Storie di downshifting: Cecilia (II)

neveombreQui la prima parte. Grazie ancora a Cecilia per il suo post e a tutti voi che avete commentato.

Beh. Il punto è semplice: per quanto io possa affermare in piena sincerità che questo percorso mi ha dato molto, e che molto ho potuto dare io a chi ho assistito e non solo; questa strada non è quella giusta per me. Per dirla ancora più chiaramente: è la strada più sbagliata in assoluto che potessi intraprendere.

Sono in fin dei conti una di quelle persone che, per dirla con le parole di vogliounamelablu, si sono infilate in vicoli ciechi esistenziali. Il mio dura da sette anni – se fosse un matrimonio, potremmo citare la famosa crisi, e forse in fondo un lavoro ed un matrimonio hanno più punti di contatto di quanto tendiamo a credere.

È cominciato tutto perché non sapevo bene, o magari non sapevo affatto, cosa avrei voluto fare nella vita. In realtà una cosa ci sarebbe: amo scrivere, e al contempo penso di saperlo fare discretamente bene. Le applicazioni di questa abilità sono molte, ma all’epoca in cui ho dovuto scegliere un percorso di studi superiori, ed in seguito professionale, non avrei saputo valutarle, sono sempre stata un po’ fuori dal mondo. Inoltre avevo ed ho una tendenzialmente scarsa fiducia in me stessa. Risultato: ho considerato la mia passione solo una chimera. Anche se chiacchierando con le amiche azzardavo con falsa noncuranza progetti e idee del secolo, non li ho mai, sotto sotto, creduti davvero possibili. E’ una cosa che ho compreso con il tempo, s’intende.

Così ho depennato, una alla volta, una serie di opzioni (liceo classico, poi laurea in Lettere, in Lingue…) e, dopo aver ottenuto un diploma come Perito Aziendale e Corrispondente in Lingue Estere ho scoperto che il tipo di lavoro verso cui mi ero avviata e che mi veniva persino garantito e proposto dalle aziende stesse non mi s’infilava, come un vestito troppo stretto. Non starò a sottilizzare sulle ragioni.

Da lì alla spirale che ne è seguita il passo è stato breve, scontato, apparentemente inevitabile.

Sentivo di non saper fare nulla, fallivo ogni approccio al lavoro per l’ansia, per la fatica, per… ed ho finito per abbracciare, convinta di averne la padronanza e poterne fare ciò che volevo, tutto l’universo di difficoltà, frustrazione, dolore, incomprensione, anormalità che mi portavo dentro.

In fondo quello era il mio patrimonio, la mia dote.

Tutti gli indizi di disagio venivano prontamente mascherati da una ragionevolezza perversa.

Ho mescolato senza rendermi conto del danno che mi arrecavo la vita privata e le aspirazioni per il futuro, ho scommesso inconsciamente che quanto di irrisolto rimaneva l’avrei potuto sciogliere e rendere sopportabile investendoci sopra. Ho ipotecato la mia felicità forse convinta che non mi fosse destinata, la mia serenità ed il mio senso di realizzazione legandoli indissolubilmente alla costruzione di un’immagine di donna forte perché forgiata dagli eventi.

Il mio percorso universitario e professionale era diventato, mio malgrado e contro la mia volontà, una forma di riscatto e di riconquista di una normalità mai propriamente avuta.

In realtà, non desideravo altro che questo: che la mia pregressa ed attuale sofferenza venisse colta, riconosciuta; che mi fosse restituito uno sguardo di comprensione ed accettazione.

Senza questo, come potevo pensare di poter crescere, affermarmi, trovarmi bene nel mondo?

Mi rendo conto che posta così, la questione può suonare eccessiva e smielata. Ebbene, che sia.

Ho fatto il mio passo falso.

Ma sono estremamente grata all’ultimo grosso litigio – dovrei chiamarlo crisi di nervi – avuto a inizio dicembre con mia madre: quel giorno io non ho stabilito (e detto ad alta voce) di voler abbandonare l’università (non soltanto questo corso, ma l’idea della laurea che ormai vedo in ben altra luce rispetto ad un tempo in cui rappresentava un idolo) definitivamente, e di voler cambiare radicalmente strada – dovessi pagare la mia avventatezza finendo sotto un ponte – per mera esasperazione.

No. Sono scoppiata, certo, perché la pressione era insostenibile. Ogni lezione era una spina nel cuore, e la disistima crescente per compagni, docenti, insegnamento ha fatto il resto. Avrei voluto strozzare mia madre un giorno sì ed il successivo pure, per quanto profondamente la ami. Mi sentivo imprigionata, oppressa e con un futuro più che incerto, direi infausto.

Tuttavia sapevo ora con chiarezza schiacciante ciò che sino a quel momento era balenato più volte nella mia mente, ma avevo puntualmente confutato con la ferrea convinzione che i vantaggi superassero gli svantaggi: impegnandomi, presumibilmente per l’intera esistenza, a combattere questa specie di battaglia avrei sacrificato proprio quanto di migliore e più sano c’è in me.

Non si tratta di inseguire un sogno e fare il salto dell’angelo – o un gran capitombolo.

Né di giocare a fare gli ottimisti ad oltranza, o peggio i superficiali, gli scostanti, gli alternativi.

Si tratta invece di ammettere i propri sbagli, avendone l’opportunità, di salvarsi la pelle.

Io riparto suppergiù da zero, a livello di spendibilità di questi ultimi anni.

Ma la consapevolezza di cosa funziona e cosa no, per me, è un guadagno incomparabile.

E non posso negare di aver una discreta paura: proprio perché conosco i miei limiti, so che a dispetto di tutte le pretese di selezionatori e osservatori del mercato del lavoro io volente o nolente non posso affatto accettare di fare qualsiasi cosa. Come d’altronde, in misura minore o addirittura maggiore, la gran parte delle persone in cerca.

Tuttavia in questi ultimi giorni mi sono svegliata con un gran sorriso sulle labbra. Un sorriso vero, dunque, non da okay, ho dormito bene, ma da sono contenta, bestia!, e non vedo l’ora di alzarmi per fare quella certa cosa. Nel giro di poche settimane dalla mia drastica decisione ha infatti preso piede nei miei pensieri un progettino, che dopo l’ondata di eccitazione iniziale ho cominciato a ridimensionare adeguatamente (e ri-dimensionare significa valorizzare, non rimpicciolire), levigare, dettagliare.

Non sarà la mia attività principale, forse ‘per adesso’ o forse mai. Ma è una novità. Una passione. Un’occasione di fatica buona. No, preferisco non svelare in cosa consiste per non smontarmi subito; ma se la ruota gira, presto o tardi verrà alla luce.

Una cosa però va detta, ribadita, sottolineata: a prescindere dal mio stato di inoccupazione, dalle mie prospettive strettamente lavorative e dalla fisiologica stretta allo stomaco – oh-dio-che-ho-fatto – che periodicamente mi assale, ora vivo immensamente meglio.

Assimilo questa svolta ad un downshifting,e se propriamente tale non è rappresenta almeno un riorientamento, circostanza che posso sfruttare per gettare le basi di un confronto libero e non servile alla domanda di impiego, ed abbassare il tiro per alzare il mio livello di benessere.

Non solo: posso occuparmi di mia madre, e di lei sola!, con più cura e da figlia, non da operatrice.

Senza dubbio, invece di sentirmi spacciata, sento che la mia vita è tornata ad appartenermi. Che ho le strade aperte, ed anche se devo scoprire quali saranno davvero percorribili e quali no c’è un fattore pazzesco a renderle, comunque, tutte bellissime: ne vale la pena.

Perché finalmente formarmi e lavorare, anche solo tentare, equivale a vivere e fiorire, consumarmi come fuoco, non ad affondare nell’immobilità inquinata di quel che mi è toccato in sorte, e che ho seguito con la fatalità con cui un cadavere segue la corrente.

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23 thoughts on “Storie di downshifting: Cecilia (II)

  1. Cecilia che bello! Hai ragione, uh come hai ragione ! Alla fine di tutto ma chissenefrega di come andranno le cose, di come riuscirai a cavartela, di cosa va fatto… Alla fine l’importante è che tu ci metta fuoco, passione, impegno , energia, vita.A volte anche io mi abbarbico in pensieri sul senso della vita, sull’evoluzione, il miglioramento, la sofferenza interiore e blablabla … poi alzo un po’ lo sguardo e mi accorgo che la cosa davvero più importante di tutte è svegliarsi alla mattina e sentirsi bene con sè stesse.Non c’è niente di più importante al mondo. E se domani finisce , finisce con un oggi contento. Un grande immenso in bocca al lupo a te e chiunque abbia un sogno
    pattylafiacca di recente ha scritto La mia amica Isa

    1. Sì, un oggi sereno e contento, che faccia pensare ‘ne è valsa la pena’. Sprechiamo o sacrifichiamo troppi nostri oggi, convinti che domani avremo indietro un giusto corrispettivo. Non è così, li perdiamo e basta.
      Ma io oso anche parlare di felicità, e non come di un risultato a lungo termine ma come forse, persino, di un prerequisito.
      La contentezza e la soddisfazione contingenti sono le ciliegine sulla torta di un progetto di vita, ma io credo che la base, il pan di spagna, su cui si reggono e da cui nascono non solo possiamo, ma dobbiamo ritagliarcelo! E intingerlo per bene nel liquore, oh sì.
      La felicità non sta nella perfezione, ma nella profondità.
      Per questo la nutella la mangio ogni morte di papa, ma sempre a… quattro strati di pan carrè 😉
      Denise Cecilia S. di recente ha scritto La cosa giusta

  2. Grande Cecilia, hai saputo riconoscere l’errore anche se gli altri ci vedevano un successo e sei riuscita a fare quello che è meglio per te, e te sola. La sofferenza, tua e degli altri, può diventare una coperta soffocante e sotto ci puoi mettere la tua vita in stand-by, con la “scusa” che non c’è altro da fare perché quel “problema” viene prima di tutto. Ma la vita ha un modo tutto suo di tirare fuori la testa e farci capire le cose (e per fortuna!) e tu hai avuto il coraggio di ascoltare. Ti auguro di riuscire a seguire sempre quella voce 🙂
    yliharma di recente ha scritto Risposte riservate…

  3. Come ho già commentato altrove, ammiro il tuo coraggio. Per me la cosa più difficile è sognare di scavalcare il pensiero soffocante delle necessità di sopravvivenza, mie ed eventualmente di altri, che mi obbligano a un’attività lavorativa. In ogni caso, la consapevolezza che hai acquisito ti aiuterà tanto per il progettino! Tienici informate 🙂
    Zanzana di recente ha scritto Heretical Pizzoccheri – Pizzoccheri Eretici

    1. Vero, la consapevolezza è un grande, grandissimo lasciapassare. Usarla per compensare il mio carattere ipercervellotico è meno facile di quanto sembri, ma non la baratterei mai con altro.

      Hai toccato anche un tasto secondo me importante: io da un lato posso dirmi e mi dico una ‘privilegiata’, in quanto nel mio futuro anteriore dovrò badare unicamente a me stessa.
      Ad oggi, mia madre è al sicuro sia economicamente, poiché ha le sue pensioni, sia dal punto di vista dell’assistenza; perché ha l’essenziale e le sto creando attorno una rete di servizi, amici, possibilità che in caso di bisogno le/ci basterà cogliere.
      Posso perciò decidere anche di buttarmi e tentare, di stravolgere la mia vita – questo non subito -, perché da essa e dalla sua riuscita non dipendono direttamente altre persone.
      Denise Cecilia S. di recente ha scritto La cosa giusta

  4. Bellissima la tua storia e coraggio davvero ammirevole. Il coraggio che tutti dovremmo avere di fare e di essere ciò che amiamo, alla faccia di questo mondo che ci vuole tutti schiavi di un lavoro che deve soltanto permetterci di sopravvivere e che magari ci impedisce di vivere.
    In bocca al lupo per il tuo progetto e per la tua Vita Nuova!
    Paola di recente ha scritto Raccolta differenziata: la sedia dove la butto?

    1. Concordo, sottoscrivo e controfirmo.
      Sopravvivere è un delitto; ed il lavoro non dev’essere il nostro nemico, ma una pietra di paragone di quel che stiamo combinando con la nostra esistenza.
      E’ sempre bene ricordare che la libertà di tempo e di azione non vale nulla, se non è guidata dalla libertà interiore di pensarci migliori, nel posto giusto per la persona giusta, e grati.

      Grazie di tutto.
      Denise Cecilia S. di recente ha scritto La cosa giusta

  5. Non so cosa sia il ‘progetto’ in ballo, ma spero che ci sia di mezzo la scrittura, perché secondo me scrivi molto bene. Ora che hai capito che la tua strada è un’altra, e comunque diversa da quella percorsa finora, tu sei nella migliore delle posizioni. Non hai responsabilità verso nessuno che non sia tu (esatto, neanche verso tua madre), puoi decidere come e di cosa vivere. E rispondi solo a te stessa. In bocca al lupo!
    Alberto di recente ha scritto Becoming Minimalist: newsletter n. 14

    1. In effetti no, anche se una componente artistica ce l’ha.
      Però la scrittura voglio riportarla alla ribalta, che poi riesca addirittura a combinarci qualcosa e infilarla nel cv come esperienza lavorativa oppure no: è troppo importante.
      Il tuo complimento mi giunge inaspettato e molto gradito, credimi: e insieme ad altri risveglia il ricordo del piacere di scrivere per una comunità di lettori in rete, con quel minimo di responsabilità ed impegno che questo comporta, ma con più libertà di quando si scrive su commissione.

      E dunque, insomma… crepi il cacciatore!
      Denise Cecilia S. di recente ha scritto La cosa giusta

    1. Grazie!

      Nel frattempo, ho appunto lasciato l’onere dell’amministrazione di sostegno a mia cugina, l’unica altra familiare in grado di prenderla in carico.
      Ho corso e trafficato per due giorni, ma che sollievo e che soddisfazione!
      Denise Cecilia S. di recente ha scritto Gettare le reti nella Rete

  6. Ammiro il tuo coraggio…e forse un po’ anche la tua incoscienza e sono felice di leggere nelle tue parole quel senso di leggerezza, di soddisfazione di sè e delle proprie scelte e quell’ottimismo che sono alla base di un percorso si “successo”, inteso come un percorso che ci gratifichi dal punto di vista umano.
    Ti auguro di conservare tale entusiasmo e di lavorare con tenacia affinchè non evapori, lasciando posto a un senso di smarrimento.
    la mia non vuole essere un’ondata di pessimismo, nè tantomeno un voler gettare acqua sul fuoco smorzando gli entusiasmi, ma un serio incoraggiamento a dare il 100% (come hai dimostrato di saper fare) e a non demoralizzarti se i risultati non arriveranno subito!
    In bocca al lupo,
    Federica
    Federica di recente ha scritto Olanda…che passione!

    1. Confermo che più passano i giorni, più mi sento rinfrancata e rafforzata.

      Ho anche iniziato un lavoretto occasionale (i banchetti di raccolta fondi per l’ANT), per il quale può tornare utile la mia esperienza ma che non mi mette a contatto diretto con la sofferenza.
      E’ un piccolo guadagno, non stressante, per una causa che approvo ed a cui tengo e soprattutto mi permette di tenere alto il morale; invece di stare a languire su candidature senza risposta.

      Tu invece fai bene a rimarcare il punto: a volte l’entusiasmo, che è cosa sana, abbonda sin troppo e non è sostenuto da grinta, pazienza, insistenza anche.
      Di entusiasmo ne ho sempre avuto, ma prima di farmi le ossa e imparare a sopportare imprevisti, intoppi, lungaggini e fatiche ce n’è voluto… eppure, senza questo non si va da nessuna parte, no?
      Denise Cecilia S. di recente ha scritto Gettare le reti nella Rete

  7. Leggerti è sempre e comunque farsi un regalo. Conosco la tua storia e so, so bene quanta fatica nel tuo cammino. Nonostante la diversa età ed esperienza abbiamo molto in comune. E comprenderci è favolosamente facile. Anche io, lungo i miei 56 anni, ho fatto scelte apparentemente impopolari. E il fatto che stupissero tante persone non è stato un freno ma nemmeno un incentivo. Credo fortemente nel dare ascolto alla mia voce più profonda, quella che cerca e ricerca testardamente e principalmente il mio benessere. Se errore ho fatto (eccome che ne ho fatti) è probabile che mi sia lasciata distrarre da altro che non fosse il mio bene.
    Cecilia, sei meravigliosamente tosta, e nell’ultimo anno ti ho vista andare oltre il tenero bocciolo che ho conosciuto. Ti ho vista fiorire. Che la luce sia con te.

    APF
    APF di recente ha scritto Mozziconi di sigaretta: rifiuti tossici per l’ambiente e la salute

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