Chi non lavora

citernaC’è questa persona che conosco, che anzi è un’amica. È una libera professionista, quindi abituata a non avere la sicurezza dello stipendio a fine mese, e anche a trascorrere a casa periodi più o meno lunghi. È anche una persona molto capace nel suo campo, con quasi un paio di decenni di esperienza alle spalle, e che ha sempre lasciato un ottimo ricordo di sé presso tutti i clienti presso cui ha lavorato. Mai un problema, mai una lamentela, complimenti a profusione per la professionalità, l’abilità, la competenza.

Questa persona non lavora da quasi un anno, o meglio: da gennaio scorso ha lavorato solo occasionalmente. In realtà qualche richiesta le è arrivata: ma accettarle significava lavorare praticamente in perdita. Si è sentita dire a più riprese che le sue tariffe sono troppo alte, che “con i tempi che corrono”, che “ma tu hai idea di quel che c’è là fuori?”.

Nel frattempo, per non starsene con le mani in mano, ha deciso di formarsi su qualcosa di diverso, che potrebbe aprirle prospettive interessanti. Ha ottenuto soddisfazioni e ottimi risultati (come vi ho detto è una persona molto capace), ma (almeno finora) nulla di concreto dal punto di vista economico… com’era anche prevedibile.
Naturalmente, per la legge di Murphy, l’unica richiesta di lavoro relativamente accettabile dell’anno è arrivata proprio mentre questa attività secondaria stava finalmente entrando a regime: accettare significava metterla da parte almeno per qualche mese, rischiando (sapete come vanno queste cose) di non riprenderla in mano più.

La mia amica comprensibilmente è andata un po’ in crisi. Ha tentato di trovare con il suo cliente un compromesso che le permettesse di lavorare presso di lui e allo stesso tempo di non abbandonare del tutto il suo progetto, ma non c’è stato verso. E, alla fine, con coraggio e forse con un po’ di incoscienza, ha deciso di rifiutare, di stringere i denti ancora per un po’ sperando che la sua scelta sia quella giusta e… paghi. Il suo cliente (con il quale non aveva preso alcun impegno, naturalmente, né è entrata nel merito della sua scelta) è rimasto letteralmente basito: ma come, io ti pago la tua “principesca” tariffa e tu mi dici di no? A un lavoro che durerà due/tre mesi, forse anche di più? Sei pazza! Peggio: non sei professionale (???).

Questa storia non ha ancora una fine, né lieta né triste. La mia amica continua a seguire il suo progetto con passione, anzi a quello ne ha affiancati altri. Alcuni sono solo idee, per ora. Continua anche a cercare opportunità nel suo “vecchio” campo, perché giustamente non si vuole precludere nessuna possibilità. Ma non ha ricevuto l’offerta della sua vita, quella che le cambierà l’esistenza e le risolverà tutti i problemi ripagandola di questi mesi di incertezza e di sacrifici.

Perché vi racconto questa storia? Perché la mia amica l’altro giorno si è trovata per caso a parlare con un ex-collega, e lui le ha confessato di stare lavorando per una tariffa che le ha fatto sbarrare gli occhi, meno di un terzo del suo minimo, tanto per capirci. E si è scoraggiata, ed è venuta a sfogarsi con me (quel collega incidentalmente sta distruggendo il mercato danneggiando se stesso e gli altri. Ma questo è un altro problema…). Le sue domande e le sue tentazioni sono quelle di qualsiasi libero professionista “anomalo”, le cui tariffe non siano più o meno calmierate. Sono anche le mie insomma.

Devo rivedere le mie tariffe, e le mie pretese? Devo chinare la testa? Vale la pena continuare a “combattere” per difendere la mia professionalità e farmi pagare quello che so essere il giusto? Tutti mi dicono che se chiedessi un po’ meno il lavoro ci sarebbe (!)…

Dalla nostra discussione/riflessione ho tratto una conclusione e una domanda.

La conclusione: è proprio vero quello che ormai dicono tutti da ogni parte. Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo imparare a pensare al lavoro in termini profondamente diversi rispetto al passato. Il lavoro non è più qualcosa che ci casca in braccio. Il lavoro non è più un’unica attività immutabile, per la quale studiamo e che poi pratichiamo, sempre quella, ogni giorno della nostra vita fino alla pensione.
Dobbiamo essere aperti alle alternative. Dobbiamo andare a cercarcele, anzi inventarcele. Dobbiamo essere in grado di adattarci. Che non significa farci sfruttare, ma prendere in mano la situazione per evitare di rimanere a bordo strada, senza altra alternativa che guardare chi passa, lamentarci, enumerare i motivi per i quali noi siamo stati tanto sfortunati “e gli altri invece”. Dobbiamo imparare cose nuove, uscire dalla nostra zona di confort, a volte avere il coraggio di dire no, di chiudere una porta per lasciare a un portone la possibilità di spalancarsi. Dobbiamo (anche) avere la volontà di fare sacrifici, di stringere i denti, di credere in quel che facciamo e nel suo valore (perché se non ci crediamo noi, col cavolo che ci crederanno gli altri, no?), sempre e comunque.

La domanda, che giro a voi: vale sempre la pena di lavorare? 

Qualunque libero professionista degno di questo nome sa che esiste un minimo sotto il quale sta lavorando in perdita e che naturalmente dipende da tanti fattori; non ultime le tasse, delle quali spesso non è facile tenere conto, dato che le paghiamo molti mesi dopo aver incassato. Ma ci sono anche i fattori non tangibili, naturalmente. Soddisfazione personale, fatica, tempo, affetti…
Specie in tempi di magra, è facile cedere alla tentazione e dire di sì a qualsiasi tariffa, a qualsiasi proposta, “pur di lavorare”. Pur non stare con le mani in mano. Pur di portare a casa “qualcosa”. Poco importa che quel qualcosa, a conti fatti (conti che, come ripeto, per un professionista possono anche non essere banali), non sia nemmeno lontanamente abbastanza.
Io ho l’impressione che ci abbiano inculcato l’idea che lavorare è sempre preferibile a non farlo. E noi ci siamo sempre comportati, mossi, di conseguenza.
E se fosse una balla clamorosa, un inganno terribile?

Se volete approfondire, a me è piaciuto molto questo. È lunghetto ma pieno di riflessioni e spunti interessanti.
Vi segnalo anche i post di viaggioleggero sul tema “Perdere il lavoro”, uno, duetre e quattro, tutti accomunati (vivaddio) da una prospettiva realistica, sensata ma positiva sull’argomento. E chi li scrive ha vissuto l’esperienza in prima persona, quindi non parla per sentito dire.

minimo è anche su Facebook e su Twitter

23 thoughts on “Chi non lavora

  1. Interessantissima riflessione ed è difficile rispondere in due righe. Comunque rifiutare il lavoro è attualmente un lusso però qualche volte bisogna avere il coraggio e la coerenza di rifiutarlo ! Ma è vero che non si può più considerare il lavoro come si faceva una volta e aggiungo ci sono professioni che guadagnavano l’ira di Dio un tempo, ma erano veramente meritati questi soldi ? Certo la tassazione italiana è una di quelle più pesanti in Europa ma l’evasione è anche una piaga tutta italiana, che finiamo per pagare in tanti. Non so quale è il mestiere della tua amica e se le tariffe hanno un senso però parlando invece di altri professionisti, i dentisti, c’è una tale differenza dall’uno all’altro che si vorrebbe sapere qual’è la tariffa giusta ?

  2. Tema fondamentale per chi lavora in proprio,può capitare di lavorare in perdita e rendersene conto a posteriori, o che qualcosa vada storto (trasporto, incasso, tempi di consegna) e tutto il tempo, il lavoro, e i soldi spesi per lavorare vadano gettati al vento.. Purtroppo in questi casi burocrazia e istituzioni rendono tutto più difficile, ma è proprio vero che ci hanno inculcato che è meglio lavorare piuttosto che stare fermi, fatturare di più a costo di rimetterci, se non i soldi tutto quello che avremmo potuto fare di bello in quei momenti.

  3. Penso che accettare qualsiasi lavoro a tutti i costi non sia dovuto. Soprattutto se si sono fatti lunghi anni di studio per poi raccogliere briciole. Rifiutare vuol dire riflettere sul fatto che quel che offre in quel momento il mercato non è accettabile. Dirlo agli altri e dirselo a se stessi è il primo passo per il cambiamento. Accettare lavoro a condizioni si svendita può essere accettabile all’interno di un progetto più complessivo di conquista di un nuovo mercato e deve essere temporaneo, solo per un breve momento. Qualora le condizioni sfavorevoli perdurino è necessario una profonda analisi su quel che si fa. E’ inutile incaponirsi a fare qualcosa, in un mercato, in un tempo e in un luogo sbagliati. A volte basta cambiare una di queste condizioni per veder migliorata la propria posizione. Altre volte le dobbiamo cambiare tutte.
    Non accettare le condizioni esistenti e sottoporre le proprie scelte a delle continue revisioni sono le uniche cose che ci possono aiutare a salvarci.
    La pensione sarà dura, la vecchiaia pure! Purtroppo.

    p.s. vi inoltro una discussione con un conoscente che è andato a vivere a Panama:
    <>

    Buon fine settimana.
    Gianleo di recente ha scritto
    Magari cammineremo con le nostre gambe!

    1. … scusate: ecco il commento:
      A Panama si sta da Dio, si vive il sogno americano degli anni ’60, tutto ciò che viene pensato e realizzato con passione e precisione viene valorizzato in tempi rapidissimi….
      …a due ore di auto c’è il Mar dei Caraibi
      e ad altre due ore ci sono fabbriche di sigari e rum
      e natura, e civilizzazione ad alti livelli
      insomma qui c’è quasi ogni cosa
      In più la gente è aperta e Panama city è popolata dalle più disparate etnie che si riuniscono qui per sfruttare l’economia di questo stato.

      buon fine settimana.
      Gianleo di recente ha scritto Magari cammineremo con le nostre gambe!

      1. Non metto in dubbio quel che dice il tuo amico, però sono sempre un po’ perplessa rispetto a questi racconti da paese di Bengodi (di volta in volta applicati a Panama, a Cuba, al Regno Unito…), dove apparentemente manca solo la pioggia di latte e miele 😉
        Credo che un po’ tutti subiamo il fascino del mollare tutto e ricominciare da zero (io per prima, quanti milioni di volte ho detto “basta, io me ne vado”), e in molti casi è davvero la soluzione. In molti altri però (quelli meno pubblicizzati…) si finisce semplicemente per trasferire all’estero i problemi che si avevano nel paese dal quale si è scappati.

  4. Chiedere meno nel nostro lavoro significa quasi farlo gratis… certe volte mi chiedo se son tutti studenti che vivono in casa coi genitori a tradurre, oggi :/ Anche perché altrimenti non capisco come ci pagano le tasse prima, e le bollette poi. E io ho la fortuna di non avere mutuo o affitto, però l’Imu mio papà la paga eccome e non sono riuscita ad aiutarlo a pagarla, l’anno scorso. Non so tu, ma io stavo facendo i consuntivi ieri e per me l’anno scorso è stato un mezzo disastro, perché i clienti tirano e tirano sul prezzo (anche gli stranieri, adesso… e adesso alla laurea linguistica preferiscono sempre di più lo specialista che traduce) ma io non ce la faccio a calar le braghe così, piuttosto lavoro di meno 🙁 Però che stress 🙁
    Alliandre di recente ha scritto An Irish blessing goes:

    1. Io sono una “specialista che traduce”, ma sinceramente non vedo cambiamenti da questo punto di vista, così non ho mai subito grandi penalizzazioni per il fatto di non avere una formazione linguistica tradizionale.
      Ho l’impressione che questa e altre siano tutte scuse, motivazioni di comodo che cambiano a seconda del fornitore con cui si ha a che fare…

      1. Può darsi, ma magari è proprio perché sei specializzata in altro, non m’è mai capitato di sentire che la scusa valga anche nell’altro senso; può anche essere l’idea diffusa a livello di certe aziende (almeno in Italia) che a ‘tradurre son capaci tutti’, per cui a maggior ragione se uno è laureato in altro e sa le lingue il suo argomento lo sa tradurre bene. Nelle PMI qui in zona applicano il discorso all’estremo, facendo tradurre tutto alle segretarie, perfino verso la lingua straniera (poi vanno a sbattere contro il cliente estero che non capisce cosa offrono)… all’estero invece per le traduzioni mediche mi capita con le agenzie. Andremo a pulir cavalli, e tradurremo quelli 🙂
        Alliandre di recente ha scritto An Irish blessing goes:

    2. Lo specialista che traduce va benissimo, però alla maggior parte dei medici non farei tradurre nemmeno la lista della spesa, sanno a mala pena scrivere in italiano e ci infilano tremila parole inglesi :-/
      Recentemente mi era venuta la tentazione di tornare all’università per una laurea breve, una cosa medica tecnica, laboratorio, radiologia o che so io… ma per ora tengo duro, con due clienti e mezzo. E se va male venderò olio e marmellate 😉

      1. La specializzazione naturalmente non basta: per tradurre ci vuole talento (io ne sono profondamente convinta) E conoscenze specifiche. È che le conoscenze si possono acquisire, il talento… ehm 🙂

  5. p.s. tra l’altro il marito dice che anche in azienda i clienti tirano sempre più sul prezzo, e magari tirano scuse sulla qualità e pagano solo in parte, quindi col cavolo che gli stipendi aumentano, una volta davano i premi di produzione, adesso nemmeno per sogno.
    Alliandre di recente ha scritto An Irish blessing goes:

  6. Parla una che ha problemi a fare i prezzi, premetto.

    L’argomento è molto interessante anche per me, perchè le domande che mi faccio sono le stesse di tutti voi.
    Spesso leggo saggi di marketing di americani che insistono molto sul fatto che il punto non è il prezzo, ma il valore percepito che riesci a creare. Verissimo e condivisibile, ma…poi le persone i conti in tasca li fanno comunque!
    D’altra parte è vero che se affronti un lavoro senza aver chiara la prospettiva che ti deve dare da mangiare, non è un lavoro, ma un hobby.

    Io facevo la stessa riflessione sugli stage non pagati, quando ancora c’erano, e mi chiedevo: ma perchè devo andare a lavorare in un ufficio otto ore al giorno, senza imparare nulla (almeno mi avessero fatto formazione!), facendo un sacco di lavoretti tipo fotocopie, galoppinaggio etc, e pagando 100 euro al mese e rotti di trasporti + i pasti fuori? E le persone mi rispondevano: se non sei tu, sarà uno che è più disperato di te.
    Ma
    il gioco al ribasso alla fine va a danno della qualità. Io credo che le persone in gamba, quelle che vogliono i risultati e non solo riempirsi il portafoglio, non possano non accorgersi di questo.
    Il cliente vuole essere educato, dice sempre un mio amico, che di professione fa il fotografo free lance.
    Anche su quello che può avere pagando quello che desidera!
    Stella di recente ha scritto Intermission: cambiamento in corso // changing…

    1. Certo che il problema non è il prezzo ma il valore percepito, o meglio che tu professionista riesci a far percepire.
      Per questo sostengo che un professionista serio, competente e con anni di esperienza alle spalle non deve (dovrebbe) temere la concorrenza di neo-laureati, “amatori” e altri soggetti del genere. Se queste persone, e le loro tariffe stracciate, gli creano problemi, allora sta sbagliando qualcosa o ha sbagliato qualcosa.
      Ovviamente educare non è facile, e non è nemmeno così vero che i clienti siano così propensi a farcelo fare, almeno non tutti.
      Viceversa, è molto facile lamentarsi e lo è altrettanto dimenticare che, prima di poter cianciare di tariffe, dumping, educazione del cliente… dobbiamo essere sicuri di quel che offriamo. In altre parole, la qualità e la professionalità non sono un plus che ci distingue, dovrebbero essere *scontate*. E invece troppo spesso il pressapochismo e la cafoneria non ci sono da una parte sola.

  7. Anche per me non vale sempre la pena di lavorare.
    Da una parte non si può lavorare in perdita (e chi accetta molto spesso sta per fallire e quindi non è detto che finirà il lavoro), dall’altra ci deve essere un equilibrio tra il guadagno e la propria realizzazione/formazione/crescita. In sostanza si può accettare di guadagnare meno in un’ottica di formazione e crescita, ma deve essere limitato nel tempo.
    Io oramai sono arrivata a ritenere meglio un lavoro magari più umile ma pagato, piuttosto che un posto più di prestigio dove però ti sfruttano.
    Però da più giovane ho lavorato per due soldi in nero (nel mio campo era piuttosto frequente), ma per fortuna me ne sono andata in fretta.
    francesca m di recente ha scritto I primi 10 giorni del 2013 sono passati … per fortuna

  8. Bella riflessione, che apre molte discussioni su professionalità e compensi, oltre che sull’opportunità o meno di accettare lavori. Anch’io sono una libera professionista (progettazione edilizia) e il calo di lavoro si fa sentire.
    Sono dell’idea che il lavoro nobiliti davvero l’uomo, quindi stare senza lavorare (anche con profitti davvero minimi) è comunque peggio che lavorare guadagnando poco. Si spera, poi, di venire apprezzati ed essere cercati una seconda volta, magari a prezzi migliori.
    Però, nonostante ciò, sono contro la svendita di professionalità!
    Mi capita di vedere annunci tipo “progetto della tua casa a 129 €”, piuttosto che certificazioni energetiche a 49 €.
    La direzione qual è? Lavorare male (ARCImale) sulla quantità, senza professionalità, con il copia incolla?! Questo fa passare il messaggio che chiunque può fare qualsiasi cosa e, scusate lo sfogo, ma disegnarsi la casetta con programmi online free non è progettare.
    Qualsiasi lavoro richiede professionalità: certo che posso tinteggiarmi casa da solo e gratis, ma il risultato è quello di uno che lo sa fare?!
    In certi campi, il divario tra la professionalità e l’arte dell’arrangiarsi è enorme…
    Il problema di tutti noi, spesso, è quello di sottovalutare capacità, competenze e lavoro degli altri (anch’io so tradurre…sì, certo, ma a da studente delle superiori!), ritenendo che il loro lavoro valga poco perchè anch’io saprei farlo…oppure perchè sono scartoffie.
    Ma dietro il lavoro, anche quello “scartoffioso” ci sono assicurazioni professionali, tasse, strumentazioni, software e responsabilità REALI (civili e panali) che gravano sui professionisti. Dietro la cosiddetta “firma” in tanti lavori c’è un mondo che per chi non ne ha conoscenza è enorme e molto oneroso.
    Quindi, per favore, non si parli di professionisti strapagati, senza sapere cosa significa essere Professionisti.
    Scusate se mi sono dilungata, ma questo post mi ha aperto mille cassettini (e forse sono pure andata fuori tema), ma ho troppo nelle orecchie la gente che, ad esempio, mi telefona per sapere quanto faccio pagare una certificazione energetica – cosa da valutare caso per caso e non al telefono- e mi saluta dicendo che sono troppo cara, perchè ha già chi gliela fa a 100 € ed è in cerca del ribasso!
    Ormai rispondo di aspettare l’offerta su Groupon, che le dà (fatte da “professionisti” miei colleghi – poi puntualmente segnalati ai loro Ordini di appartenenza da tutti i colleghi) a 50 €…

    lavorare nobilita, ma a volte la rabbia che procura ha ben poco di nobile!

    Un saluto,
    Fede
    Federica di recente ha scritto Aggiornamento Olanda

    1. Tu sfondi una porta aperta: la mia è una professione che TUTTI pensano di poter svolgere, il classico secondo o terzo lavoro per arrotondare. Sai quante decine di volte ho ricevuto richieste da clienti diretti che “ma io pensavo di spendere molto meno”? O ancora peggio, messaggi di gente che mi chiede “come si fa a entrare nel meraviglioso mondo della traduzione”? Con queste esatte parole, come se fosse l’antro dei quaranta ladroni, come se i traduttori fossero una setta di fortunati che si sono guadagnati l’accesso a un lavoro più facile del mondo, che si può svolgere dovunque (che bello, lavorare a casa, in vacanza, sulla spiaggia, in cima a una montagna. E perché non direttamente dal bagno, eh?) e naturalmente è strapagato, perché per quanto poco sia pagato, beh, è tutto grasso che cola no?

      sigh

  9. Federica ha parlato di lavoro che nobilita.

    Quel proverbio mi è sempre piaciuto, ma occorre che ciascuno rifletta su cosa vuol dire, nella sua ottica, nobilitare…
    … per me significa esaltare le qualità proprie della persona che il lavoro lo compie, trarre da essa attitudini utili non soltanto a produrre oggetti o servizi degni di ammirazione e gratitudine, ma anche a modellare secondo la sua propria immagine il lavoratore, fornirgli uno strumento per crescere umanamente e contribuire alla crescita altrui.

    E’ una considerazione più etica che pratica, forse un po’ a margine; eppure mi dice che no, non è vero che lavorare è sempre preferibile al non farlo – posto che di situazioni che ti fanno desiderare di piegarti a condizioni in fondo inaccettabili ve ne sono a carrettate, tutte differenti.
    Denise Cecilia S. di recente ha scritto Franco come un leone

  10. Che domande difficili che fai…sì, credo proprio che ci abbiano inculcato l’idea che se non lavori sei un po’ un perdente, quindi meglio portare a casa una paga da fame che stare a casa a studiare un’alternativa.
    E credo anche che non sia giusto svendersi tanto per raccattare qualche lavoretto perché poi ci perdono tutti, le tariffe si abbassano e tutti fanno la fame. E penso anche che una parte di responsabilità su come va il mondo del lavoro sia nostra, di noi “giovani” che ci siamo adattati a lavorare al nero o con contratti non proprio regolari, a noi che ci siamo aperti le partite iva per poter lavorare come dipendenti, a noi che lavoriamo come liberi professionisti per una miseria…e dico noi perché sono colpevole anch’io, il fascino dello stipendio l’ho subito tutto, il potere di avere in mano soldi da spendere, anche se pochi, anche se guadagnati ingoiando merda per 8 ore.
    Ora la domanda è: come ne usciamo?
    yliharma di recente ha scritto Qualcosa di concreto

    1. Adesso sei tu che fai domande difficili 🙂
      Non ne ho la minima idea. Io nel mio piccolo ho sempre evitato il dumping (per una questione di etica professionale, ma non solo: la realtà è che sono troppo presuntuosa per svendermi ;)), ho sempre cercato di dare consigli sensati a chi me li chiedeva, ho rifiutato e continuo a rifiutare lavori le cui condizioni mi sembrano insensate etc. etc.
      È inutile nascondersi dietro il “tanto se le tariffe non le abbassi tu il cliente andrà da un altro”. Io INTANTO non le abbasso, e cerco di far capire perché. Poi gli altri si regolino un po’ come vogliono…

      E poi naturalmente c’è il nodo ENORME dell’evasione fiscale, del quale non voglio nemmeno iniziare a parlare perché altrimenti mi viene subito l’eritema…
      Facile lamentarsi del mercato, dei clienti, e delle cavallette, ma intanto il nostro primo dovere come professionisti/imprenditori e come cittadini è non frodare il Fisco e reagire in modo deciso quando ce lo propongono. E invece, sappiamo tutti come va…

  11. No, decisamente per me non vale sempre la pena di lavorare. I primi anni accettavo tutto, ma quante fregature. Fino a due anni fa invece erano più i lavori che rifiutavo che quelli che accettavo; avevo finalmente deciso di selezionare i clienti, alzare le tariffe e lavorare meno, perché in ogni caso fatturando tanto poi al netto delle tasse guadagnavo uguale, allora tanto valeva avere più tempo libero. Poi è arrivata la cosiddetta crisi e la tentazione di accettare proposte indecenti è tornata. Qualcosina ho fatto, qualche cosa da poco; per lo più però ho imparato ormai che il mio tempo vale sempre molto più dei soldi (soprattutto se sono pochi!), e la voglia di mollare del tutto o quasi e limitarmi a zappare l’orto a volte è davvero forte…

  12. Non so se c’hanno inculcato che “vale sempre la pena di lavorare”. Però so che fino a 50/60 anni fa si lavorava per sopravvivere, se il contadino non si alzava per zappare semplicemente non avrebbe mangiato l’anno a venire. Poi c’è stato il boom economico ed il lavoro è diventato il mezzo per affermarsi ed ottenere una vita dignitosa. Ora, se uno si può permettere di rifiutare delle offerte di lavoro per darsi nuove opportunità, benvenga, ma capisco chi si accontenta di stipendi troppo bassi, talvolta si tratta di sopravvivenza. La cosa difficile per un professionista è capire quando sta effettivamente lavorando in perdita e quando, nonostante tutto, i soldi che porta a casa gli consetiranno di sopravvivere. Un pò è colpa della scuola (non ci insegnano più la “contabilità domestica”!) un pò della burocrazia (ad es. gli acconti delle tasse si paghiamo in anticipo in base al fatturato dell’anno precedente!!)

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