Sindrome di Stoccolma

canyoubewhoyouareOggi vi propongo il post di Patrizia di bonifici e sogni, che aveva già scritto su minimo qui.
Patrizia, nella vita, fa la bancaria. Ma da venerdì scorso, 22 marzo, è in aspettativa (non retribuita) per due anni.
Come? Per fare cosa? Lo scopriremo, direi, visto che Patrizia ha accettato la mia proposta di condividere su minimo la cronaca della sua avventura, del suo progetto, come lo volete (lo vuole) chiamare.
Posteremo periodicamente qui e sul suo blog, senza scadenze fisse e senza impegno. Nessuna di noi ambisce a fare notizia, non ci interessa raggranellare una visualizzazione in più o in meno: ma entrambe vorremmo che passasse, più forte e chiaro possibile, il messaggio che si può fare. Che questa “follia” del downshifting, di cui abbiamo parlato e anche dibattuto tante volte, è davvero alla portata di tutti: bisogna prima di tutto lasciare da parte i pregiudizi, e poi crederci, prepararsi, pianificare. Come per tutte le cose importanti della vita, del resto.
E vorremmo anche, se ci riusciamo, darvi delle indicazioni concrete al riguardo, tratte dall’esperienza di Patrizia. Io mi limiterò a fare da cassa di risonanza, per quel poco che posso, e magari ad aggiungere qualche commento sperando che non suoni troppo fuori luogo.

Per cominciare, leggete cosa si prova, arrivando in ufficio in un mattino di sole e sapendo che sarà l’ultima volta per un bel po’ di tempo. Esaltazione? Desiderio di fare sonore pernacchie ai colleghi? No, per niente…

“Venerdì 22 Marzo 2013

Proprio così.

Siamo proprio noi stessi che conosciamo meno.

Lo so che praticamente tutte le persone a me vicine, la gente che passa di qui sul blog, insomma uomini e donne che hanno dovuto sorbirsi le mie tragicomiche avventure di questa “aspettativa sì – aspettativa no”, lo so che oggi mi avranno pensato e immaginato giuliva e felice mentre abbandonavo il campo di battaglia e mollavo carta penna e calamaio inforcando l’uscita…

E invece no; oggi il tempo era meraviglioso e la strada per andare a lavorare era inondata di sole, prati verdi e montagne innevate all’orizzonte. il caffè del bar era particolarmente buono e cremoso, per non parlare della brioche fragrante come non mai. E l’ufficio? Caldo tepore, odore di carta, luce dalle vetrate, sedia comoda, scrivania rassicurante. Insomma, ‘na gioia….

Clienti accomodanti, poche telefonate, scartoffie da sbrigare ma senza particolari inghippi. Ad un certo punto, mentre portavo dei documenti da un ufficio all’altro mi sono chiesta: “ma io davvero me ne voglio andare via?”

Ero in piena Sindrome di Stoccolma!

Mi sembrava tutto bello, la mia gabbia dorata, la porta era aperta e io stentavo ad uscire!

Mi sarei schiaffeggiata seduta stante se non fosse che avevo una pila di contratti in mano.

Poi, dopo lo smacco iniziale ci ho pensato, seriamente: anni, non qualche mese, anni a non poterne più, in preda a nervosismi, frustrazioni, tristezze, rabbie e poi, all’apice del momento più bello… i tentennamenti.

Se non fosse che questa nuova vita l’ho pensata, sognata, progettata per anni sopra ad una quotidianità lavorativa che non ho mai sentito mia, con ritmi routinari che ammazzano, argomenti che non mi piacciono, valori che non condivido, se non fosse stato che ho un’età che mi garantisce un po’ di conoscenza di me stessa direi che quella titubanza, quell’attaccamento mi avrebbero un po’ confuso.

E invece siamo fatti così, probabilmente: un atavico istinto di sopravvivenza ci spinge a scegliere, a ritenere di preferire una situazione conosciuta, di comodo anche se inadatta piuttosto che un nuovo, luminoso, promettente ma sconosciuto inizio.

Sono convinta che realizzerò tra qualche giorno la portata e i benefici di questa nuova avventura, ora sono nel limbo, elaborando la fine di un tratto di esistenza a cui sono comunque grata e iniziandone un altro potenzialmente molto più costruttivo ed entusiasmante ma anche senza certezze e abitudini. Mi farà crescere, evolvere, inevitabilmente, ed è questo, per me, il senso dell’esistenza: evolvere.

E allora io faccio un salto nel lunedì che tra qualche ora inizia, nel primo vero giorno fuori dalla gabbia e anche se sento un brivido di apprensione è tanta la sensazione di leggerezza e libertà che in fondo è giusto che abbia un prezzo.”

Penso che a tutti sia capitato di provare la stessa sensazione, anche se magari in circostanze meno estreme di questa. Senza voler mettere sullo stesso piano le due cose (e ci mancherebbe!), a me è successo un paio di giorni fa, quando si è materializzata l’opportunità di tornare a NYC tramite Homelink: ero felice ed entusiasta ovviamente (lo sono ancora, praticamente cammino a 3m da terra). Però, mentre litigavo con la prenotazione del volo e pensavo alle mille cose da fare prima di partire, una voce piccina nella mia testa mi sussurrava – ma non sarebbe tanto più rilassante restare a casa? risparmiare soldi? non farsi nove ore di aereo? non dover fare i bagagli? e se c’è un ritardo? e se annullano il volo? e se fa piove tutto il tempo? e se se se se –

È paradossale, assurdo, e sicuramente avete voglia di venire a prendermi a schiaffi: però succede. Succede ogni volta che esco dalla mia famosa area di comfort, sapendo che abbandonerò (più o meno a lungo e in modo più o meno deciso) la mia quotidianità e le mie abitudini.
Quella vocina tenta di fregarmi con considerazioni “piccole”, prosaiche e apparentemente pure sensate: ma è un buon senso codardo, meschino, dall’orizzonte piccolo piccolo, che lotta per mantenere tutto uguale, tutto troppo rassicurante. Quella vocina cerca di mettere sullo stesso piano le mille piccolezze che costituiscono la nostra quotidianità e il mondo di scelte, di alternative, di evoluzione, che ci si spalanca davanti quando decidiamo di fare qualcosa di diverso, nel piccolo (come un viaggio) o nel grande (come lasciare il lavoro per due anni!).
Quella vocina tentava di convincere Patrizia che cornetti, caffè e una sedia comoda siano sullo stesso piano della possibilità di cambiare la propria vita.
Molto più in piccolo, tentava di convincere me che quel minimo di organizzazione e di sbattimento richiesti da un viaggio non valgano il tornare in una delle città più belle del mondo…

In una parola, la prossima volta che sentirete quella vocina mormorare di banalità (ma quanto rassicuranti) come se fossero una parte importante, fondamentale di quel che siete, come qualcosa cui non potete rinunciare senza che il vostro mondo si frantumi irreparabilmente… ringraziatela e proseguite a testa bassa: è un chiaro segno che è la strada giusta. Che, almeno, ci state provando.

Come sempre, aspetto, anzi aspettiamo, i vostri commenti!

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7 thoughts on “Sindrome di Stoccolma

  1. sorrido, perchè ho pensato molto a quel tuo ultimo giorno Patrizia.
    e mi sono chiesta, quella mattina, come mi sarei sentita io al tuo posto, dando per scontato che il tuo stato d’animo fosse quanto più simile all’euforia. sbagliato! o almeno in parte.
    felice di leggere questo post sincero e trasparente, perchè se da un lato sogno da molto tempo di avere la stessa possibilità (o di costruirmi la stessa possibilità) che stai avendo tu, dall’altro già adesso, anche solo il pensiero mi lascia addosso quella subdola angoscia che tu hai descritto quando si lascia un qualsiasi stato di comfort. ed a volte mi accorgo che questa sensazione è sufficiente a farmi tentennare, a distogliermi dall’obiettivo finale. eppure ancora non conosco la strada, nè i tempi…ma provo già a procrastinare.
    me lo rileggerò spesso quindi, questo tuo post. e me lo terrò in mente anche in altri ambiti.
    buon viaggio per ora. felice di averti(vi) trovate

  2. Cara Naza … eh sì, mi sarebbe piaciuto raccontare solo di gioia, euforia, felicità… e ci ho pensato molto prima di scrivere quello che invece ho scritto, che contiene pur sempre una forte dose di felicità ed ebbrezza ma anche, e sopratutto nei primi giorni, una gran destabilizzazione e vulnerabilità.Ho scelto di descrivere questo perchè sarebbe stato fin troppo facile l’happy end mentre a me (e ad L. di Minimo) quello che interessa è condividere il più possibile la parte vera, umana, complessa del tentativo di liberazione dai dogmi di questo tipo di società… Io non lo so come andrà a finire, sono ottimista e fiera di poter almeno permettermi di provarci e se tutto questo deve passare sopra anche ad una paura irrazionale (perchè lo è, non c’è nulla di spaventoso!) va bene, la affronto, poi passa. Tutto questo non può, non deve essere sufficiente a fermarci se cambiare è davvero quello che vogliamo.Con i nostri modi, con i nostri tempi…
    Pattylafiacca di recente ha scritto Libertà e Sindrome di Stoccolma

  3. Ciao,

    E’ da un po’ che ti seguo anche se protetta dall’anonimato di chi sta soppesando e “pianificando” il downshifting, ma si nasconde nel comfort della carriera e del “non e’ ancora il momento giusto”.

    Penso di aver provato anche io una simile sensazione a quella di Patrizia, quando ho deciso di cambiare vita 2 anni fa, anche se il mio passaggio era tra un lavoro in Italia che mi aveva massacrato ed un altro all’estero dove sono attualmente. Ma la stessa ansia e le vocine le ho sentite chiaramente: di fronte a me c’erano solo tante speranze travestite da ignoto. A due anni di distanza, posso dire con certezza di aver fatto la cosa giusta, in questi due anni mi sono riscattata ed ho ottenuto molto di piu’ di quanto avessi mai sperato.

    Da qualche mese pero’, inizia a crescere la consapevolezza che che deve esserci altro; questa frase riassume il mio stato d’animo attuale: “quotidianità lavorativa che non ho mai sentito mia, con ritmi routinari che ammazzano, argomenti che non mi piacciono, valori che non condivido”.

    Ora torno a “pianificare”, a inventare una nuova me, ad imparare skills che mi possano tornare utili per quando mi liberero’ dalla sindrome.

    Grazie per la condivisione
    Sabrina di recente ha scritto The French Encounter

  4. per qualcuno di noi, vivere è proprio questo. Lasciare la propria zona di comfort ogni volta che si rivela essere una piccola e calda trappola. Si lasciano situazioni, sistemazioni,compagni che hanno terminato la loro parte di viaggio insieme a noi. Non so se questo dimostri semplicemente di essere confusionari,perennemente insoddisfatti,magari pure un po’ viziati…ma non credo proprio.Cambiare seriamente costa tantissimo,soprattutto in termine di emozioni: nessuna persona sana di mente si sottoporrebbe a un rivolgimento tale se non fosse sicura di stare cercando la propria vera strada. Anch’io mi sento di nuovo un po’ seduta su una sedia troppo calda….ho cambiato paese, e ne sono felice. Ma l’inquietudine sta ricominciando a fare capolino…devo ricominciare a mettere giù progetti.
    elena di recente ha scritto Le chat botté

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