Caro il mio Povero

Qui l’originale

“Non so se vi è arrivata la comunicazione ufficiale, ma pare che ai poveri non debbano piacere le cose belle.

Tutte le storie “dalle stalle alle stelle” iniziano con persone di scarsi mezzi ma piene di voglia di fare. Racconti mitologici di bambini che mangiano mozziconi per sopravvivere. Di gente che si porta a casa le monoporzioni di salsa per essere certa di avere qualcosa da mangiare che duri tutto l’anno. Punti bonus per i genitori che rifiutano orgogliosamente i sussidi statali, o per chi soffre di carenze vitaminiche ma stringe i denti. Particolarmente apprezzati gli alunni modello sopravvissuti vivendo per strada più anni. Tutti esempi di poveri che hanno capito come funziona.

Se però usate quel poco di reddito che vi ritrovate per comprare sushi, state sbagliando. I poveri non desiderano cose come smartphone (sei povero: chi dovresti chiamare?), televisori (sei povero: perché dovresti aver bisogno di passare il tempo?), belle macchine (perché non dovrebbe bastarti un’utilitaria, sei povero), o cibi golosi (hai idea di quanti piatti di pasta avresti potuto mangiare per il costo di quella brioche?). Non è previsto che i poveri utilizzino soldi faticosamente messi da parte, o magari vinti al lotto, per acquistare beni superflui. Dopo tutto, tutto quello che faranno sarà ricordare loro che restano comunque poveri. Perché non affrontare il fatto che poveri sono e poveri resteranno, e che questo significa non poter avere Cose Belle?

Essere poveri vuol dire che le Cose Belle non devi manco desiderarle. Non è così che funziona. Negli spot mostrano per caso gente che vive nelle case popolari, ma guida BMW e sorseggia caffè da gourmet, e si gode altre Belle Cose del genere? No: fanno vedere studenti universitari adeguatamente magri e oscenamente giovani. E se sei uno studente universitario magro e giovane ma povero? Non importa. Sei, appunto, povero. Se hai messo da parte per un anno biscotti della fortuna per avere la garanzia di poter mangiare qualcosa qualora dovesse terminare la scorta di pasta allora, apparentemente, tu le Cose Belle non le devi volere.

Da povero, si suppone che tu stupisca con gli effetti speciali della tua acuta intelligenza. È tua responsabilità comunicare al prossimo che sei così intelligente o colto o acculturato in quanto:

  • I tuoi genitori hanno voluto per i loro figli qualcosa di più, qualcosa che loro non hanno potuto avere;
  • Il tuo intelletto è il frutto dei continui pellegrinaggi in biblioteca, a volte camminando a piedi nudi in 2 metri di neve, all’indietro e trainando una slitta sovraccarica di libri; oppure
  • Essendo povero, conosci per esperienza diretta realtà che intellettuali e giornalisti possono solo sognare. Nessuno immagina le tue difficoltà o la vastità della tua sofferenza.

Spesso, quando una di queste tre ragioni viene a galla, la gente tende a perdonare la tua tendenza (a volte eccessiva) a concederti Cose Belle. Quel che non perdonano è la voracità con cui te le godi. Perché a quel punto, caro il mio Povero, diventi un promemoria del fatto che anche i poveri amano le Cose Belle che loro, i non-poveri, acquiscono regolarmente e senza problemi. Puoi aver assaggiato il frutto proibito ma, se vuoi un consiglio, evita di ripetere a ogni piè sospinto quanto sia buono e dolce. Sei povero. Lo sanno benissimo che ti piace quel che hai, perché presumono che tu non abbia mai desiderato altro che di averlo: esattamente come Quelli Che L’Hanno Sempre Avuto. Fai il volontario e ti senti un ipocrita, perché lo stesso programma al quale adesso doni tempo e risorse, in passato ha aiutato anche te. Magari riconosci qualcuno che ti ha servito a una mensa della Caritas, o ti casca l’occhio su un pacco natalizio destinato al tuo vicino di casa. I tuoi amici sorridono e spendono oltre i limiti che sarebbero previsti (per loro), e tu ti domandi “Se non fosse per l’anonimato, gli interesserebbe qualcosa dei desideri del mio vicino di casa?” O rimarrebbero scandalizzati dal fatto che anche il Povero voglia Cosa Belle per sé e per i suoi? La risposta la conosci già, comunque. Le loro storie, piene di disprezzo, le hai già sentite tutte.

Il tuo obiettivo, caro il mio Povero, se ti interessasse saperlo e volessi accettarlo, è dimenticarti completamente dei vari “ho” e “non ho”. Il tuo compito, caro il mio Povero, è stare il più possibile alla larga dai “non ho” in pensieri, parole, opere e investimenti. Il contrario sarà indizio del fatto che sei povero, o lo sei stato. Il sospetto, quegli altri, lo devono avere solo quando compili un modulo per richiedere una borsa di studio, “per elevarti”; o quando, malgrado la tua caduta in disgrazia, riesci ad adattarti alle circostanze con ammirevole serenità zen. Allora, caro il mio Povero, e solo allora potrai proferire le parole “Non sempre ho graziosamente accettato la presenza delle Cose Belle nella mia vita; ho vissuto un’esistenza priva di gioia al di sotto della soglia di povertà”. Dopo una simile dichiarazione, naturalmente, controbilanci con la narrazione delle tue incursioni presso una scuola costosa, circondato da Coloro Che Hanno Parecchio, dagli evidentemente poveri e dai segretamente poveri. Ometti opportunamente gli esercizi mentali per nascondere il desiderio divorante che Coloro Che Hanno Parecchio ti conoscessero all’epoca, perché così capirebbero quanto faceva male sentirli blaterare in classe della povertà come di un diritto di nascita degli irresponsabili e degli squilibrati, dei deviati e degli idioti. Parli invece della tua affermazione sui possessori di patrimoni, più o meno recenti, come di una grandiosa esperienza formativa, che ti ha insegnato che l’unica circostanza in cui puoi dire “Quando ero povero non stavo così male, non avevo tutte queste pretese, non sentivo la mancanza di tutte queste cose” è quando lo sussurri a te stesso, o alla tua progenie, a mo’ di discreto ammonimento laddove un senzatetto per strada li fa ridere, o la storia di una ragazza madre con quattro bambini e uno schermo piatto da 58″ li fa inorridire.

“Sì,” spiegherai ai tuoi bambini, o ai tuoi amici più cari (un po’ straniti), “a volte faceva male, e c’erano cose che non ci potevamo permettere; ma non mi sono mai permesso di dimenticare che rimanevo una persona, una bella persona. I miei genitori non mi hanno mai permesso di dimenticarlo”.”

***

Penso che il post (tra l’altro non certo recente, risale ad agosto 2010) dica già tutto. Ma la questione è delicata (issima). Le Cose Belle piacciono a tutti, a prescindere dal fatto di potersele permettere sempre, mai, solo a volte facendo sacrifici. E nessuno ha il diritto di dire a un altro come spendere i suoi soldi, che siano tanti o siano pochi. Forse soprattutto se sono pochi: se non arrivi a fine mese ma vuoi disperatamente comprarti un iPhone (solito esempio a caso), chi sono io per impedirtelo? Non condivido la tua scelta, però ognuno ha le sue priorità, le mie possono essere “sbagliate” per te e viceversa, bla bla bla.
Ovvio che dopo aver comprato l’iPhone sapendo che l’acquisto ti avrebbe costretto a tirare la cinghia, non ti puoi lamentare di doverlo fare effettivamente.

Detto questo, il fatto che tutti abbiano diritto a volere quel che gli pare è un’ovvietà… però forse, a pensarci bene, no. Forse siamo davvero convinti che i cosiddetti “poveri” (e prima di tutto dovremmo intenderci su cosa vuol dire povero) non debbano potersi permettere neanche di desiderare quello che non possono permettersi? Figuriamoci (dioscampieliberi) comprarlo sul serio? Quando magari (dioscampieliberiancoradipiù) NOI quel qualcosa lo vogliamo e non l’abbiamo?

Boh. Lo sapete che il Natale mi fa un brutto effetto. In questi giorni avrei voglia di uscire e distruggere la carta di credito a furia di strisciate. Spero di riuscire a trattenermi.

Cosa ne pensate (dell’argomento sopra, non della mia voglia di devastare la carta di credito…)?

minimo è anche su Facebook e su Twitter

13 thoughts on “Caro il mio Povero

  1. la questione è: se una cosa è superflua per chi se la può permettere, figuriamoci per chi non può.
    che poi, se un povero riesce a pensare che un oggetto, seppur bello, non è utile (o comunque non indispensabile), vive meglio la rinuncia.
    e infine, finché tutto continuerà a girare sull’importanza delle cose, sull’importanza di possedere le cose e via così, non troveremo mai una soluzione efficace per uscire da questo tunnel che è la crisi, perché per noi uscire dalla crisi significherà sempre tornare a quel livello di benessere che ci permette(va) di avere quelle cose.
    ps. io con la carta di credito ho risolto: non ce l’ho più 🙂
    tatiana di recente ha scritto Del lavoro e di altri demoni*

  2. Tutti aspirano al bello e se si ha a che fare ad es. con un bimbo piccolo lo si capisce subito, perchè il bimbo è attratto naturalmente per la bellezza.
    Io però non concordo sull’equazione bello=costoso o almeno non sempre è così; bello è più legato al materiale, ai dettagli, all’idea accurata. Ti faccio un esempio concreto: non è affatto detto che un gioiello in oro pesante e quindi costoso sia più bello di un altro gioiello in argento o addirittura realizzato con molta cura con qualche materiale di recupero. E allo stesso modo non è affatto detto che una villa sia più bella esteticamente di un monolocale o di un alloggio in una casa di barriera recuperata e ristrutturata correttamente e poi arredata con gusto.
    Sulla tecnologia invece immagino che abbia più ragione tu, ma me ne intendo poco.
    Io penso che la bellezza sia più un fatto culturale che non economico.
    In ogni caso anche definire la parola “povero” è difficile; credo che sia legato al confronto con la società in cui si vive ed è proprio per questo che il possesso di beni ha una valenza psicologica così importante.
    Io non mi considero povera anche se non posso avere tutte le cose che riesco a desiderare, però quando spendo i miei soldi cerco di acquistare cose belle e soprattutto buone, perchè sono dell’idea che sia meglio poco, ma buono.

  3. Non mi piace questo post nel senso che mi da fastidio. Fastidio come sensazione. Mi ci rivedo molto sia come povera attiva ( che poi nn sono povera un lavoro ce l ho), sia come parte giudicante : arriva la tredicisima, coprirebbe a malapena affitti arretrati e bollette varie e invece c è questo infame desiderio di usarla per altro; peraltro come maestra si doposcuola vedo sto bambini con isee bassissimo, denti cariati, ma vestiti nuovissimi o muniti di Nintendo ds ultimo modello e giudico e mi chiedo de i genitori nn potrebbero fare scelte migliori( alimentari, economiche,etiche,ecologiche).

        1. Ma no, infatti, ho capito perfettamente cosa intendevi dire, e non potrei essere più d’accordo.
          Ho pubblicato questo post proprio perché “dà fastidio”, l’ha dato a me per prima

  4. Condivido il fastidio, ma invece di lanciarmi in una lunga e sicuramente incasinata disanima delle ragioni che me lo inducono, mi limito a rilevare una cosa secondo me centrale – forse ci ho una bella fissazione, ma tant’è.
    Il discorso sulla libertà di avere ciascuno le proprie priorità, e sulla legittimità di gestire le proprie molto limitate (trattandosi di persona povera) come meglio si crede, anche preferendo comprarsi un’auto lussuosa e mangiare ad vitam alimenti di qualità scadente; non solo lo condivido ma mi è caro. Questione di proteggere una sana libertà individuale, libertà di costituirsi e realizzarsi in quello che si ritiene essere il miglior modo per sè.

    Perché allora il fastidio?
    a- Perché spesso, come negli esempi portati da Paola, la scelta di favorire un certo acquisto rispetto ad un altro non è dettata da consapevolezza e volontà di fare la propria strada. Lì non c’è alcun orgoglio personale, se non quello di possedere (eventualmente di più).
    Non c’è crescita per la persona, solo schiavitù, per di più non avvertita come tale.
    Raramente si esce da questo schema, di solito accade con gruppi sociali e/o etnici le cui ‘regole’ di appartenenza e di prestigio sono abbastanza note: Rom, gang di strada, ecc. In simili casi il lusso che prevale sulla necessità mi schifa comunque, ma è comprensibile, è norma sociale e non abbandono dell’individuo isolato alla prepotenza del mercato.
    b- Se parliamo di una singola persona, che preferendo questo a quello e divorandoci il suo, s’intende misero, stipendio non fa danno ad alcuno il problema per quel che mi riguarda non si pone, o comunque non andrebbe posto. Più corretto non giudicare.
    Se, come capita più spesso nella realtà, la persona ha un/a compagno/a, figli da mantenere e via dicendo; in quel caso – sarà troppo banale dirlo? – ha il dovere morale di ricercare il meglio per loro.
    E dubito che vi sia sempre accordo in merito, ancor di più rifiuto l’idea che per un bambino sia più opportuno e importante avere un gioco elettronico rispetto a del cibo sano in tavola: anche perché non c’è obbligo, e non basterà mai portare la motivazione che la società poi emargina. E’ sempre e comunque il genitore in primis a dare un certo peso alle abitudini della società, a mediare, a conformarsi o differenziarsi più o meno marcatamente, a dare o non dare ai figli i mezzi per viverci con la schiena dritta (che poi da adulto scelga l’auto di lusso o meno), oppure da servo.
    Questo viene prima degli oggetti in sè.
    Così come un individuo ha prima il dovere morale di pagare le bollette (a meno che non preferisca fare a meno dei servizi erogati, ed è ben lecito), solo dopo può destinare come desidera il restante. Non credo sia un discorso da padroni, quanto di responsabilità di ciò che nella vita si mette in moto, a partire da un contratto per la fornitura del gas per finire con i figli.

    Vorrei precisare anche che se è vero che di povertà disponiamo di numerosi concetti e definizioni, è anche vero che – come italiani di oggi, per fare discussioni pratiche e non unicamente filosofiche – individuare una povertà oggettiva è possibile.
    Diverso è riconoscersi poveri dal punto di vista per es. reddituale, o di possessi; ma non soffrirne e non voler essere diversi. Cosa che mi piace molto: ma per arrivarci, bisogna necessariamente riaffermare che la povertà non è un’astrazione, un’idea totalitaria di cui liberarsi.
    Denise Cecilia S. di recente ha scritto Unplug yourself!

  5. Una precisazione: ho parlato di ‘necessità’ intendendo la soddisfazione adeguata dei bisogni primari.
    Altrimenti si potrebbe pensare che, appunto, per ognuno può essere necessario un bene differente: per Tizio pane e acqua, per Caio lo smartphone.
    Denise Cecilia S. di recente ha scritto Unplug yourself!

  6. fastidioso iniziare a leggere l’articolo pensando di essere ricchi e finirlo col dubbio di essere poveri… I soldi per lo smartphone non ce li ho ma a babbo natale non avevo nulla da chiedere: se non è essere ricchi questo…

    Oggi ho scandalizzato la famiglia dicendo che sono molto contenta che tutti ci stessimo lamentando dell’Imu ma nessuno di non poterla pagare – mica come il “povero” parlamentare Brunetta

  7. Mi hai fatto tornare in mente un episodio accaduto una ventina d’anni fa quando lavoravo in Brasile. In mezzo ai poveri. Poveri veri, non noialtri che abbiamo comunque un tetto sulla testa e la carta di credito da strisciare.
    Dunque, avevo fra le collaboratrici una signora molto in gamba ma molto povera; le avevamo dato un lavoro, era coordinatrice di una “scuolina”, una specie di asilo per bimbi 3-6 anni di famiglie indigenti. Prendeva un salario minimo (molto, considerata l’epoca, la zona geografica, l’orario di lavoro e il contratto in regola) malgrado fosse appena alfabetizzata, perché era veramente una leader della comunità. Aveva 4 figli e un marito bracciante agricolo che in certe stagioni passava lunghi periodi lavorando lontano da casa. Un giorno va dal responsabile amministrativo del progetto e gli chiede un anticipo sul salario. Motivo: quel fine settimana tornava il marito e lei voleva andare dal parrucchiere. Il responsabile trova il motivo insufficiente e non le dà l’anticipo, poi commenta con me “fa fatica a nutrire i figli e vuole buttar via i soldi dal parrucchiere”. Quel commento mi fece riflettere, presi dei soldi miei e glieli offrii (non un’elemosina pelosa, eravamo sufficientemente in confidenza e non si offese per niente, anche perché glieli consegnai dando del cretino al responsabile), dandole qualcosa in più dell’anticipo che aveva chiesto; le suggerii di farsi anche una manicure e comprarsi un profumo. Oltre a essere povera, secondo il mio responsabile doveva essere anche brutta. Secondo me invece quella richiesta era un gesto di altissima dignità umana. I poveri sono persone, non sono tubi digerenti. Oltre al cibo e alle necessità basilari ci sono molte altre esigenze insite nella natura umana e a volte concedersi qualcosa di superfluo e di bello, come un iPhone pagato a rate pur non potendoseolo permettere (io) oppure una seduta dal parrucchiere per farsi bella per il marito che torna (la mia amica), è cosa buona e giusta.
    Sandra B. di recente ha scritto Corso di portoghese brasiliano a Bologna, edizione 2013

    1. È un “argomentone”. Penoso, pericoloso, spinoso. Il presupposto (secondo me) dovrebbe essere sempre quello di non giudicare. Se ne fossimo capaci, tutto verrebbe di conseguenza. Nel caso che racconti, omesso il giudizio, il tuo responsabile avrebbe potuto (dovuto?) fare solo una valutazione oggettiva, o il più oggettiva possibile: è fattibile (in vari sensi) per noi darle questo anticipo?
      Poi naturalmente ci sono tutte le considerazioni legate al lato umano e “solidale” della faccenda, che fai tu e con le quali sono assolutamente d’accordo. Ma che diventano quasi superflue, se capisci cosa intendo, nel momento in cui smettiamo di giudicare (e purtroppo lo faccio tanto e spesso anche io…) e di dire “non riesce a dar da mangiare ai figli e vuole andare dal parrucchiere”

      Grazie per questo commento 🙂

  8. Pingback: dignità | minimo.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

CommentLuv badge