato un mezzo primato. Ovviamente ha aiutato molto il fatto di fare colazione, cenare (e qualche volta pranzare) a casa, che non è fattibile a meno di non avere un appartamento a disposizione. Ma anche alloggiando in albergo, ci sono un paio di accorgimenti che posso consigliare:
il primo, approfittare del fatto che l’ingresso in molti musei è gratuito in determinati giorni e/o orari (ad esempio, il MOMA è gratis il venerdì dalle 16: e considerato che l’ingresso costa 25$ a cranio, non è male!);
il secondo, sfruttare la rete: a volte basta una semplice ricerca su google con il termine “coupon” per trovare offerte interessanti (noi, ad esempio, abbiamo risparmiato il 20% sull’ingresso al Museo dell’Intrepid).
Per curiosità avevo anche scaricato l’app di Groupon (malgrado la fama non proprio straordinaria): le offerte erano parecchie e anche interessanti, ma per qualsiasi acquisto è necessaria una carta di credito collegata a un indirizzo nel paese di riferimento. Impossibile fare acquisti negli USA con una carta italiana, insomma: una politica non proprio intelligente, se volete la mia opinione…

Naturalmente, la voce di bilancio principale è il cibo: l’unico, vero accorgimento per risparmiare quando si fa una vacanza come questa è cercare di essere adattabili, non pretendere costantemente il pasto da quattro portate con-i-piedi-sotto-il-tavolo (specie se il tempo è bello e c’è un parco a disposizione) e, almeno come regola generale, evitare il cibo italiano. Nel migliore dei casi mangeremo un piatto di pasta di qualità analoga a quella che ci cucineremmo a casa nostra, strapagandolo; nel peggiore, strapagheremo e mangeremo male. Se siamo all’estero, la cosa più sensata (da un punto di vista culturale, prima che economico) è provare la cucina locale 🙂

Y come Yelp, che qui in Italia è relativamente poco noto ma negli USA lo è moltissimo. Lo abbiamo usato parecchio per decidere dove mangiare a pranzo (solitamente a cena rientravamo a casa), insieme a TripAdvisor, per controllare i suggerimenti della Lonely Planet: ottimo perché di solito include anche foto e menu completi. Come già scrivevo qui, ormai gli strumenti per evitare le classiche fregature “da turisti” non mancano, basta aver voglia di utilizzarli.

Z come Zabar’s: “New York is Zabar’s, Zabar’s is New York” è il loro motto, e per quel pochissimo che ho visto di entrambi, non posso che essere d’accordo. Iperfamoso e dai prezzi stupefacenti (in positivo): noi abbiamo provato bagel e knish, accompagnati da una pinta di caffè e da un battibecco tra due vecchietti che praticamente avevano tatuato in fronte “UPPER WEST SIDE”. Sembrava di stare in una puntata di Seinfeld (che non per niente lo cita).

Che amo New York di amore vero e delirante e che voglio tornarci al più presto, non lo aggiungo. Tanto è scontato.

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6 thoughts on “NYC (II)

  1. Pingback: NYC (I) | minimo.
  2. Non condivido proprio questo tuo senso di autocritica sull’argomento Starbucks… io non vedo l’ora di tornare a Londra, a giugno, per qualche flebo di porcherie varie… 😉

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