Storie di downshifting – Anonimo

Il post di oggi è anzitutto un grande regalo, che si è materializzato nella mia casella di posta qualche giorno fa. Scritto da un lettore che vuole rimanere anonimo, parla di downshifting “forzato”, che crea dubbi, e frizioni tra le persone, anche vicine. Sono convinta che sia un problema diffuso (molto più di quel che si pensa), ma che per ovvi motivi resta nell’ambito del non detto.
Anonimo si chiede “Sono un minimalista, o sono un poveraccio?”. Noi avevamo parlato qui di quando la decrescita non è felice, dell’equilibrio e del rapporto difficili tra riduzione “per scelta” e “per forza”. Io, a questo lettore anonimo, non mi sento in grado di dare consigli: posso solo ringraziarlo, e rispondergli che non so se sia un “poveraccio”, ma sicuramente non è un “poverino“. Magra consolazione, lo so, ma di questi tempi è già qualcosa. Forse molto. O moltissimo.

“Non che non avessi dei dubbi e, soprattutto, dei ripensamenti. Non che fossi completamente incosciente a proposito dei miei comportamenti di consumatore. Anzi. Io però della mia attuale morigeratezza e sobrietà non posso certo vantarmi come fosse una scelta libera, una decisione voluta. La mia storia è diversa, perché fino a qualche anno fa, quando lavoravo come dipendente di un’azienda privata mediamente grande, occupavo un posto di rilievo nell’organigramma aziendale, e percepivo uno stipendio commisurato alle mansioni, certi pensieri li avevo ma li cancellavo con la facilità e la rapidità di una ‘passata’ di carta di credito. Ho sempre lavorato, ho sempre guadagnato, ho sempre speso. E poiché i soldi da spendere non bastavano mai, e volevo sempre di più, ero sempre alla ricerca di altri lavoretti, di altri soldi. Al fatto che ormai lavorassi solo, e dedicassi poco tempo alla famiglia, agli amici, a me stesso, pensavo poco, come se un nuovo televisore o un nuovo, ennesimo, paio di jeans potessero appagare tutti i miei bisogni e quelli della mia famiglia. Mi sono lasciato fregare proprio dalla facilità con la quale sono cresciuto. Nel senso che avendo avuto subito la fortuna di trovare un lavoro, avendo avuto la possibilità di crescere in un ambiente professionale molto creativo e stimolante, la mia carriera si è impennata velocemente, e i soldi non mi sono mai mancati. E quando hai i soldi, sei giovane e libero cosa fai? Li spendi! Tanti, ne ho spesi veramente tanti, che a pensarci oggi mi mangerei le mani. Sì perché oggi, il mio bel lavoro non c’è più, e i soldi, che non bastavano mai, adesso sono molti di meno. La condizione invece nel frattempo è cambiata, non sono più giovanissimo, ho una famiglia mia, un mutuo da pagare. Per fortuna una parte dei soldi guadagnati non è finita in vestiti, vacanze o intrattenimento, ma nell’acquisto di una casa che ho sempre considerato (e considero tuttora) una sorta di estremo salvagente.

Perso il lavoro, per un paio d’anni, sono riuscito a vivere come niente fosse. Come fosse solo una pausa sgradita, come se presto sarei ripartito, con il lavoro e con la mia vita normale. Mi sbagliavo ovviamente. La crisi economica nel frattempo galoppava, e il mondo del lavoro impazziva. Quando una coppia affronta un problema come questo, possono succedere due cose: se il rapporto è saldo, diventa indissolubile, se il rapporto è già un po’ traballante, ci si allontana di parecchio. Quest’ultimo è il mio caso. Ho aggiunto questa nota perché la ritengo importante per far capire poi come sto vivendo oggi la mia vita ‘al minimo’.

Mentre aspettavo che avvenisse il miracolo e che trovassi un lavoro simile in tutto e per tutto a quello che avevo perso, dato che la disponibilità economica si faceva sempre più esigua, ho cominciato ad analizzare tutte le spese di casa, alla ricerca di possibili tagli e risparmi. Intanto non potevo fare a meno di guardarmi intorno, in casa, e di analizzare quante decine (centinaia in alcuni casi), di euro giacevano inutilizzati sugli scaffali, nei mobili e negli armadi. Libri letti, film visti, musica che non ascoltavo più da anni, e poi vestiti, scarpe, apparecchi elettronici, borse, attrezzature sportive. Quintali di roba poco o per nulla utilizzata, che negli anni mi era costata centinaia e centinaia di euro, e che oggi occupava inutilmente spazio in casa, accumulando polvere e basta. La domanda che mi sono posto è stata: ma che bisogno avevo di tutta questa roba? È stata come una scintilla. Ho cominciato quindi ad interessarmi a stili di vita diversi, scoprendo su Internet un universo di siti e blog interessanti, italiani e non. Ho scoperto che quella voglia di disfarmi di tutti quegli oggetti in casa aveva un nome, decluttering, e che molte persone sia in Italia che all’estero, ne hanno fatto una vera e propria bandiera, uno stile di vita che si chiama minimalismo e che, oltre al decluttering, comporta o comprende anche tante altre scelte più o meno condivise. Uno stile di vita ‘adattabile’ alle singole situazioni, senza integralismo e senza regole rigide. Piuttosto un orientamento. Il rifiuto dell’eccesso, del non necessario. Non si tratta di rinnegare il consumo, ma il consumismo sfrenato, quello che ti porta a vivere per consumare, a lavorare di più per poter guadagnare di più e spendere di più. A distanza di qualche mese, oggi che il ‘furore’ minimalista dei primi tempi si è calmato, posso annoverare come piccoli successi il fatto di essermi disfatto di molti degli oggetti inutili che stazionavano in casa (tanti sono stati anche venduti e ci ho ricavato dei soldi), di essere riuscito a diminuire drasticamente i miei consumi in fatto di abbigliamento, ristoranti, intrattenimento, trasporto (uso di più i mezzi pubblici o la bicicletta). Su altri aspetti, invece, ho segnato un po’ il passo. Per esempio la spesa, l’alimentazione. Devo dire che la presenza di bambini in casa (almeno finché sono piccoli) condiziona un po’ determinate scelte, come quella di aumentare il consumo di verdure a scapito di altri cibi più… graditi. E questo magari ti porta a continuare a frequentare il supermercato e le sue trappole quando magari preferiresti cibi più naturali e freschi come quelli dei mercati contadini. Avevo anche cominciato a dedicare più tempo al movimento, allo sport, ma non sono molto costante e questo è un aspetto su cui devo concentrarmi maggiormente. Il fatto è che, comunque, il problema del lavoro è sempre lì, e nonostante abbia qualche piccola collaborazione, e quindi qualche piccola entrata, risolverlo in maniera definitiva, o quantomeno credibile, rimane la mia priorità n.1. Questo porta via tempo ed energie.

Anche perché l’atmosfera in casa mia è sempre un po’ pesante. Leggo di molte coppie che condividono queste scelte di vita, e le invidio molto (bonariamente, si intende). Io invece con mia moglie non ci provo neanche. Lei è completamente concentrata su altre convinzioni. Lei vuole non dico diventare ricca, ma quanto meno “stare bene”, pretende di continuare a fare la vita di prima, sapendo bene che oggi la situazione generale è quella che è. Tutto questo per dire che quella che ho intrapreso, anche se non per scelta mia ma per il corso che hanno preso gli eventi, mi sembra una strada interessante, gratificante, salutare anche. Ma molto difficile da vivere appieno se non condivisa dall’intero nucleo famigliare. E, soprattutto, se le scelte da fare sono sempre e comunque ‘forzate’ dalle difficoltà economiche. Insomma, semplificando, decidere di non comprare un nuovo paio di scarpe è minimalismo se i soldi per comprarle ce li hai. Ma se non ce li hai… è qualcos’altro. Ne deriva un interrogativo più generale: sono un minimalista o un ‘poveraccio’?”

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23 thoughts on “Storie di downshifting – Anonimo

  1. “ti ci vorrebbe un po’ di ’45” diceva mia nonna, quando iniziavo a diventare lagnosa,riferendosi al 1945 e a tutto quello che per lei aveva significato. Ecco,”una volta” c’erano le guerre (e dio non voglia che ce ne sia un ora, il genere umano sparirebbe) a livellare la società: all’improvviso si era tutti poveracci, e il senso di vergogna si eliminava. Oggi perdere il lavoro significa,oltre alla ovvia e tragica perdita di capacità economica, anche stigma sociale. Non posso più stare nel delirio consumistico? e allora sono uno sfigato, un perdente. Ma davvero il nostro valore di esseri umani passa da un paio di pantaloni griffati o dal potere o meno comprare qualsiasi cosa ci ispiri in quel momento? Spero ben di no…il primo decluttering da fare, secondo me, è nel nostro cervello e nelle e abitudini che ci sono state appiccicate addosso,per farci diventare semplici ingranaggi di un sistema divorante

    1. Non male, il “ti ci vorrebbe un po’ di 45”.
      Chissà se tra 30 anni diremo ai nostri nipoti “Ti ci vorrebbe un po’ di 2012″…

    2. Passo spesso davanti ai cartelloni scritti a mano dagli ex operai di una grande ditta del posto, che ha chiuso di punto in bianco.
      Il cartelone dice:”il lavoro è dignità”.
      Senza lavoro perdiamo quindi la nostra dignità?
      Da Treccani: Dignità = il valore che ogni uomo possiede per il semplice fatto di essere uomo e di esistere è ciò che qualifica la persona, individuo unico e irripetibile.
      Davvero la disoccupazione può influire su questo fondamento? io non credo.

  2. Io penso che tu non sia ne un minimalista ne un “poveraccio”, ma una persona che si fa delle domande e cerca delle risposte. E oggi è una cosa rara.
    Per quanto riguarda il resto sono (quasi) nella tua stessa situazione. Per fortuna un lavoro ce l’ho, ma da un po’ sto seguendo questa “filosofia” del decluttering e del minimalismo che, da un lato, mi sta dando diverse soddisfazioni.
    Dall’altro lato c’è mia moglie che non capisce queste mie nuove convinzioni e idee, e si muove in direzione opposta.
    Rispetto alle coppie nelle quali entrambe le parti condividono un certo stile di vita, dobbiamo fare qualche sforzo in più. Ma non è detto che sia una cosa negativa.

    1. Eugenio, permettimi di dire che avere una donna che rema CONTRO il decluttering dev’essere devastante, altroché 😉
      Scherzi a parte, come ho scritto è un tema molto interessante, e sicuramente ci sarebbe molto da dire al riguardo.

  3. Innanzitutto un grazie ad Anonimo (chissà che qualcuno ha già fondato la Declutteristi Anonimi, per coloro che si cimentano in disaccordo o comunque non pieno accordo con i loro familiari).
    Io penso che, molto semplicemente, chiunque faccia decluttering ed affini anche, se non soltanto per convinzione e piacere sia minimalista, a suo modo come si è detto.
    Che importanza ha esservi costretti, se la circostanza di trovarsi in difficoltà ha dato la spinta per rivedere un intero sistema di pensiero, se ciò che facciamo è dettato sì dal bisogno, ma comunque ci piace e lo troviamo funzionale e benefico?
    Personalmente non vedo affatto il problema.
    Le due cose possono coesistere, necessità e desiderio intimo. Tu, anonimo, le vivi entrambe. E allora?
    Non sei un poveraccio in nessun caso, perché stai cercando di gestire la tua vita e di ritrovarle una direzione. Eppure vi sono anche molte persone che non lo fanno, o non ci arrivano o preferiscono avere due conti in rosso pur di andarsene in giro con la Mercedes, per altro sbrindellata e con dentro dieci euro di benzina costanti.
    E sei minimalista se ti ‘senti’ tale, se applichi concretamente lo stesso spirito che hai messo nel post. Punto.
    Denise Cecilia S. di recente ha scritto Decluttering… letterario

    1. Denise,

      non c’è un problema tra minimalismo “scelto” ed “imposto”, sono solo due mondi diversi che se comunicano litigano. Non sono fatti per intendersi, come magari non è fatta per intendersi una coppia ove uno la pensa in un modo e un’altro in maniera opposta. Finché si mantengono a distanza non nascono problemi, è vero che non si costruisce neppure nulla di collettivo, rimane tutto a livello di scelta, di piacere individuale, o per pochi che si incontrano in rete.

      Io per esempio, al verde da una vita, figlio di generazioni al verde da una vita, non ci provo neppure a comprendere le ragioni di un “decluttering” (ste’ parole inglesi del cav…). Capirei ma non com-prenderei (fare mio). E’ una cosa che vedo ma non mi appartiene. Non ho oggetti superflui, anzi ho solo roba riciclata, ma a livello di testa non mi trovo con chi improvvisamente si rende conto di aver avuto troppo, è un amore che non nasce, non per invidia in quanto lo vedo che non sono affatto più felici, ma sono “mondi diversi”.

      Non so bene quanti riflessi possa avere la parola “minimalista”, ma sono certo che è un termine troppo orientato all’esterno, riflette un mondo di pura materia, che di sper sé diventa consumistico, appropriativo. Ad esempio: Il digiuno è “minimalista”? E’ importante solo buttare gli oggetti inutili oppure anche i grassi inutili, le proteine inutili, gli zuccheri inutili? Il minimalista è uno in forma e snello, oppure può portarsi addosso pesi inutili ma non vederseli girare per casa? Se non si includono questi temi, per me, minimalismo non vuol dire nulla. Per me. Minimalista è uno che ha meno pensieri degli altri? Uno con la testa piena di idee e opinioni su tutto è minimalista? E’ possibile che uno abbia pochi oggetti in giro e la testa piena di ragioni? Oppure è uno che non ha nessun oggetto in giro, casa spoglia, e il cervello pieno da scoppiare? Di cose buone, intendiamoci, ma cmq piena da scoppiare? E’ questo minimalismo, può esserlo?

      Se è questo, è da buttare, meglio la casa piena e il cervello vuoto e sereno, per me, del contrario.

      E l’aspetto religioso? Mi fermo qui perché poi si da alito a polemiche, è solo per dire che il “minimalismo degli oggetti e dei materiali” smuove appena un po’ le acque, non crea aggregazione, non offre soluzioni, è come la pillola per il mal di testa, serve a calmarti un attimo così poi… la testa, la vita possono riempirsi di nuovo.

      Vado a vedere il tuo post sulla letteratura declutterata!

      Ciao!

      1. Exodus, chi rischia di non intendersi o di avere, semplicemente, idee e sentimenti differenti non sono i sistemi (essenzialità per scelta oppure per costrizione), ma gli individui, con il loro specifico pensiero e le loro esperienze.
        Non esiste per altro un minimalismo imposto, non propriamente detto, anche se usiamo il termine per intederci. Il minimalismo non è – solo – sobrietà o riduzione dei possessi (hai appunto parlato di minimalismo e non di decluttering) oppure l’essere al verde, ma uno stile di vita e di pensiero.
        Per questo torno a dire che la scelta del minimalismo e la necessità pura e semplice di vendere / spendere meno / non spendere affatto e guadagnarsi se va bene il pane possono tranquillamente coesistere (non sarà così per tutti, ovvio, e non per nulla se n’è discusso qui in precedenza; ma tant’è).
        Minimalista può essere anche un senzatetto che non ha scelto di esserlo, che magari rielaborerà di meno e non ci scriverà un blog; ma comunque… non è un esempio ardito, dico sul serio.

        Considerare il decluttering come un atto, ed un atto riferibile alla ‘pura materia’, è semplicemente errato. Non è decluttering, allora, ma voglia di pulizie primaverili.
        Che poi non sia una strada per tutti, certo, ci mancherebbe. Nessuno qui dice che dovrebbe, o che sia una strada per menti eccellenti e privilegiate (ho visto che parli di ‘profeti della decrescita’, e qui non ve ne sono). Tuttavia se la tua impressione è che chi è diventato minimalista non sia affatto più felice (di com’era prima, presumo, o intendevi altro?) in parecchi siamo qua per smentirla. Non che non si possa essere più felici anche in altri modi, ma questo è uno.

        Poni un sacco di domande, ma le cose sono più semplici, secondo me.
        Minimalismo è anche ottimizzare, non solo ridurre; e ciò vale per gli oggetti come il nostro stesso corpo, i pensieri, le relazioni… è stato detto molte volte. Dunque ha senso eccome, non è un banale ‘fare vuoto’.
        Scrivi: Se è questo, è da buttare, meglio la casa piena e il cervello vuoto e sereno, per me, del contrario.
        Appunto. Non so da dove trai l’impressione che un minimalista possa intestardirsi su mille piccoli oggetti e poi però vivere con la testa ingolfata; sta di fatto che è un’impressione errata. Il presupposto è errato. Niente è facile nella vita, ma non è certo questo che ci si propone di ottenere.
        Idem per il “minimalismo degli oggetti e dei materiali”, o per l’idea che sia inutile trovare espedienti per quietarsi, sentirsi più liberi, ma solo temporaneamente, nell’eterna lotta alle cose in più. Che sono solo cose. Questo NON E’ minimalismo (e le cose non sono mai solo cose).
        Siamo qui invece per valorizzare ciò che funziona, ed i risultati raggiunti.

        Concordo piuttosto sul discorso aggregativo, e sull’affermazione di Gianleo secondo cui per ora prevalgono le risposte individuali a bisogni collettivi.
        Ma non perché il minimalismo non aggreghi, non offra soluzioni definitive o ponti di relazione per diventare condiviso e vissuto a 360°, casomai perché se la società è tendenzialmente individualista, anche questo aspetto della vita deve scavarsi le sue strada, oppure subire le limitazioni della stessa.
        Io già applico nuovi comportamenti e spazio su nuove prospettive rispetto ad ogni singolo ambito della mia vita, condivido questo nuovo atteggiamento di fondo con la mia rete di relazioni, e seppure mi pongo la questione di come sia possibile tradurlo in una proposta collettiva a livello di società, in realtà mi basta questo.
        Non è poco, ed è ben diverso dal lambiccarsi al chiuso della propria stanzetta decidendo ‘questo lo tengo, questo lo butto’.

        Non so se mi sono spiegata.
        Denise Cecilia S. di recente ha scritto Decluttering… letterario

        1. Denise ha detto tutto quel che avrei detto io, quindi mi limito ad aggiungere che sono d’accordo e che la ringrazio.
          E anche che “cervello pieno” non significa (almeno per me) “cervello ingolfato”. Che rivendico, con forza e con decisione, non per la prima volta, il diritto di tutti a procedere per questa strada, che non è meno significativa a seconda che chi la percorra lo faccia per scelta o per forza, a seconda che la riflessione arrivi prima dell’applicazione, oppure dopo.
          E che “le cose non sono mai solo cose” è una grandissima verità. Chi non ci crede, può leggere il commento di Illy più sopra.

        2. Beh, per quanto riguarda il minimalismo che rende felici perché spendi di meno, posso dirti una cosa, senza tema di smentite: conosco molta più gente divenuta più felice perché, per esempio, ha trovato un lavoro, si è sposata, ha potuto finanziare il suo progetto di vita.

          Non per smentirti, lo so che alcune persone che non possono guadagnare di più stanno sicuramente meglio se hanno meno oggetti e meno cavoli per la testa, ma in tema di beni, c’è una soglia, e molti si trovano sotto quella soglia, in cui maggiori entrate generano felicità. Vera, pura, tranquillità, sussistenza. Credo che l’autore del pezzo sarebbe molto più felice di trovare un buon lavoro che di essere un po’ più decluttering-decrescista, etc… Senza nulla togliere alla scelta di avere meno.
          Exodus di recente ha scritto GURU CONFUSI

          1. Il punto, nuovamente, non è spendere meno in sè e per sè (per poi magari stare a contare il centesimo accumulato in banca, come scioiattoli avidi).
            Il punto è ciò che ci guadagni: non si tratta solo di possedere meno, ma soprattutto di avere di più in altri termini.

            Credo che Anonimo sia stato chiaro, sia rispetto al fatto che certo, il lavoro lo vuole e ne ha bisogno; ma anche rispetto al fatto che contemporaneamente non vuole più la vita ‘troppo’ di prima, neppure se riaverla risolvesse la questione della sua sussistenza.
            Denise Cecilia S. di recente ha scritto Decluttering… letterario

            1. Riscrivo, è saltata una parte :-):

              Il punto è che se fai quello che ami, qualunque cosa sia, sei più felice che se non lo fai, hai soddisfatto un bisogno. Può anche darsi che quel bisogno soddisfatto non porti da nessuna parte, crescita o decrescita che sia, ma hai realizzato te stesso, seppur per un attimo. E il principio di classificazione del bisogno. Riguardo alla crescita-decrescita è pure valido: non “guadagni” perché metti in pratica un principio in sé, ma perché realizzi un desiderio, un modo di vivere che senti tuo.
              Exodus di recente ha scritto GURU CONFUSI

  4. Risposte individuali a problemi collettivi (…”Cosmici!”). C’è qualcosa che non va… Quando leggo questo tipo di lettere e confessioni, ormai ce ne sono a centinaia in rete, penso che metà della popolazione nel nostro paese, e non penso di sbagliare di molto l’approssimazione, vive nella paura. Perchè, al di là di scelte di consumo più o meno virtuose, è la paura che vedo protagonista silenziosa, convitato di pietra in molte discussioni e confessioni.
    Non so che dire. Se fossimo una famiglia, ci riuniremmo e cercheremmo una soluzione, ma non lo siamo. Siamo monadi legate solo da una lingua, un territorio e delle tasse da pagare. Si sfalda il senso di appartenenza a maggior ragione ora che la torta diminuisce e chi ne ha ancora un pezzo non vuole dividerlo con gli altri. Che brutto circolo vizioso.
    Risposte individuali a problemi collettivi: quanto possono essere efficaci? Per ora sembrano l’unica soluzione in nostro possesso.
    Scusate il monologo, come dire, apocalittico.
    p.s. cito dalla lettera: “La casa […] una sorta di estremo salvagente”. Ho letto bene: “Estremo salvagente”. e se anche questo estremo salvagente andasse perduto? …estremo…
    Buon Fine settimana.
    Buone cose semplici.
    Gianleo di recente ha scritto Volando in un caffè

  5. Ciao a tutti, scusate vi scrivo di getto una cosa che mi viene in mente così di colpo riguardo a “persone in casa che remano contro”.. vivo in una casa che sono due appartamaenti uniti, comprata dai miei genitori nei tempi d’oro di 25 anni fa, col tempo e il passaggio all’euro il mantenere sta casa ha raggiunto cifre folli. vi dico solo che di riscaldamento (e x fortuna ora abbiamo le valvole) si smenano 3.200 euro piu tutto il resto. Il nostro vivere è diventato un sopravvivere x riuscire a pagare le spese. Ho 26 anni, vivo ora qui con mia madre, mio padre non sta piu con noi da un anno. Non posso cercare un lavotro xchè perderei il diritto a star qui e lo perderebbe anche mia madre, così finche studio il giudice ci permette di stare in questa casa (non sto a specificare i vari drammi/problemi/disagi mentali della mia famiglia). Come logica, ci dovremmo cercare una casa piu piccola, in modo che mia madre abbia un posto dove stare e io possa cercare un lavoro e una casetta col mio fidanzato xchè credo di aver diritto ad iniziare la mia vita.
    Non siamo riusciti ancora a schiodarci di qui xchè mia madre oppone resistenza x motivazioni che mi fanno drizzare i capelli, lei si preoccupa di :
    -dove mettere TUTTI i suoi mobili che ha ora xchè non se ne vuole disfare (ora dico.. occupano due appartamenti… ci arriva anche uno scemo che a metà dovrà rinunciare)
    – dove metto i piatti e i servizi? (ora non so perchè ma quando si è sposata le hanno regalato un corredo da principessa, si puo avere un mobile in sala che tiene sei metri di parete pieno zeppo di servizi di piatti?? e sapete la cosa buffa… non ne abbiamo mai usato neanche uno….)
    – dove metto i miei vestiti? sai è roba bella…. ( avrà tre armadi di vestiti dell’era taglia 46 di trenta anni fa. non le entraranno mai piuù e poi sono di uno stile che ormai non la rappresenta più…… che diavolo li teniamo a fare??)
    – dove metto i lenzuoli?? (si puo’ avere una stanza degli armadi solo per contenere il suo corredo?? che cazzo me ne dovrei fare di scatole e scatole d lenzuoli ricamatini di lino… ma chi li mette?? non sono mai stati usati… e il solo pensiero di stirarli stai tranquillo che non li metti nel letto)
    E’ tutto così…abbiamo librerie piene di libri di cucina mai letti… oppure collane d romanzi prese così di regalo al giornale… mai letto uno… un natale ha voluto il giradischi universale… non l’ha mai acceso… lo stereo nuovo mai usato… si possono avere 25 tappeti x il bagno?? o un’anta d armadio in cucina solo x i contenitori di plastica x conservare il cibo?? ha senso avere 22 terrine ?? escludendo quelle belle infilate nel mobile di sala famoso di prima…. ha senso tenere mezza dispensa di scarpe 38 quando hai un piede sfasciato con alluce valgo che è ormai 39 andante???
    Io mi sono così liberata di vestiti, oggetti inutili, peluches, giochi, libri… ho regalato a chi aveva bisogno, tengo solo il necessario, sono arrivata al punto che ho un mobile completamente vuoto in camera mia e sto pensando di levarlo.
    Consapevole del fatto che purtroppo nel caso di mia madre credo si sfiori il patologico, mi chiedo ma come cavolo si fa a tirare avanti quando hai in casa chi ti rema contro a sta maniera?? ma è folle, la gloria dei tempi andati è passata (ok non per tutti) eppure c’è chi nonostante l’evidenza sta ancorato ad oggetti, pile pile di oggetti che non ha mai usato… io pago x una casa che mi faccia da contenitore museale?? mi sembra una realtà folle…. scusate x lo sfogo.. sono veramente sfinita. Vi seguo con infinito interesse, grazie di tutto, Ila

    1. Ciao Illy e benvenuta.
      Ti trovi in una situazione difficile. La risposta alle tue domande te la sei già data: no, non ha nessun senso avere 22 terrine, un guardaroba di vestiti che non metterai mai più e una cosa trasformata in “contenitore museale” (bella espressione, me la rivendo…). Il problema è che la risposta che tua madre dà a quelle stesse domande è molto diversa.
      Senza voler entrare nel tuo privato e nelle sue complessità, posso dirti per esperienza personale: arrivati a un certo punto, bisogna farsi la propria vita. Altrimenti le cose diventano il minore dei problemi.

    2. Illy, intanto grazie per esserti esposta. Immagino che una situazione del genere, già pesante di suo, lo diventi ancor di più quando magari vorresti non dico coinvolgere, ma raccontare ad altri cosa ti piacerebbe (e non puoi) fare.

      Io ho una situazione molto più leggera, ma so bene che non potrei mai neppure impostare il discorso decluttering con mia madre; perché purtroppo oltre ad una mentalità molto differente dalla mia (e lo è sempre stata, prima che mi appassionassi a questo) ha dei notevoli limiti anche cognitivi. Se tecnicamente, cioè economicamente, io dipendo da lei (siamo rimaste anche noi in due), concretamente, nel quotidiano, è vero l’inverso.
      Perciò non ho avuto bisogno di ragionarci, ho proprio sospeso ogni tipo di cambiamento in questo senso, in casa e rispetto a ciò che non appartiene solo a me; perché non è attualmente fattibile – ed in più il mantenere degli oggetti che per mia madre sono stimoli e ricordi di una vita passata sì, ma ricca e felice, è importantissimo.
      Naturalmente, come detto, si tratta di una sospensione e non di una rinuncia. Ho due anni più di te, una situazione (ancora due anni di studio davanti) e responsabilità simili, perciò sento molto la tua storia.
      Ho la fortuna però di vivere con una persona che pur avendo un rapporto con gli oggetti, il denaro, il lavoro ecc. diverso e più ‘standard’ non ha tratti patologici, e soprattutto non mi impedisce di occuparmi serenamente e liberamente delle mie cose, dei miei spazi; anzi, mi ha stupito aggiungendo alla pila di scatole piene da barattare messa insieme di recente alcuni vestiti, in modo spontaneo.
      In un quadro del genere non mi pongo neppure la questione armadio, che avevo tentato già alcuni anni fa (ottenendo solo tensione e strepiti) di eliminare. Però posso permettermelo, ho altre priorità ed il fatto che si tratti di mia madre, piuttosto che di un compagno, secondo me fa un’enorme differenza anche emotivamente.
      Lei non mi rema contro (ed anzi almeno dal punto di vista del necessario risparmio e dell’economia domestica siamo abbastanza in sintonia), ed il compromesso necessario almeno lo vivo senza forzature, non mi demoralizza ma mi prepara a fare meglio di quanto abbia mai fatto i miei calcoli, a pianificare e gestire idealmente ciò che verrà ‘dopo’.
      C’è un tempo per ogni cosa, insomma.

      E proprio le tempistiche possono essere cruciali, perfette oppure fatali.
      Mi chiedo, posto che ogni persona ha un diverso livello di ‘declutterizzazione media’ e di orientamento minimalista; se due persone veramente diverse su questo aspetto possano in fin dei conti vivere insieme, reggere.
      Sono scelte fondamentali e pervasive, proprio perché non si tratta solo di scegliere quanti e quali oggetti avere.
      Dunque… dunque?
      E se il rapporto è ottimo, non in crisi, ma uno dei due viene ‘fulminato’ sulla via di Damasco, mentre l’altro no?
      Eterno dilemma.
      Denise Cecilia S. di recente ha scritto Decluttering… letterario

  6. è difficile mettere in pratica il minimalismo quando vivi con qualcuno che non condivide…ho letto parecchi articole e testimonianze in proposito e alla fine il consiglio è sempre lo stesso: continuare a dare il buon esempio, disseminare qua e là articoli sul minimalismo e aspettare pazientemente che l’altra persona capisca…
    in bocca al lupo Anonimo, che tu lo faccia per necessità o per scelta secondo me non c’è tanta differenza: alla fine stai risparmiando soli, riducendo inquinamento e consumo di risorse e contribuendo a cambiare il rapporto che abbiamo con gli acquisti 🙂
    yliharma di recente ha scritto Esperimenti in cucina

  7. Credo che qualsiasi scelta se non condivisa potrebbe portare alla crisi famigliare, anche il colore delle tende, non solo la mutazione dello stile di vita. La domanda che vorrei fare a questa persona è: tua moglie crede che non sia cambiata la vostra vita? oppure in qualche modo ti ritiene responsabile e quindi vuole in un certo senso farti sentire in colpa e punirti?
    Mi permetto anche di fare questa considerazione: se non condividete valori e priorità profondi allora forse che tu te ne sia reso conto non è un male, forse il decluttering non è solo “materiale” ma anche spirituale, e se tu ti rinnovi e lei resta ancorata ad una realtà che non c’è più; allora non c’è futuro di felicità e sintonia.
    MarinaMarea di recente ha scritto Di come smettere di giustificare scelte alimentari.

  8. Volevo fare una considerzione (nemmeno troppo intelligente) sulla differenza che passa tra il poveraccio ed il minimalista: secondo me è tutta nella testa, nel sentirsi o meno poveraccio perchè privo di determinati oggetti. Io trovo decisamente “poveraccio” chi ipoteca la propria esistenza per guadagnare più denaro da spendere in oggetti, privandosi di altro (il tempo per gli affetti, le proprie passioni, etc.), chi, nonostante gli oggetti non si sente mai soddisfatto, chi ad esempio trova indispensabile cambiare il cellulare ogni sei mesi e si sente poveraccio se non ha i soldi per farlo (ovviamente sono opinioni personali). E la penso così nonostante anch’io sia sempre “stata al verde, figlia di generazioni al verde” e nonostante anch’io fatichi a capire appieno il significato di minimalismo e decluttering. Semplicemente non invidio chi possiede di più (ma ho sempre invidiato chi “è” di più – intelligente, coraggioso, espansivo etc.) perchè so quale fatica fisica e psicologica affronta chi non si sente realizzato se non possiede. A volte mi sono sentita povera (soprattutto al liceo, dannati jeans griffati …), ma poveraccia proprio mai.

    1. Quindi per rispondere ad Anonimo: forse sei un minimalista povero, il non avere i soldi per comprare un nuovo paio di scarpe ti rende solo più consapevole, non meno minimalista
      PS.Spero di non offenderti col termine povero, non lo uso con accezioni negative, solo come sinonimo di “privo di sufficente denaro per …” (cosa che io non trovo sempre negativa, ecco)

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