Storie di downshifting: Cecilia (I)

neveluceOggi minimo ospita (in due puntate, la seconda la settimana prossima) la storia di Cecilia. Che è una storia di downshifting sui generis, diversa dal solito “lavoro meno guadagno meno mi riprendo il mio tempo”; una storia che parte da lontano ed è fatta di tantissime componenti: famiglia, malattia, anche tragedia, affetti, coraggio, tentativi, consapevolezza. Prendetevi il tempo di leggerla con calma, e di farvi strada attraverso le parole. E ditemi (diteci) cosa ne pensate, e se vi ritrovate.

Ho riscritto questi pensieri svariate volte. C’è una cosa che vorrei condividere con i lettori di minimo, e nonostante l’entusiasmo e la certezza che si viaggi sulla stessa lunghezza d’onda, temo ancora e sempre d’ingarbugliarmi, di esser prolissa (mio evidente difetto), di risultare complicata. Sarò dunque, al massimo che mi è possibile, piana e lineare.

Vi elenco, più che raccontare, come in una sequela di frame di pellicola – o se preferite, come in una sfilza di salsicce – certi fatti miei che forse, chissà, in qualche punto potrebbero somigliare ai fatti vostri.

Ho sofferto di depressione durante l’infanzia – lo so, fa strano, molti scuoterebbero la testa e mi classficherebbero come ‘bambina ridicola in cerca di attenzione’, ma fa anche chic, e soprattutto: è vero.

Da piccola nutrivo anche un discreto terrore per l’ipotesi di diventar schizofrenica o comunque generalmente ‘matta’, di finire cioè come una zia paterna che a suo tempo ha attraversato tutto il mare magnum di ospedali psichiatrici e strutture residenziali disponibili, dopo una contorta vicenda personale.

Avevo nove anni quando, nel giro di due mesi, un mio cugino è morto e mio fratello ha avuto l’esordio di una sindrome rara, sviluppatasi nell’arco di sedici anni in modo piuttosto pesante, portandolo alla morte nel 2008.

Nel corso del tempo abbiamo capito che anche mia madre, una sua sorella ed un loro fratello – morto all’età di diciannove anni –, pure se in forma più leggera, ne erano affetti. E, devo dire senza entrare nel dettaglio, tutto sommato ci è andata bene: abbiamo almeno avuto il supporto di medici specialisti che capivano cosa avevano di fronte. Un supporto che mi è e mi sarà di enorme aiuto nella vita, poiché nel settembre 2011 mi è stata diagnosticata la medesima mutazione genetica correlata a questa sindrome. Pur essendo asintomatica, sono ormai ufficialmente nel girone del check-up completo ogni anno.

Due mesi dopo, mio padre è morto, arrotato – secondo il referto del Pronto Soccorso – sotto la nostra auto, in fondo allo scivolo che porta ai garage.

Un anno esatto più tardi, ci ha lasciati mia zia, dopo alcuni tostissimi mesi di lotta contro il menefreghismo dei sanitari, l’ostilità di alcuni familiari, la sua stessa incapacità di capire che – come dire – aveva un problema.

Oggi vivo da sola con mia madre, ancora relativamente autonoma ma compromessa su più fronti. Se vi state chiedendo come sarà il suo futuro, posso solo dirvi che peggiorerà; a meno che non abbia la fortuna di andarsene in fretta e bene, con un infarto secco.

Se avete avuto il coraggio di non soccombere alla noia ed arrivare in fondo, ecco: c’è dell’altro.

Una storia parallela, una fra le decine che ciascuno può selezionare dal proprio bagaglio personale e mettere in evidenza.

È una storia che dice di come ho saputo volgere questo vissuto non esattamente positivo e gradevole in un percorso di studio, e professionale.

Tutto ebbe inizio (nei buoni libri si scrive così) nel 2005, quando incocciai in un bando per il Servizio Civile Nazionale indetto dal Comune della mia città. Gli incarichi offerti erano due: di assistenza agli anziani, oppure di assistenza ai disabili. Lo tentai, e mi scelsero proprio grazie all’esperienza personale, sulla quale avevo scientemente contato.

Dopo il Servizio, che ricordo con piacere e con un pizzico di nostalgia, ho compiuto una modesta ma continua scalata, una progressione verso il lavoro ideale nell’unico settore in cui – ne avevo avuto la prova! – entravo in contatto con la malattia in un modo pesante ma ricco, che mi gratificava e dimostrava chi ero e cosa valevo. Assistente ad personam, per imitazione, una cosa che fanno un po’ tutti i precari del sociale. Un intervallo a Roma. Operatrice socio-sanitaria, dopo nove mesi di corso: un paio di incarichi, e poi l’iscrizione ad Infermieristica. Mi piace, ma qualcosa non va: rinuncio e passo l’anno successivo ad Assistenza Sanitaria, scegliendo l’area preventiva.

Coltivo attività collaterali a cui tengo: il volontariato con i pazienti terminali. Il massaggio. Accompagno un amico paraplegico ad un torneo di golf all’estero. Prendo contatti con un’associazione che si occupa di malattie mitocondriali, della qual categoria fa parte anche quella “di famiglia”. Dopo la morte di mio padre, assumo l’incarico di amministratrice di sostegno della zia schizofrenica, aprendomi una finestra sugli aspetti socio-legali di una nuova e promettente figura del settore. Mi giostro come Cassius Clay sul ring di fronte alle necessità dell’altra zia: sono di fatto il centro di tutto il tornado, non c’è assistente sociale, medico, psicologo, responsabile di struttura, familiare o centralinista che non sia in contatto con me; mentre, s’intende, proseguo l’università, seguo mia madre e prendo in mano la gestione di casa, auto, incombenze nuove ordinarie e non.

E ad ogni passo, ad ogni gradino, la soddisfazione di sapermi competente. Il piacere di venir elogiata per la mia umanità e per particolari abilità. Un quadro perfetto, che persino fa curriculum.

Una vita, almeno lavorativa, riuscita; dirà forse qualcuno. Magari da invidiare, tanto più che anche se in decostruzione l’ambito sanitario è ancora uno dei pochi che offre degli impieghi vagamente solidi.

Eppure, ve ne siete accorti?, vi è un che di inquietante, un sentore di catastrofe. Non lasciatevi distrarre dalle favole di resurrezione e successo dalle stalle alle stelle. Provate a mettere fianco a fianco le due storie che vi ho riportato. Notato nulla di strano? Niente che stride?

(…continua)

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14 thoughts on “Storie di downshifting: Cecilia (I)

  1. Attendo con trepidazione la continuazione. Certe vite vanno messe in bilancio con tutti i fattori che la compongono…di certo fino a quì direi che non è stata proprio generosissima con Cecilia.
    pattylafiacca di recente ha scritto La mia amica Isa

  2. Succede che aspetto con ansia di sentire il resto della storia, intanto leggo il tuo blog e rifletto. Molto. Grazie a tutte e due.
    L di recente ha scritto Punto G #4

  3. Patty: vero. Difficile riassumere il senso di una vita senza allargarsi a macchia d’olio o, viceversa, schematizzare troppo.
    Aiuta l’avere un territorio preciso da mappare, credo.

    L: persino il blog è in downshifting, eheh!
    Cancello, riduco, rinnovo…

    Zanzana: la franchezza innanzitutto verso se stessi, dono inestimabile. Evita tante cadute.
    Denise Cecilia S. di recente ha scritto E quando arriva la notte…

  4. Anche io, come le altre, attendo il seguito e in ogni caso ti faccio i complimenti per come hai saputo affrontare i problemi che la vita ti ha messo davanti, soprattutto perchè si tratta di problemi legati alla salute dei tuoi cari e alla tua.

    1. Francesca, ti ringrazio.
      Naturalmente la ‘donna girandola’ che sono stata in questi ultimi anni (nell’ultimissimo in particolare) non è sempre stata così ‘sgamata’, e nei precedenti 28 della mia vita ho ricevuto moltissimo sostegno (soprattutto dal mio adorato papà 😉 ). Senza il quale, va detto chiaro, non sarei andata proprio da nessuna parte.
      C’è voluto tanto, ma pare che ora la semina vada a frutto; non solo sto in piedi da sola, ma riesco anche a dare.
      Denise Cecilia S. di recente ha scritto E quando arriva la notte…

  5. Come commentare questa parte della tua vita, Cecilia?
    Certamente non ti sono state risparmiati dolori e fatiche: la tua acquisizione di competenze, come dici tu, è stata frutto di un di un prezzo elevatissimo da pagare alla vita, in termini di serenità.
    Non deve essere facile crescere in una famiglia (allargata, includendo anche zie/parenti) in cui ogni giorno – forse anche nei più sereni- il fiato è spezzato dal pensiero, comunque, della malattia che incombe sulle vite dei nostri cari (o nostre).
    Temo sia, più o meno, la storia di tanti di noi, o lo possa, con il tempo, diventare.
    Tutto ciò fa molta paura, a me per prima.
    Ma sapere che qualcun altro è stato in grado di affrontarlo aiuta tutti noi a “riuscire ad andare”…
    Grazie della tua testimonianza; attendo il seguito.

    Federica
    Federica di recente ha scritto Olanda…che passione!

  6. Grazie a te, Federica.

    In effetti della malattia più che il pensiero (su tutti, del futuro) mi ha sempre pesato il presente, le piccolezze del quotidiano in specie.
    Forse gran parte della differenza sta nell’essere stata sorella e figlia, non genitore – anche se ora un po’ lo sto diventando, come tutti coloro che accudiscono padri e madri semplicemente anziani -, nella consapevolezza che (se non va storto qualcos’altro!) io le sopravviverò e le garantirò affetto ed aiuto certi.
    Denise Cecilia S. di recente ha scritto Preterintenzionale

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