Il decluttering ai tempi del colera

“[…] Nei suoi tanti viaggi per il mondo Fermina Daza comprava tutto quello che la attirava per la sua novità. Lo desiderava per un impulso primario che suo marito si compiaceva di razionalizzare, ed erano cose belle e utili finché erano nel loro luogo di origine, nelle vetrine di Roma, di Parigi, di Londra, o in quelle di quella New York trepidante di charleston dove incominciavano a crescere i grattacieli, ma non reggevano la prova dei valzer di Strauss con i ciccioli e le battaglie di fiori a quaranta gradi all’ombra. Così, ritornava con mezza dozzina di bauli verticali, enormi, di metallo laccato con serrature e angoli di rame come feretri di fantasia, padrona e signora delle ultime meraviglie del mondo, che però non valevano il loro prezzo in oro se non nell’istante fugace in cui qualcuno del loro mondo locale le vedeva per una volta. Perché per questo erano state comprate: perché gli altri le vedessero una volta. Lei aveva capito la vanità della sua immagine pubblica fin da molto prima di incominciare a invecchiare, e spesso la si sentiva dire in casa: «Bisogna uscire da tante cianfrusaglie che non ti lasciano più dove vivere». Il dottor Urbino rideva dei suoi propositi sterili perché sapeva che gli spazi liberati sarebbero serviti solo a riempirli di nuovo. Ma lei insisteva perché veramente non c’era posto per una cosa in più né c’era da nessuna parte una cosa che in realtà servisse a qualcosa, come camicie attaccate alle maniglie delle porte o cappotti da inverni europei pigiati negli armadi di cucina. Così, una mattina in cui si alzava con lo spirito iracondo buttava giù gli armadi, svuotava i bauli, smantellava le soffitte, e armava un casino da guerra con i mucchi di roba troppo vista, i cappelli che non si era mai messa perché non ne aveva avuto l’occasione finché erano di moda, le scarpe copiate dalle artiste europee da quelle che usavano le imperatrici per essere incoronate e che qui erano disprezzate dalle signorine di buona famiglia perché erano identiche a quelle che compravano le negre al mercato per usarle in casa. Per tutta la mattina la terrazza interna restava in stato d’emergenza, ed era difficile respirare in casa per le raffiche acri delle palline di naftalina. Ma la calma si ristabiliva in poche ore, perché alla fine lei si doleva di tanta seta gettata per terra, di tanti altri broccati e ritagli di passamaneria, di tante code di volpe azzurra condannate al falò.
«Questo è peccato bruciarlo» diceva, «con tanta gente che non ha neanche da mangiare.»
Così il falò veniva rinviato, fu sempre rinviato, e le cose non facevano altro che cambiare di posto, dai loro luoghi privilegiati alle vecchie scuderie trasformate in depositi di saldi, mentre gli spazi liberati, così come diceva lui, incominciavano a riempirsi di nuovo, a straboccare di cose che vivevano un attimo e poi andavano a morire negli armadi: fino al prossimo falò. Lei diceva: «Bisognerebbe inventare qualcosa da fare con le cose che non servono a niente ma che non si possono neanche buttare via». Era così: la terrorizzava la voracità con cui gli oggetti invadevano gli spazi vivibili, spostando gli esseri umani, spingendoli negli angoli, finché Fermina Daza li metteva dove non si vedevano. Perché non era tanto ordinata quanto si credeva ma aveva un metodo suo e disperato per sembrarlo: nascondeva il disordine. Il giorno in cui morì Juvenal Urbino dovettero sbarazzare metà dello studio e ammucchiare tutte le cose nelle stanze da letto per avere uno spazio dove poterlo vegliare.
Il passaggio della morte in casa le diede la soluzione. Una volta bruciata la roba del marito, Fermina Daza si accorse che il polso non le aveva tremato, e con lo stesso stimolo continuò ad accendere il falò ogni tanto, buttandoci dentro di tutto, sia vecchio che nuovo, senza pensare all’invidia dei ricchi né alla cattiva coscienza dei poveri che morivano di fame. Infine, fece tagliare alle radici l’albero di mango finché non restò nessuna traccia della disgrazia, e regalò il pappagallo vivo al nuovo Museo della Città. Solo allora respirò a suo piacimento in una casa come sempre l’aveva sognata: ampia, facile e sua. […]”

(L’amore ai tempi del colera – Gabriel Garcia Marquez)
(Foto de Il Trev

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22 thoughts on “Il decluttering ai tempi del colera

  1. bellissimo! Marquez “mi manca”, ho una certa riluttanza verso gli scrittori di lingua spagnola perché sono un pochino prolissi e verbosi… 😛
    poi vabbè il fatto che invece i tomi dei russi non mi spaventino è solo una delle tante mie contraddizioni 😀
    yliharma di recente ha scritto Vita frenetica

  2. Bellissimo! Questo nostro lottare con le cose e la memoria che ci lega ad esse e lo spazio che occupano e la vita che è tutto un fluire e un accatastarsi di “roba” e il bisogno di spazio ecc ecc… è qualcosa di innato e primordiale, per come lo dice Marquez, non solo il nostro problema di oggi.
    Non saprei dire se sentirlo raccontare così bene sia di conforto o il contrario. Io al momento sono annichilita dai propositi di decluttering nei quali mi sono imbarcata. Sogno quel fuoco purificatore, ma so che non è possibile…
    Grazie comunque per la bellissima citazione!
    Paola di recente ha scritto Giveaway Flors de la Terra: ha vinto… il mio sacchetto dell’indifferenziata! E ringrazia

  3. … quel fuoco purificatore lo sogno anch’io, ma ogni volta che “esagero” nel mio decluttering sento la voce di mia nonna che mi ricorda, che quando un capo è proprio da buttare ( il che vuol dire tienilo più che puoi ), stacca sempre i bottoni, i nastri, le cerniere, perchè tutto può servire…e se avesse avuto ragione ?se veramente tutto un giorno tornasse a servirci, perchè i tempi si faranno sempre più duri ?..e il vero decluttering non sono ancora riuscita a farlo. grazie delle riflessioni condivise

      1. XD ottima osservazione Laura!! idem pure io…e mia madre ha scatole e scatole di bottoni e cerniere, se mai imparerò a cucire ne avrò da smaltire per decenni 😀
        yliharma di recente ha scritto Vita frenetica

  4. ma io so cucire…e potrei farci tante cose se ne avessi bisogno,la verità è che in questo momento non ho bisogno di nulla,ma fino a quando ?

    1. Boh, secondo me avvitarsi in questo tipo di riflessioni è un po’ esagerato e anche pericoloso. Non credo, del resto, che in caso di reale necessità qualche bottone e/o nastrino e/o niente del genere potrebbe fare la differenza… o no?

    1. Consiglio 12 racconti raminghi, se vuoi iniziare con qualcosa di meno impegnativo. Ma L’amore ai tempi del colera e 100 anni di solitudine sono il meglio del meglio del meglio.

  5. io amo tantissimo Marquez,fa parte del mio periodo sudamericano con Jorge Amado,Vargas Llosa, Allende, Coloane…adoro quella atmosfera calda,pesante,qusi claustrofobica a dispetto di una natura esuberante…e i 12 racconti non li ho letti. Mò mi attrezzo.
    Ah,stupendo questo decluttering!
    elena di recente ha scritto L’ombelico del mondo

  6. libro bellissimo! l’ho letto tanto tempo fa e questo passaggio lo avevo dimenticato.
    grazie per avermelo riportato alla memoria.
    da quando ho scoperto il tuo blog faccio acquisti molto molto più oculati di quanto già non facessi e ho iniziato a liberare la casa da tante “cianfrusaglie” inutili!
    Frida di recente ha scritto demoralizzata

  7. Di Marquez ho letto solo Cronaca di una morte annunciata, ed essendo laureata anche in Spagnolo – con biennale in sudamericana – sarei da picchiare a sangue, con un bastone, legnate a due a due finché diventan dispari. Mi piace molto di più la Allende e il bellissimissimo La danza inmòvil di Manuel Scorza, Neruda e Pablo Antonio Cuadra. Ma questa citazione declutteriana li batte tutti. Mi sa che devo affrontare finalmente l’ostacolo-Marquez. E’ lì che mi aspetta sul ring da una vita.
    Alliandre di recente ha scritto Alliandre: RT @TREMEDICA: Jornadas científicas y profesionales de traducción médica d @Tremédica y @apticassociacio, con colaboración d @IDEC_UPF h …

  8. Ora che ho postato questo stesso brano, mi ha colpito questa frase:

    senza pensare all’invidia dei ricchi né alla cattiva coscienza dei poveri che morivano di fame

    Non ‘dovrebbe’ essere il contrario, l’invidia dei poveri e la cattiva coscienza dei ricchi?
    Denise Cecilia S. di recente ha scritto Decluttering… letterario

    1. Mah, mi sa di frase “alla Marquez”. Comunque mi vengono in mente alcuni motivi per cui i poveri dovrebbero avere “cattiva coscienza” e i ricchi “essere invidiosi”…

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