La crisi del consumismo (americano)

Qui l’articolo originale, e qui dove l’ho trovato citato.

“C’è chi compra Babbo Natale gonfiabili da appendere al balcone e, quando gli chiedi se ne ha davvero bisogno, ti risponde ridacchiando che “no, no, ovviamente no”. Ma quando fai la stessa domanda sulla TV a schermo piatto, niente più risatine: il disagio è palpabile.

La verità è che i nostri bisogni reali sono estremamente limitati.

Molta parte del dibattito su come superare la crisi economica si concentra su un’unica parola: regolamentazione. Non è difficile capire perché. È il comportamento di una serie di aziende che ci ha proiettato in questo caos: sembrerebbe quindi piuttosto ovvio che, per evitare futuri, ulteriori collassi del sistema economico, l’unico modo sia creare, e applicare con rigore, nuove regole che mettano fuori legge quel comportamento. Ma la verità è decisamente più complicata. L’economia mondiale è costituita ogni giorno da miliardi di transazioni. Non ci saranno mai abbastanza ispettori, revisori, funzionari doganali e poliziotti per assicurare che tutte, o anche solo la maggior parte di queste transazioni avvenga nel rispetto delle regole. Non solo: i responsabili dell’applicazione di queste regole non saranno necessariamente incorruttibili e, di conseguenza, sarà necessario controllarli e garantirne la responsabilità in caso di scorrettezze; e via così. Come si vede, le norme di per se stesse non possono risolvere il problema. Serve invece qualcosa di decisamente più rivoluzionario: che le persone facciano proprio un diverso senso della correttezza, e si comportino di conseguenza perché convinte che sia giusto.

I valori normativi di una cultura contano. Le norme diventano necessarie quando questa cultura fallisce nel suo intento, ma da sole non possono fungere da bastione unico a difesa della buona condotta delle persone. Ma quale trasformazione della cultura normativa è necessaria in questo caso?

A dover essere rimosso completamente, o almeno notevolmente ridimensionato, è il consumismo: l’ossessione per l’acquisire che è diventata il principio fondante della vita americana. Consumismo e capitalismo non sono la stessa cosa, così come non lo sono consumismo e consumo. Per spiegare la differenza, è utile partire dalla gerarchia dei bisogni di Abraham Maslow. Sul gradino più basso ci sono le esigenze umane fondamentali; una volta soddisfatte queste ultime, un ulteriore livello di soddisfazione deriva da affetti, auto-stima e, infine, realizzazione personale. Finché si concentra sulla soddisfazione dei bisogni essenziali (sicurezza, riparo, cibo, vestiario, cure mediche, educazione), il consumo non è consumismo. È quando si tentano di soddisfare gli altri bisogni, quelli più in alto nella scala, attraverso la mera acquisizione di beni e servizi, che il consumo diventa consumismo, e il consumismo si trasforma in una piaga sociale.

Il collegamento con la crisi economica è evidente. Una cultura in cui l’impulso irrefrenabile a consumare domina la psicologia del cittadino è quella in cui le persone faranno di tutto, o quasi, per acquisire i mezzi necessari a consumare: accettare orari lavorativi da schiavi, condurre la propria attività all’insegna dell’avidità, tenere comportamenti al limite della legalità allo scopo di massimizzare i guadagni. Ma non solo: quelle persone compreranno case che vanno oltre le loro possibilità e faranno debiti con le carte di credito senza pensarci due volte. Sembra allora sensato concludere che il consumismo è responsabile del caos economico attuale né più né meno di altri fattori.

Ma il consumismo non smetterà di avere un posto centrale nella nostra cultura come per magia: dovrà essere soppiantato da qualcos’altro.

Il rifiuto del consumismo e il passaggio a un diverso approccio rappresenterebbe, naturalmente, un cambiamento epocale per la società americana. Ma questo tipo di trasformazioni non sono una novità assoluta: cambiamenti profondi nella definizione di “bella vita” si sono verificati nel corso dell’intera storia umana. Prima che lo spirito capitalista si diffondesse in (quasi) tutto il mondo, né il lavoro né il commercio erano considerati occupazioni particolarmente elevate, anzi: spesso venivano delegati a minoranze disprezzate, come gli ebrei. Per secoli l’aristocrazia europea e giapponese ha considerato la guerra come professione degna di ammirazione. In Cina, filosofia, poesia e pittura erano le attività degne di rispetto, nell’epoca d’oro degli eruditi. La religione era spesso la fonte prevalente della cultura normativa; successivamente, con l’Illuminismo, l’umanesimo secolare è stato considerato, in alcune parti del mondo, come base della società. Questo tipo di trasformazione normativa è possibile, specialmente in un momento di crisi.

Per realizzarla, non dobbiamo rinunciare al capitalismo: non è necessario abbracciare un’esistenza di rinunce, fatta di tela di sacco e cenere, né rinunciare al concetto di altruismo, e non si tratta di esortare i poveri (persone o nazioni che siano) a considerarsi soddisfatti del proprio destino e ad abbracciare la propria miseria; chiaramente, l’economia capitalista deve essere sufficientemente solida da soddisfare i bisogni primari di tutti. Si tratta, però, di indirizzarsi verso un nuovo equilibrio tra consumi e altri traguardi.

Esistono prove convincenti del fatto che il tentativo di impiegare i consumi per soddisfare bisogni più elevati (non primari) sia in definitiva una fatica di Sisifo. Numerosi studi hanno dimostrato che, in varie nazioni con redditi annuali pro capite superiori ai $20.000, non esiste correlazione tra aumento del reddito e della felicità. Negli Stati Uniti, il reddito pro capite è triplicato dal II conflitto mondiale , ma i livelli di soddisfazione esistenziale sono rimasti praticamente invariati; la popolazione giapponese, il cui reddito è aumentato di circa sei volte dal 1958, ha visto un’ampia stagnazione dei livelli di soddisfazione. Secondo gli studi, inoltre, molti membri delle società capitalistiche avvertono sentimenti di insoddisfazione, se non proprio di privazione, indipendentemente dall’entità dei loro guadagni e consumi, perché altri possono guadagnare e spendere ancora di più: a contare è la privazione relativa, più che assoluta. Questo rappresenta un problema dato che, per definizione, la maggioranza delle persone non può consumare più della maggioranza delle altre.

Il consumismo, va detto, non affligge solo le classi elevate delle società più ricche, ma anche le classi medie e molti membri di quelle operaie. Un numero elevato di persone (traversale alla società) è convinto di lavorare solo per arrivare a fine mese, ma dall’esame delle loro liste della spesa e dei loro guardaroba si desume chiaramente che queste persone spendono buona parte del reddito disponibile in status symbol, ad esempio abiti firmati, la macchina “giusta” e altri beni assortiti non veramente necessari. È possibile che questa mentalità sia una parte talmente integrante della cultura americana da condannare in partenza ogni tentativo di resisterle. Ma l’attuale recessione potrebbe rappresentare una via d’uscita, in questo senso.

Fino a oggi, buona parte di questo ridimensionamento è stato involontario, il risultato di una necessità economica. Il passo successivo è far comprendere che limitare i consumi non equivale ad ammettere un fallimento di fronte alla società. Piuttosto, rappresenta la liberazione da un’ossessione, l’opportunità di abbandonare il consumismo per concentrarsi… su cosa? Cosa dovrebbe andare a sostituire l’adorazione per i beni di consumo?

La risposta è una cultura che esalti le fonti della realizzazione umana che vanno al di là dell’acquisizione di beni. I due candidati più ovvi per questo ruolo sono le attività di tipo comunitario e trascendente.

Per “comunitarismo” si intende l’investimento di tempo ed energie nei rapporti con l’altro, inclusi famigliari, amici e membri della propria comunità. Il termine include inoltre l’agire per il bene comune: volontariato, attività pubblica e politica. La vita comunitaria non è focalizzata sull’altruismo, ma sulla reciprocità, nel senso che un coinvolgimento più ampio e profondo con l’altro va a vantaggio di chi dà come di chi riceve. In particolare, secondo numerosi studi, le attività comunitarie alimentano una profonda soddisfazione personale. Uno studio condotto su cinquantenni maschi mostra che i soggetti con una cerchia di amicizie hanno molte meno probabilità di sviluppare problemi cardiaci. Un altro mostra che la soddisfazione esistenziale è più elevata negli adulti meno giovani che svolgono servizi di tipo comunitario.

Per attività di tipo trascendente si intendono quelle spirituali in senso ampio, ad esempio religiose, contemplative e artistiche. Lo stile di vita degli eruditi cinesi, focalizzato su poesia, filosofia e pittura, rappresenta un ottimo esempio (anche se limitato, trattandosi di uno stile di vita riservato a un’elite). Nella società moderna, questo tipo di attività sono spesso state enfatizzate da bohemien, artisti alle prime armi e altri soggetti coinvolti in un percorso esistenziale di crescita continua e di consumi modesti. Tuttavia, anche queste categorie rappresentano una minima parte della società. Chiaramente, perché una cultura abbandoni il consumismo e si rivolga ad attività di tipo trascendente per soddisfare i propri bisogni non primari, l’opportunità di prendere parte a questo tipo di attività deve essere disponibile su una scala più ampia.

Tutto questo può sembrare molto astratto, per non dire utopistico. Ma è possibile individuare un precedente laddove la società attribuisce importanza alle attività comunitarie e trascendenti per i suoi membri non più attivi lavorativamente, che trascorrono quindi i decenni finali della propria esistenza dipingendo, non per vendere o esporre le proprie opere, ma come forma di espressione di sé, socializzando, facendo volontariato e, in alcuni casi, frequentando corsi di formazione. Per godersi una camminata non è necessario indossare scarpe firmate. Una partita a scacchi rimane la stessa, che venga giocata con pezzi di plastica oppure di marmo o di legno pregiato. E sono piuttosto sicuro che il Signore non dia più ascolto a chi possiede una Bibbia rilegata in pelle piuttosto che una in edizione economica, magari stampata su carta riciclata. In sintesi, chi adotta questo stile di vita scoprirà di poter raggiungere un livello di soddisfazione più elevato anche rinunciando a una porzione notevole della ricchezza in eccesso di cui dispone.

Il metodo principale attraverso il quale la società determinerà se la crisi attuale potrà fungere da causa scatenante di una trasformazione culturale, oppure costituirà una semplice battuta d’arresto del “progetto consumismo”, consiste in un processo che io chiamo “mega dialogo morale”. La società è costantemente coinvolta in dialoghi di massa per definire cos’è giusto e cos’è sbagliato. Normalmente, in ogni momento specifico solo uno o due argomenti sono prevalenti in questi “mega-dialoghi”. Nei decenni passati, si è discusso dei diritti delle donne e delle minoranze. I mega-dialoghi coinvolgono milioni di membri di una società, che si confrontano sul luogo di lavoro, in famiglia, sui media e durante i vari eventi pubblici. Spesso si tratta di scambi accesi e molto sentiti che, pur non avendo un inizio o una fine precisa, tendono a determinare un cambiamento nella cultura di una società e nel comportamento dei suoi membri.

Condurre una discussione a livello globale su un argomento così teorico, tuttavia, è solo l’inizio. Se è destino che si sviluppi una nuova comprensione condivisa in relazione ai consumi, l’educazione avrà un ruolo determinante. Le scuole, che spesso rivendicano un’attenzione limitata solo alle materie dei programmi, sono in realtà canali privilegiati che alimentano la trasformazione dei valori sociali. Ad esempio, molte scuole lasciano un’impressione duratura sui bambini in termini di necessità di rispettare l’ambiente, di non adottare comportamenti discriminatori in base a razza o etnia, e di risolvere i contrasti in modo pacifico. Non c’è motivo per cui queste stesse scuole non possano respingere l’avanzata del consumismo, promuovendo i valori connessi alla dimensione comunitaria e trascendente. Le uniformi scolastiche (volte a contrastare uno dei segni più evidenti del consumismo) e un’enfasi posta sulle attività a favore della comunità sono solo due modi per integrare questi concetti nella cultura dell’educazione pubblica.

Sicuramente non mi aspetto che le persone abbandonino in massa l’atteggiamento mentale consumistico da un giorno all’altro. Alcuni rimarranno legati al vecchio sistema mentre provano a saggiare le acque del nuovo, proprio come quelli che mettono la giacca sopra i jeans. Altri, però, ridurranno i consumi più appariscenti senza sensi di colpa né timore del giudizio negativo altrui. Le società cambiano direzione per gradi. Tutto quel che serve è che sempre più persone trasformino l’attuale crisi economica in una liberazione dall’ossessione per i beni di consumo, e il superlavoro necessario ad alimentarla; e, passo dopo passo, inizino a ripensare la propria definizione di “bella vita”.

Amitai Etzioni è docente di relazioni internazionali e direttore dell’Institute for Communitarian Policy Studies della George Washington University, nonché autore di The Active Society e di numerosi contributi per CNN.com.

***

Qualche osservazione mia (elle): secondo me, i punti particolarmente interessanti qui sono due. Il primo è il concetto di “mega-dialogo”, l’idea che gli argomenti di cui si parla a cena con gli amici o durante la pausa caffè siano indicativi dei potenziali cambiamenti che bollono in pentola nella nostra cultura e nella nostra società. Non ci avevo mai pensato, ma mi pare che sia vero che argomenti come i soldi, il consumismo (e la riduzione dei consumi), etc. sono diventati parte della “discussione globale”, e questo fa ben sperare.
Il secondo: l’importanza dell’educazione in generale, nella scuola ma soprattutto (secondo me) a casa. Ma soprattutto, l’idea che il consumismo arrivi a essere considerato un disvalore, qualcosa di negativo, tanto quanto il razzismo e la mancanza di rispetto per l’ambiente.
Mi fermo qui perché l’inattività uterina a quanto pare mi rende un soggetto non adeguato a discutere di educazione dell’infanzia ma… ci siamo capiti.

Cosa ne pensate? Avete riscontrato anche voi che certi argomenti tendono a saltar fuori più spesso nelle normali conversazioni, oppure no? Ritenete che la scuola debba promuovere certi valori (e di conseguenza presentarne altri negativi) o che debba avere un atteggiamento più neutro, lasciando alle famiglie l’orientamento in questo senso? In altre parole: ritenete che il consumismo sia sempre un non-valore e che quindi sia giusto educare ad abbandonarlo?

Food for thought… buon fine settimana a tutti.

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23 thoughts on “La crisi del consumismo (americano)

  1. avremmo dovuto stampare questo post e distribuirlo alle persone il fila per l’iphone.
    a parte questo, una considerazione/riflessione/pensiero sconnesso su “Una partita a scacchi rimane la stessa, che venga giocata con pezzi di plastica oppure di marmo o di legno pregiato”; ricordo che in tuo vecchio post, in merito al mac, dicevi che oltre alle funzionalità eccetera, ti piaceva perché è un bell’oggetto. ricordo male?
    io faccio la stessa cosa con i mobili, ad esempio: sono una fanatica di ikea, mi piace il loro stile e la mia scrivania avrebbe la stessa utilità se non fosse ikea, ma a me piace questa che ho perché è bella.
    il bello in qualche modo aiuta a stare meglio: sarà vero o ci hanno convinti a botte di marketing i vari sig.ikea, mac eccetera?
    tatiana di recente ha scritto Confettura di frutti di bosco

    1. Hai perfettamente ragione, anche io sono convinta che il bello, il design, come lo vogliamo chiamare, sia un valore. Il vero “problema”, come giustamente accenni tu, è distinguere: cosa è veramente bello per noi e cosa lo è perché ci convincono?
      Le due cose a volte coincidono, a volte quello che fa “suonare le corde del nostro cuore” è anche mainstream (e costoso, come un Mac), altre volte è qualcosa che non piace a tutti e/o non ha un valore particolarmente elevato in termini monetari (sai che anche io amo Ikea, e trovo che la mia scrivania tutta bianca da poche decine di euro non abbia niente da invidiare ad altre più blasonate…). L’indipendenza di giudizio è difficile da mantenere anche in questi casi (molto più difficile, forse).
      E ancora: un oggetto bello è un valore in sè, ma entro certi limiti per me deve essere anche funzionale – oppure deve essere portatore di una valenza estetica veramente elevata. In soldoni: per quanto ami i pezzi di design, non credo che mi ci riempirei la casa anche se avessi la possibilità economica di farlo.

      1. nemmeno io lo farei, ma restando sulla scrivania: la mia è ikea e l’ho pagata 100 euro. ora, 100 euro possono essere un prezzo basso, alto o giusto a seconda di quanti soldi hai a disposizione da spendere. il fatto è che me la sarei cavata con molto meno (credo che la scrivania che costa meno da ikea si aggiri intorno ai 15 euro), ma questa è bella. non è più funzionale perché si tratta di un piano con quattro gambe, però è più bella.
        quando mi guardo intorno, in casa mia, mi sento bene, perché quello che vedo è bello (per me, ovviamente).
        il discorso potrebbe essere esteso ai vestiti, alle scarpe, alle auto, ai pc, ai cellulari, a più o meno qualsiasi oggetto.
        non so se sia un bisogno reale o indotto circondarsi di cose belle, ma di sicuro avrei speso meno o addirittura nulla, perché avrei potuto cercare in regalo mobili, vestiti e tutto quello che possiedo se non mi fossi preoccupata della questione estetica.
        tutta questa pippa mentale per dire che anch’io nel mio piccolo sono consumista e che mentirei spudoratamente se dicessi che una partita a scacchi sarebbe la stessa cosa con scacchi di legno o plastica.
        tatiana di recente ha scritto Confettura di frutti di bosco

        1. In realtà TUTTI siamo consumisti nel nostro piccolo, non ce n’è, per smetterlo di esserlo dovremmo, prima di tutto, vivere davvero come eremiti. L’unica è farsi le solite domande e tentare almeno di acquisire un po’ di consapevolezza in più.

          1. ciao, forse non ho mai commentato ma leggo spesso e volentieri.
            Visto che sono un architetto e ho la passione per i mobili vorrei dire anch’io qualcosa.
            Sicuramente è un discorso che si può fare con l’arredamento e non con la tecnologia, però comprare un bel mobile ad un costo maggiore non è detto che sia consumistico, in quanto se è fatto di un buon materiale e ben realizzato e lo acquistiamo perchè ci piace veramente lo useremo sempre senza cambiarlo mai, non si romperà o danneggerà e anzi anche i nostri discendenti potranno utilizzarlo. In realtà il consumismo penso voglia dire rincorrere sempre nuovi oggetti, buttando ciò che ancora funziona; scegliere qualcosa di bello (e soprattutto di qualità) non è essere consumisti. E questo vale anche per la scacchiera: se invece di riempirci di plastica, magari la scegliamo di legno e poi diventa la scacchiera della famiglia che si tramanda ha anche più fascino. Io quando sono andata via di casa sono stata contenta di portarmi dietro alcune stoviglie e tazze di un prozia purtroppo defunta, mi sembrano molto più belle di quelle che si possono comprare nuove.
            E vale anche per le case: io vivo in un alloggio del 1930 e nelle camere c’è il parquet. Alcuni negli altri alloggi lo hanno sostituito perchè non è moderno, ma io non lo farei mai perchè questi pavimenti vecchi erano fatti con listelli così buoni che basta farli lucidare (e si può fare più volte grazie allo spessore) per dargli nuova vita. Quelli nuovi quasi sempre al massimo si possono lucidare una o due volte (e poi essendo galleggianti dopo un po’ ballano). Secondo me non sempre spendere di più è consumistico: basta però usare la testa e scegliere bene e avere rispetto anche per le cose, utilizzandole correttamente e regalandole se non servono più.
            ciao e scusate questo lungo commento
            francesca

  2. Ciao L, hai fatto bene a tradurre il pezzo perché è molto lucido e interessante. A mio parere la scuola dovrebbe comunque educare al consumo (e dunque osteggiare il consumismo). E se mi permetti una battuta, magari involontariamente già lo fa, considerato lo stato in cui si trovano le aule e in generale le strutture di istruzione pubblica. Dico la scuola perché in famiglia (nella maggior parte delle famiglie) purtroppo questa educazione non viene data. Proprio perché i genitori stessi non ce l’hanno. Anche le famiglie non agiate, o quelle in seria difficoltà, sentono comunque la difficoltà a consumare come una privazione, la comunicano ai figli come tale, e questi cresceranno comunque come consumisti-in-pectore che probabilmente consumeranno con ancora maggiore furia nel momento in cui potranno permetterselo. I genitori più agiati, che invece potrebbero efficacemente agire in questo senso, difficilmente decideranno di acquistare un televisore 32 pollici invece di uno da 40, o una Panda invece di una Smart, dunque mancherà l’esempio che potrebbe servire ai bambini…
    Alberto di recente ha scritto 30 oggetti in 30 giorni

    1. Sono d’accordo con te, però mi domando anche: che impatto può avere l’educazione (chiamiamola ampiamente “civica”) impartita a scuola se poi a casa passa un messaggio, in parole e soprattutto opere!, completamente diverso?

  3. il fatto di acquistare cose belle ( che magari durano anche di più ) non fa necessariamente di noi, dei consumisti…la mia scrivania, bellissima, dura da 35 anni, non mi sento consumista perchè ho in casa un bel pezzo, lo sarei forse se cambiassi una scrivania ogni anno, rincorrendo le novità…è l’eccesso di consumo che fa di noi dei consumisti, non la qualità di ciò che compriamo.secondo me.

    1. verissimo. ti faccio un altro esempio. mi sono appena trasferita e nella casa dove abito ora la cucina c’era già. non è orrenda, ma è una cucina stile “mercatone uno” di qualità scarsa, abbastanza rovinata e, a mio parere, non bella.
      mi sto trattenendo dallo spendere soldi per comprarne una più bella e di una qualità superiore, ma devo davvero trattenermi perché se non fosse per le pippe mentali che mi faccio, l’avrei già cambiata. sono una consumista che cerca di resistere alle tentazioni 😀
      tatiana di recente ha scritto Confettura di frutti di bosco

    2. Sono assolutamente d’accordo con te, sapete quanto sono a favore dell’acquisto “serio”. Il problema nasce quando di acquisti “seri” se ne fanno troppi, e la qualità in un certo senso diventa un alibi per giustificare (appunto) la tendenza che abbiamo a comprare anche quando non serve!

      1. stavo per dire anch’io “beh ma se una cosa è di qualità e dura allora va bene…” e poi ho letto il tuo commento…e cavoli hai perfettamente ragione! destreggiarsi tra spinta al consumo (anche se di oggetti di qualità è pur sempre consumismo) e minimalismo è davvero difficile…penso che ci rifletterò un po’ su…
        yliharma di recente ha scritto Zuppa di fave e lattuga

        1. Il consumo non è negativo, anzi per certi versi è necessario. Il problema è proprio fermarsi prima che diventi consumismo. No, non è facile 🙂

  4. I nostri bisogni reali sono molto pochi.

    Il nostro sistema però è stato progettato in modo tale ci costringe a spendere sempre di più anche se a volte non possiamo permetterci.

    Questo fatto dell’eccessivo consumismo è uscito fuori proprio con questa crisi: quando le borse crollano perchè la gente sta consumando di meno.

    la nostra economia, infatti, funziona solo se ci sono i consumatori, altrimenti siamo in crisi.
    Non vedo nessuna via di uscita.
    Parvinder di recente ha scritto Capire la Borsa : Il Market Cap

    1. La via d’uscita penso esista, e passa dal ristrutturare almeno parzialmente il sistema in modo che non sia più centrato sul consumo. Sì, lo so, ho detto niente 😉

  5. ciao L, mi chiamo serena e ho cominciato a leggerti da poco perchè sono in un periodo della mia vita in cui spero di riuscire veramente a cambiare vita, nel senso di vita intima, personale, cominciando ovviam da me stessa. ho trovato per caso il tuo blog e mi vergogno di non avere, x ora, assolutamente la capcità di fare tutti i ragionamenti di cui leggo, ma ci sto provando, moooolto molto piano, un po alla volta.
    ho il box pieno di scatoloni fermi li da quando abitiamo in questa casa – 7 anni – e il 90% del contenuto di queste scatole è roba “ereditata” tipo servizi di piatti della nonna, saliere d’argento mai usate ecc, ho tutto in disordine e non ho quasi nemmeno cominciato con l’ordinare il cassetto della cucina – di cui parlavi, se non sbaglio, in un tuo post (che sto leggendo ad argomenti e non in ordine cronologico). ecco, questa in sintesi la mia situazione, sia pratica che mentale: molto molto confua 🙂
    ma c proverò a cambiarlo, giuro!
    la mia “attività uterina” si chiama lorenzo e ha quasi 4 anni, ed è forse soprattutto per lui che voglio cambiare, oltre al dover risparmiare visto che non ho un lavoro, e mi aggancio così a quanto si dice nel post: la scuola… la scuola occupa almeno 8 anni della vita di un individuo, contando solo le elementari e le medie, se ci si mette anche il nido e la scuola materna gli anni sono proprio tanti, e i primi anche i più importanti per un bambino. si, credo che la scuola debba dare un educazione “civica” anche se poi a casa questi valori non sono rispettati. vedendo come sono “sgamati” i bambini di oggi, penso non abbiano problemi a “rispondere” ai genitori accorgendosi che questi non si comportano in modo “giusto” e magari attuano una educazione verso i grandi, cosa che a volte servirebbe veramente molto! certo tutto parte dalla famiglia, ma non dimentichiamo che i bambini stanno in gruppo e fanno loro le attività di gruppo, fatte a scuola o anche nell’ambito dello sport, dove imparano molto.
    e dalla scuola, o meglio, da una che di educazione ne sapeva veramente parecchio, arriva proprio il collegamento con l’esteticamente bello: maria montessori fa dell’estetica il primo valore del materiale da lei usato coi bambini: il materiale bello, fatto bene, senza sbavature, imprecisioni ecc fa nascere nel bambino un’attrazione quasi istintiva e il bambino sarà invogliato da questa perfezione estetica a lavorare con questo materiale, semplice magari ma bello, piuttosto che con un giocattolo coloratissimo ma che crea confusione mentale.
    con questo non voglio dire che comprare cose belle e costose sia un bisogno fondamentale, anzi, e sono daccordo col fatto che la partita a scacchi resta la medesima indimpendentemente dal materiale degli schacchi, ma non perchè non si possano comprare degli schacchi + belli, ma perchè, secondo me, il gusto della partita a scacchi è intellettuale, non visivo, non sta nella composizione del pezzo ma nella psicologia che si muove durante il gioco.
    io credo che si possa comprare la scrivania da 100 euro se questa scrivania serve molto, a lavorare, o ad altre attività che prendono tanto tempo, se invece questa è un mobile accessorio e “occasionale”, forse ha solo soddisfatto il ns ego dispiacendo il portafoglio. tatiana, credo che il tuo atteggiamento verso la cucina che resisti nel comprare nuova sia il + adeguato. se il forno funziona, i fornelli, vanno, gli sportelli non cadono a pezzi, forse si può aspettare, i b uoni manicaretti nascono dalle mani della cuoca 😉 questo almeno è il mio modo di vedere e affrontare le cose.
    scusate se mi sono dilungata così, spero di essere stata chiara nel mio modo di presentarmi e di rispondere alla discussione in corso e di non aver offeso nesuno.
    grazie, buona giornata e buona settimana.
    S.

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