Decrescita (in)felice e altre storie

Ricapitoliamo: qualche tempo fa ho pubblicato questo post.

Da un lato il mondo rutilante della “realizzazione personale” e della “felicità”, qualunque cosa vogliamo intendere con questo termine. Il decluttering e il downshifting. Che presuppongono, rispettivamente, che ci sia qualcosa di superfluo di cui liberarsi e che la marcia non sia già la più bassa possibile.
Dall’altro, c’è la realtà, molto meno rutilante, come fa notare Tascabile: pensiamo a un’ipotetica coppia che vive con 800€ al mese e quasi zero tempo e risorse per fare qualsiasi cosa che non sia lavorare (di contratto in contratto), mangiare (finché riescono a riempire il frigo), dormire. Quell’ipotetica coppia tanto ipotetica non è.

Ma non sono io, non siamo noi.

Incrociando le dita, io e Marco abbiamo un lavoro non fisso ma redditizio, non fatichiamo a pagare il mutuo né ad arrivare a fine mese, possiamo anche permetterci una serie di sfizi. Ultimamente la quantità di sfizi che effettivamente ci permettiamo è calata, ma per nostra scelta, non per necessità.
La domanda viene di conseguenza: sono “qualificata”, io, per parlare di eliminazione del superfluo, di economie, di riduzione delle spese, visto che, volendo, queste cose potrei evitarle?
Sono una privilegiata, dotata naturalmente di iPhone di ordinanza, che ciancia di scelte che per altri sono una (sofferta, tragica, triste) necessità? In altre parole: dovrei starmene zitta?

Non è la prima volta che mi pongo questo problema, e sono certa (issima) che un certo tipo di giudizi nei miei confronti è inevitabile. Ogni volta che scrivo un post su certe tematiche li sento aleggiare là fuori; anche se naturalmente nessuno li esprime apertamente. Chi commenta lo fa per dire “Brava, hai ragione, anch’io”. Gli altri si astengono, se proprio sono coraggiosi si esprimono in privato; io magari mi ci infervoro (per non dire che mi piglia uno sca@@o che mollami), magari non sono per niente d’accordo, però apprezzo la sincerità.
Non sto dicendo naturalmente che chi commenta per dirmi “brava” è un ipocrita e dovrebbe smettere; ma solo che capisco benissimo da sola che, davanti a certe mie prese di posizione, è facile pensare “Parla bene, lei”. Forse, a parti invertite, avrei lo stesso pensiero.

Potrei limitarmi a scrivere di decluttering, oppure di minimalismo facilmente-applicato ad argomenti “leggeri” come il guardaroba, o il matrimonio: avrei un successone, come testimonia l’elenco infinito di chiavi di ricerca di chi arriva ogni giorno su minimo cercando proprio di questi argomenti.
Avrei un successone anche perché è molto più facile lasciare un commento dicendo “Anch’io ho sistemato casa, che bello!” oppure “Io non ce la faccio proprio a buttare le mie foto”, che non rapportarsi pubblicamente a un post di 1500 parole che disquisisce di scienza della felicità, o di filosofia.
Se mi leggete sapete bene che, del resto, quelli sopra sono argomenti che non disdegno affatto. Ho iniziato questo blog parlando di decluttering e continuo a essere convinta che sia un argomento interessante, e incidentalmente tutt’altro che “leggero”. Però è anche una specie di testa di ponte verso altre cose meno facili: noi abbiamo scelto di percorrere quel ponte, e dato che minimo, prima di tutto, rispecchia la mia esperienza, parlarne mi è venuto naturale.

Del resto la via di fuga perfetta nei confronti di qualsiasi critica esiste: come dicevo, è la mia esperienza. Quante volte l’ho ripetuto che il minimalismo è un cappello ampio e flessibile, che non esistono regole e che ognuno lo può adattare ai suoi obiettivi e alle sue scelte?
Il corollario è che qualsiasi declinazione del minimalismo è positiva, o meglio: che nessuna è negativa o criticabile. Da un certo punto di vista è una trappola: se tutto è relativo e non-giudicabile, non possiamo attribuire valore. Per forza di cose, tutto resta in superficie.
Allora mi viene da pensare che, forse, non è tutto così relativo. Almeno nel senso che ognuno di noi ha la sua linea di confine e, per quanto se la racconti (e la racconti agli altri), sa benissimo quando la sta superando. Quando sta eccedendo. Quando la coerenza va a farsi benedire. Perché sì, c’è e ci deve essere un minimo di coerenza, prima di tutto con se stessi. Altrimenti tanto vale che continuiamo a raccontarci solo di com’è bello svuotare i nostri armadi (per poi riempirli di nuovo alla prima occasione).

E no, non sono convinta che dovrei starmene zitta (siete stupiti, lo so, lo so). Prima di tutto perché questo blog non si prefigge lo scopo di fondare una nuova religione fondata sul culto della personalità della sottoscritta, ma semplicemente di condividere qualcosa di mio; e avendo un po’ di esperienza in termini di “relazioni su Internètte”, ho imparato a mie spese che, se ti metti a condividere qualcosa di tuo online, ti esponi inevitabilmente alle critiche, comprese quelle (diciamo) poco centrate.
Ma anche perché, se di certi argomenti dovessero trattare solo quelli che “non parlano bene”, allora che facciamo? Creiamo un patentino? Chi vive sotto la soglia di povertà può parlare di downshifting, gli altri rimangano tutti chiusi nelle loro gabbiette dorate a realizzarsi personalmente e perfavore zitti? Dando per scontato di rimanere sempre nei limiti del rispetto e del buon gusto, magari concentriamoci prima di tutto sui contenuti. Per quelli accetto ogni tipo di critica (o quasi).

Sgombrato il campo da queste considerazioni, posso essere politicamente scorretta (pure un po’ antipatica) e ripetere quello che avevo già detto qui, ovvero: c’è troppa gente che si lamenta di non arrivare a fine mese, ma semplicemente non vuole accettare che (per vari motivi) un certo stile di vita non sia più alla sua portata (o non lo sia mai stato, vedi alla voce “Credito al consumo”). E non parlo di riempire il frigo o di pagare il dentista.
Autoproduzione, baratto e correlati per molti sono una moda? Forse. A prescindere dal fatto che li si adotti per moda, per scelta consapevole o per necessità, oltre ad avere effetti positivi sull’ambiente e sul nostro benessere (effetti dei quali può anche non importarci assolutamente nulla), sono e restano (anche) modi per risparmiare, efficaci e alla portata di tutti. Mantengono il loro valore indipendentemente dal motivo per il quale li si adotta. E allora, dov’è il problema?

Insomma, per riallacciarmi di nuovo a Tascabile, per me decrescita/downshifting (intesi in senso ampio) funzionano comunque, che siano felici o infelici. Nessuno dice che decrescere per scelta o per necessità sia la stessa cosa: però porta benefici comunque. Anzi, in caso di necessità certi accorgimenti possono, credo, fare anche una bella differenza.

Sul tema, vi segnalo anche questo, che mi è piaciuto molto: “Se c’è una cosa che ho capito, è che ho vissuto, abbiamo vissuto tutti, come società, al disopra delle nostre possibilità. […] Non ce lo possiamo permettere più. Non tutti, almeno. […] Io questo l’ho capito. Ormai l’ho accettato. Oggi sono pronto al ‘meno’. Il mio futuro sarà ‘meno’, lo so. Spero di riuscirci, perché quella forza gravitazionale mi ripropone in continuazione vecchie situazioni, pericolose tentazioni, sfide insidiose”.

Sì? No? Che ne pensate?

minimo è anche su Facebook e su Twitter

46 thoughts on “Decrescita (in)felice e altre storie

  1. Cara Laura io mi trovo nelle condizioni di decrescita forzata. Gli stipendi calano, le spese aumentano e i figli sono tre. Il tuo blog mi serve proprio per questo. Perché la tua “filosofia” mi aiuta a connettere i neuroni (e sentirmi in alcuni casi meno depressa perché sono in affitto e una casa non potrò mai permettermela e tante altre spese che adesso non possiamo fare!).
    Mi sono letta tutta la catena di link che partono da questo post e sono convinta che gli argomenti che affronti non siano facili, ma sono per me sicuramente indispensabili. Tu mi dai una chiave di lettura “aperta” (senza paradigmi preconfezionati, o meglio i paradigmi ci sono ma sono consapevole della loro esistenza!). Ti faccio un esempio: siamo dei fanatici di libri e io lo sono soprattutto per i bambini. Ma questi costano da morire! La biblioteca è la nostra risposta! Viviamo al mare, ma andare in spiaggia costa una follia, perché non allungare il tragitto e andare nella spiaggia pubblica? Sembrano ragionamenti banali o forse sono stupida io, non lo so, ma ci sono arrivata grazie a te ;)!
    Questo non vuol dire che non ti invidi l’iPhone, eh ;D!
    Buon we e grazie!
    La solita mamma di recente ha scritto Metodo L.A.V.A/15: Michele Petrucci

    1. Intanto grazie perché tanti faticano ad ammettere di essere in difficoltà, o comunque di puntare alla decrescita più per necessità che altro.
      E grazie anche perché, se il mio scemissimo blog ti è utile in qualsiasi modo, questo mi rende molto felice 🙂

  2. quando furono pubblicati lessi più volte i post di tascabile e i tuoi proprio perchè mi avevano innescato tutta una serie di riflessioni e sul momento mi scappò uno status su facebook dove mi chiedevo come facevo a scalare la marcia se non l’avevo mai ingranata e infatti lo dici anche tu all’inizio che si presuppone che ci sia qualcosa di cui liberarsi.
    Voglio essere sincera e dirti che quello che a volte mi fa balzare sulla sedia è il tema del risparmiare,rinunciare,tenere un tenore di vita più basso non perchè non lo condivida ,anzi ma piuttosto perchè andando molto sul pratico io risparmio e rinuncio da una vita, prima un pò per il mio modo di essere ora più per necessità perchè al momento lavora solo il mio compagno, autoproduco molto , riciclo, ho genitori e suoceri che per fortuna ci riforniscono di verdura,frutta,uova dall’orto ,compro per il mio bambino vestiti poco costosi e per me quasi niente (qualcosa per il bambino ogni tanto ci scappa per colpa del mio compagno che sulla moda è la donna di casa) e niente vacanze tanto viviamo al mare e potrei continuare ma tutto questo elenco sulla mia vita per arrivare a dire che poi questo tipo di risparmio non è quello che ti permette di pagare un mutuo o di comprarti una macchina personale (io ho sempre usato i mezzi pubblici) o di investire su una tuo talento è solo un risparmio che ti fa campare ma non progredire ecco perchè a volte leggo ma non riesco a condividere pienamente perchè poi la realtà è che ti trovi a rinunciare anche a piccole cose come un libro o materiale per fare lavoretti con mio figlio , a coltivare una passione
    scusa per tutta questa amarezza ma sentivo il bisogno di dare il mio punto di vista

    1. Primo, non hai niente di cui scusarti, anzi.
      Secondo: parlando di riduzione del tenore di vita, ovviamente non mi riferisco a casi come il tuo.
      L’altra cosa è che non metterei sullo stesso piano comprarsi una casa, una macchina o alimentare una passione.
      Se mi segui sai come la penso sul comprare casa, e se puoi fare a meno della macchina, è solo meglio (ti invidio!). Dover rinunciare a coltivare una passione è un altro discorso.
      Detto questo, tu sei la dimostrazione lampante di quello che scrivevo: le pratiche “minimaliste” nel tuo caso servono ad arrivare a fine mese, e allora diventano fondamentali, hanno un impatto vero sulla vita di ogni giorno, non sono solo una posa o una moda.

      1. no non volevo mettere sullo stesso piano le tre cose ma solo dire che con il risparmio è vero si arriva a fine mese ma non si fanno le grandi spese,io sono molto fortunata perchè la casa dove viviamo anche se piccola è nostra ma un affitto oppure un mutuo non lo avremmo potuto sostenere soprattutto ora che ho perso il lavoro ,per quanto riguarda la macchina secondo me tutto è molto relativo da dove vivi e dove lavori io ad esempio vivo in un piccolo paese e non ci sono molti mezzi a parte il bus e ho sempre lavorato fuori ,la macchina mi avrebbe consentito un grande risparmio di tempo e la flessibilità (lavoravo in uno studio di architettura e gli orari sono molto variabili) ma soprattutto l’indipendenza che con un bambino piccolo alla mia età per certi spostamenti devo chiedere a mia madre.Per il coltivare una passione invece si è un altro discorso e non è sullo stesso piano è che il fare sempre i conti a volte ti toglie le energie e l’entusiasmo di fare e provare io poi senza il mio lavoro mi sento come svuotata.
        Comunque no non vi prenderei a calci in faccia,anzi leggo sempre volentieri perchè per me è un confronto importante e mi da molti spunti di riflessione e poi la decrescita non imposta dalla necessità è comunque il segno che prima c’è stata una crescita che ti ha dato la possibilità di scegliere

        1. Ciao Sara, comprendo perfettamente come ti senti.
          Proprio sul coltivare le proprie passioni e la crescita personale sto “subendo” degli arresti che prima non avevo. Mi spiego: per 4 anni ho seguito la scuola di naturopatia, al “modico costo” di 2000 euro l’anno più le decine di libri necessari all’approfondimento e all’aggiornamento. Una volta finita la pacchia (sono andata in mobilità e il mio stipendio si è più che dimezzato), mi sono sentita smarrita. Poi, ho capito che la crescita personale si può coltivare anche a costo zero ascoltando noi stessi e cercando di acquisire con semplici meditazioni gratuite quella consapevolezza che ci aiuterà a crescere “nonostante” le poche risorse a disposizione. Buona fortuna!
          barbara di recente ha scritto 365 ecopensieri per sopravvivere alla crisi – 6

  3. Non penso che esista una sola decrescita, ma tante e diverse a seconda del punto di partenza. La mia (molto simile alla tua) è stata una scelta precisa e non una necessità. Da una parte penso che sia ancora più di valore perchè abbiamo scelto volontariamente di fare una vita più semplice, dall’altra so che sotto tanti aspetti viviamo di rendita dall’accumulo fatto nella “vita” precedente.
    Allora penso che non sia tanto il quanto o il come, ma il farlo e basta. Decidere di scendere, di ridurre perchè abbiamo maturato qualcosa dentro di noi che ci dice che come vivevamo prima era sbagliato. E non perchè non me lo posso permettere, ma perchè non me lo voglio permettere. E’ diverso, è una scelta.

    1. Ecco, non so se arriverei a dire che abbia più valore la decrescita fatta per scelta che quella fatta per necessità… persone come Sara avrebbero ragione di venire a prenderci a calci in faccia 😉
      Sono d’accordo sull’idea del “farlo e basta”, però.

  4. Ciao L. Se posso permettermi, stavolta ti sei spinta pericolosamente molto vicina al baratro della… pippa mentale. Ma che problemi ti fai? Io, grazie finalmente a un po’ di autoriflessione, ma soprattutto alla lettura di blog come il tuo e qualche libro di cui abbiamo anche avuto modo di parlare, ho scoperto l’acqua calda… ovvero che un altro modo c’è. E l’ho scoperto in un periodo nero, ma così nero che… aiutami a dire nero. Già il solo fatto di averlo scoperto mi ha fatto sentire meglio. E poi ho cominciato a lavorarci sopra. Certo il lavoro è lungo e gli ostacoli, come ho avuto modo di scrivere, non mancano. Ma quello che sentiamo ogni giorno ai TG, quello che leggiamo sui giornali o in Rete, è ormai una realtà evidente. È finita un’era di illusioni indotte. Il mondo, il nostro mondo, quello occidentale per intenderci, sta cambiando, e per la maggior parte di noi, quelli che non hanno risorse eccezionali se non quello che riescono a portare a casa a fine mese, è cambiato o cambierà in maniera veloce e drastica, soprattutto nel nostro Paese che sta viaggiando a tentoni con davanti degli spettri mica da ridere. E tu pensi che non sia giusto parlare delle possibili soluzioni (anche se nella realtà magari non ci riguardano ancora in prima persona) o registrare i propri percorsi già intrapresi? Al contrario, secondo me è un dovere. Chi sa, chi ha la possibilità di raccontare, di condividere, ha il dovere morale di farlo. Ognuno nel proprio piccolo. Io non ho problemi a farlo (vorrei avere solo un po’ di tempo in più per farlo e per approfondire, ma sai, bisogna pure arrivare a fine mese). Ognuno mi giudichi come vuole, la mia situazione è quella che è e non intendo certo giustificarmi per quello che scrivo o penso. Ti giudicano una superficiale che parla di cose che non vive sulla propria pelle? È un loro problema. Si scrive per chi vuole leggere e informarsi, quello che ci fanno con quelle informazioni è un loro problema. Certo, si deve fare attenzione perchè la Rete è la Rete, e il fatto di rimanere dietro uno schermo, di non potersi confrontare di persona non aiuta. Ma anche questo è un modo di creare una comunità, quella che ci potrebbe salvare dagli eventi generali. E bisogna mantenere una certa sensibilità, perchè i problemi di chi ti legge possono essere molto più pesanti del semplice riuscire a fare ordine in casa, o di risparmiare qualcosa in vista delle vacanze estive. C’è chi a fine mese, già ora non ci arriva. Tempo fa, durante una puntata di Servizio Pubblico in cui si parlava dell’aumento indiscriminato del prezzo della benzina, un operaio di Genova disse che a lui non importava del costo della benzina, perchè con tre figli e 800 euro di stipendio, lui la macchina non ce l’aveva più già da quattro anni. E c’era anche chi questi problemi ce li aveva già prima che arrivasse la botta della crisi. E allora cosa facciamo? Non raccontiamo più a nessuno che esistono i mercatini dell’usato perché fra chi ci legge c’è chi non ha più niente da vendersi? Sono sempre di più le persone che con il tempo si trovano in situazioni difficili, e non è detto che chi oggi alla crisi neanche ci pensa domani non debba farci i conti. Chi ha modo di fare informazione o anche solo di registrare le proprie riflessioni ha il dovere di farlo, anche se a fine mese ci arriva tranquillo. Chi non capisce oggi, forse, purtroppo, dovrà capire domani. Per quanto mi riguarda, grazie.
    Alberto di recente ha scritto Il campo gravitazionale

    1. A volte bisogna farsi anche le pippe mentali se non altro per arrivare a concludere che sono… pippe mentali.
      Ti ringrazio per il commento e la solidarietà :), ma ti assicuro che chi giudica c’è eccome (del resto a volte lo faccio io per prima); e io trovo giusto confrontarmi anche con queste persone, anche solo per sgombrare il campo da un po’ di possibili malintesi.
      Del resto alla fine sono arrivata alla tua stessa conclusione 😉

  5. sono d’accordo con alberto, quando scrive “Chi sa, chi ha la possibilità di raccontare, di condividere, ha il dovere morale di farlo”,in questi anni di consumismo sfrenato, ci si è dimenticati ( e i più giovani non le hanno neanche conosciute ), di tante buone possibilità per migliorarci un po’ la vita, indipendentemente dal nostro benessere economico e dalla necesssità di risparmiare.continiuamo a parlarne, per noi e per tutti quelli che , loro malgrado, dovranno avvicinarsi a certi argomenti…

  6. Ti capisco.
    Sono pippe che mi faccio anche io.

    Tipo: stamattina in classe abbiamo visto “I diari della motocicletta” prima, poi abbiamo letto un articolo di Internazionale sui progetti in India per sviluppare i wc pubblici ed eliminare il lavoro pericoloso per la salute di coloro che a mano puliscono le latrine.

    Okay, è un esempio un po’ estremo, ma è di poche ore fa…

    Intanto che leggevo mi son detta: e io sto qui a cianciare e a fare i mie pidocchiosi quadri? (sì perchè mi voglio bene a volte).

    Però, se qualcuno sta peggio di me (e sono in tanti), il mio dovere non è stare peggio io o sentirmi in colpa, ma fare quello che posso per cambiare le cose, anche se il mio contributo è piccolo piccolo, anche se è un post sul blog e promuovere la cosmesi ecobio.
    Stella di recente ha scritto Organic Brides @ Apple Tree Wed

  7. secondo me è giustissimo che si continui a parlare di downshifting e di decrescita, la questione è il come se ne parla.
    e a proposito di decrescita, nei commenti ai miei post si continua ad affiancare la decrescita alla solidarietà. mi frulla nella testa un’idea in proposito: vi ricordate come sono nate le società di mutuo soccorso?
    se facessimo qualcosa di più che parlare, promuovere idee, condividere stili di vita? ci penserò su, ti manderò probabilmente un’email delirante 😀
    tascabile di recente ha scritto E se la decrescita non è felice?

  8. mi sembra che parlare delle proprie esperienze faccia bene a tutti: a chi decresce perchè,pur non avendo problemi di sopravvivenza comprende che tutto sta cambiando,in fretta e drasticamente, imparando ad essere una palla e non un cubo,e a chi, come la sottoscritta, negli ultimi vent’anni ha avuto di più, poi di meno, poi di nuovo di più, ancora di meno, per poi andare a scendere fino all’emigrazione. So per esperienza diretta che non avere mai i soldi per fare una mazza che non sia vivere, alla lunga risulta un po’ logorante(e anche un po’depressing, considerando tutti gli stimoli veri e presunti a cui siamo esposti per decenni).Però si imparano un sacco di cose, dagli uni e dagli altri. Sono felice per te che hai l’IPod. A me piace un sacco,e non me lo posso permettere;però non ne sento la mancanza perchè tanto non saprei usarlo…con questo non desidero che tu cada in disgrazia. 🙂 E’importante,prima di tutto, condividere. Se poi si tratterà di dividere,saremo già a buon punto

    1. “E’importante,prima di tutto, condividere. Se poi si tratterà di dividere,saremo già a buon punto”. Mi piace! 🙂

  9. Anch’io e mio marito abbiamo un buon lavoro, insomma siamo benestanti. Però quello che mi preme soprattutto è insegnare ai miei figli uno stile di vita che potranno riuscire a mantenere anche se non saranno fortunati come noi. Insegnare loro come si fa la marmellata, che i libri si possono prendere in biblioteca, che la rucola si può coltivare in vaso e che i mobili per le bambole sono belli anche se li ha costruiti papà con il legno credo che sia un bagaglio prezioso per il loro futuro così incerto

    1. Ciao Giovanna. È interessantissima questa cosa, secondo me. Intendo il fatto che in un certo senso stai “preparando” i tuoi figli in caso in futuro debbano affrontare difficoltà economiche. Segno dei tempi…

  10. Credo che il genere di spunti e riflessioni che si leggono su questo blog possano essere di aiuto a tutti.
    Non riesco a capire le critiche, davvero.
    Potrei capirle se si parlasse di sperperare i soldi, di sprecare, di fregarsene degli altri, dell’ambiente ecc. Ma qui non è così! Non c’è niente di male nel fare una vita agiata e rendersi conto che si potrebbe vivere meglio scalando la marcia. Non penso sia questo ad essere offensivo.
    Io ho 22 anni, mi sono laureata da due mesi e sto entrando (o cercando di entrare) piano piano nel mondo del lavoro, sto iniziando a progettare la mia vita da persona indipendente, e leggere queste riflessioni su uno stile di vita diverso, sostenibile, sull’uso che si fa del proprio tempo e dei propri soldi, mi fa bene.
    E’ grazie alla lettura di questo blog se ho iniziato a fare decluttering di tantissime cose che avevo in camera, se faccio acquisti molto più attenti, se inizio finalmente a VEDERE come la società dei consumi tenti di ingolfarci di oggetti in ogni momento.
    I post che mi sono piaciuti di più sono proprio quelli sulla felicità. Visto che la mia vita lavorativa non è ancora davvero iniziata, posso cercare di darle il giusto valore. Posso costruire il mio futuro su basi che considero sane, e che penso possano davvero rendermi Felice.
    Dovrebbero iniziare a pensarci tutti.

    Quindi, un Grazie di cuore anche da parte mia 🙂

  11. mi viene da dirti solo una cosa: esticazzi!
    ovvero: prima di tutto è il tuo blog e ci scrivi quello che cappero ti pare, e poi cosa sono questi estremismi? allora solo i senzatetto sono autorizzati a parlare di povertà?
    io davvero non le capisco le persone che criticano per il solo gusto di farlo…se si fossero presi la briga di leggere qualcosa dal tuo blog invece di smozzicare mezzo post qui e là, forse avrebbero capito cosa stavi dicendo.
    vabbè io per conto mio ti ringrazio, perché di blog che parlano di decluttering ce ne sono un infinità, ma di blog che parlano anche di filosofia, felicità e vita (nel senso più ampio del termine) ce ne sono davvero pochi.
    continua a scrivere quello che pensi: stai tranquilla che chi ti segue senza pregiudizi ti dirà sinceramente se stai dicendo minchiate 😀
    yliharma di recente ha scritto Migrazioni

  12. io mi sono trovata a fare downshifting senza sapere che si chiamasse così quando al rientro al lavoro dopo la maternità mi aspettava una bella lettera di licenziamento..ho passato un periodaccio perchè il cambio di rotta è stato difficile e improvviso e ho passato qualche mese a piangermi addosso ma poi miè scattato qualcosa dentro e ho deciso che era l’occasione per fare qualcosa di buono per me e per la mia famiglia in primis..ora ho un lavoro (part-time e a tempo determinato ma almeno c’è), però la nostra decrescita continua, non è più indispensabile come lo era 2 anni fa ma continua con soddisfazione..
    Non importa perchè si comincia..l’importante è continuare e magari dare lo spunto anche a chi ci sta vicino!
    silvia di recente ha scritto Il gazebo

  13. Il post è vasto, i commenti sono molti e non penso di essere la persona adatta in questo contesto, in quanto ventenne privilegiata mantenuta da genitori borghesi e benestanti.
    Ma due o tre parole le scrivo.
    Come ho già detto, commentando altri tuoi post, secondo me la decrescita felice è possibile solo quando effettivamente è una DEcrescita, un DOWNshifting.
    Per parlarne a livello teorico c’è bisogno, secondo me, di partire da un livello superiore, un livello in cui ci sono le possibilità economiche per consumare. Quando, ovvero, la scelta di scalare la marcia, eliminare il superfluo, è consapevole. Poi, ben venga che in un periodo di crisi quasta cosa sia anche utile, ma resta comunque una scelta propria, non imposta dalla situazione economica attuale.

    Quando la scelta è forzata, perché si è perso il lavoro, perché si hanno dei figli, perché ci sono stati dei problemi, non credo sia possibile trattare l’argomento a livello teorico/filosofico senza l’amaro in bocca – nonostante molti tuoi post di tipo pratico possano essere molto utili in questo tipo di situazione.

    Comprendo le persone in “decrescita forzata”, se così si può dire, reagiscono male a qualche tuo post. Ma credo che molti altri di quelli che reagiscono male siano i classici tipi che non si vogliono privare di SKY.

    (Non so se s’è capito.)
    Una Snob di recente ha scritto Il Party nella Casa degli Orsi Cazzuti

  14. Ciao,

    ho letto con interesse il tuo post e i commenti.

    Vorrei dire qualcosa:

    quando scrivi “il minimalismo è un cappello ampio e flessibile, che non esistono regole e che ognuno lo può adattare ai suoi obiettivi e alle sue scelte?”. Ora, questo è un concetto che esiste da sempre, negli anni scorsi ha avuto un clamoroso seguito nelle dottrine new age, stesso concetto ma applicato ad esempio, alle religioni. Potremmo quindi scrivere:

    “il “credo religioso” è un cappello ampio e flessibile, non esistono regole e ognuno lo può adattare ai suoi obiettivi e alle sue scelte”

    Stessa cosa potremmo dire, ad esempio, per la moralità tra le mura di casa. quindi:

    “La “moralità tra le mura di casa” è un cappello ampio e flessibile, non esistono regole e ognuno lo può adattare ai suoi obiettivi e alle sue scelte”.

    Credo sia una cosa vera, ognuno sceglie.

    Oppure:

    “La “socialità” è un cappello ampio e flessibile, non esistono regole e ognuno lo può adattare ai suoi obiettivi e alle sue scelte”.

    Credo siano affermazioni tutte vere, in linea con la prima che hai enunciato. Però non è questo il punto. Uno può fare quello che desidera. Parlarne con chi desidera. Scambiare opinioni con chi desidera.

    Ma non è questo il punto.

    La realtà è che ognuno costruisce ciò che desidera, o ci prova, però se vuole realizzare qualcosa di “grande”, se vuole modificare l’habitat sociale in cui vive, se vuole incidere sulla realtà non solo sua, insomma, quel discorso è completamente inapplicabile. Perché, se si vuole cambiare qualcosa a livello un po’ più ampio del nostro stesso quotidiano non possiamo farlo da soli. Abbiamo bisogno di essere almeno un gruppo. E in un gruppo organizzato non c’è “cappello ampio e flessibile…”. ci sono regole, ordinamenti, gerarchie, ubbidienza anche quando non siamo d’accordo.

    e’ ovvio che uno può tirarsi fuori. Però accade una cosa, logica e matematica: il gruppo più coeso e compatto, più ubbidiente agli ordini, impone la sua volontà agli altri che compatti non sono. Decide le leggi, gli orari, l’organizzazione del lavoro, il denaro che deve fluire nelle tasche dei vari componenti, le possibilità di istruzione, il tipo di svago concesso, le spese condominiali, chi accettare e chi emarginare, chi aiutare e chi affogare, tutto. Il gruppo coeso, politico, sociale, economico, familiare, quello che non ha il “cappello ampio e flessibile” fa a pezzi gli altri.

    E’, naturalmente, una regola di natura, ma è anche un principio democratico: la maggioranza, anche relativa, governa. La minoranza, magari intellettualmente più libera, alla moda, moderna, emancipata, se ha “cappello ampio e flessibile”, non conta niente. conta per i media, per il piacere delle belle parole, ma poi non ha la forza necessaria a fare alcunché. Però non ha disciplina di corpo, regole, ubbidienza, qualcosa in cui credere che vada oltre sé stessi. Tutta l’intelligenza che può esservi in quelle menti dal “cappello ampio” non sortirù alcun effetto sul mondo reale, tranne essere ascoltata o letta con piacere, magari facendo pure soldi. Ma chi costruisce il mondo sono quelli dal “cappello stretto”. Sono coloro che marciano compatti. Che hanno disciplina di partito, di religione, che rinunciano a sé stessi per aderire a qualcosa di diverso.

    Si potrebbe pensare che le menti dal cappello largo possano mettersi volontariamente d’accordo, ma non succede. Tre coglioni ubbidienti contano più di un premio nobel libero pensatore. Quei tre costruiscono il mondo, sia che parliamo della giungla, sia nei sistemi democratici in cui il voto del genio vale quanto quello dello stupido.

    Tornando alla tua frase iniziale: è giustissima, ma totalmente inefficace, se non su sé stessi, e molto limitatamente. E questo presuppone l’accettazione del mondo che ti gira intorno, che non puoi cambiare perché non ne hai i mezzi, la forza, il numero. O aderisci ad una forza che ti trascende, e magari il cappello non è così largo, è che ti permettono di muovere un po’ la testa, oppure ciò che dici può essere giusto o sbagliato ma cmq ininfluente. E dato che viviamo immersi in un sistema, che dipendiamo in tutto da esso, anche quando apriamo il rubinetto e ci aspettiamo che l’acqua debba uscire, oppure ci aspettiamo delle strade che comodamente ci portino ove vogliamo andare, dato che siamo immersi nel sistema, alla fine viviamo in un sistema deciso da altri. Quella dal “cappello stretto”, ma molto, molto, molto determinati ad affermare le idee del loro gruppo. Ed è giusto che sia così, le cose si ottengono con forza, sacrificio anche delle proprie idee, duro lavoro, durissimo lavoro. In un mondo come il nostro, anche chi nasce meno intelligente, meno capace, con un cappello “strettissimo” decide come sarà il mondo semplicemente aderendo ad una regola più grande di lui.

    Ciao.

    1. Premesso che il tuo commento meriterebbe una risposta altrettanto articolata, e io purtroppo in questo momento viaggio a ranghi ridotti causa ondata di lavoro capitatami tra capo e collo…
      Prima di tutto non so se lo scopo debba essere sempre quello di realizzare qualcosa di “più grande di noi”. Sì, idealmente uno vorrebbe magari puntare a quello, ma proprio perché, se ci si allarga a una dimensione più vasta, iniziano le complicazioni, forse non è detto che sia necessariamente un traguardo sempre valido.
      In secondo luogo io sono fortemente (fortemente) convinta che tanti piccoli cambiamenti possano farne uno grande, anche senza necessariamente arrivare a unirsi, a strutturarsi e a organizzarsi, con tutto quello che ne consegue.

      Come ti dico, però, mi riservo di risponderti più approfonditamente appena ne avrò il tempo.
      Grazie per ora.

      1. Ciao,

        come ho scritto nel post che ho indicato nel sucesivo commento, “grande” è ciò che viene subito dopo aver raggiunto tutti gli obiettivi possibili nella semplificazione. Non è difficile, io e la mia famiglia l’abbiamo fatto da sempre per semplice istinto e molti lo fanno per necessità o abitudine, forse soprattutto al sud. Il motivo di tale facilità è motivo molto semplice: dipende solo dalla propria volontà. Sembra chissà che, in realtà quando è in ballo solo la propria volontà si può scegliere ed agire, quando si deve convincere altri della bontà delle proprie idee è tutto più difficile, allora diventa “Grande”.

        “Grande” è ciò che viene quando hai raggiunto il massimo della semplificazione possibile e ti accorgi che non è poi sta’ gran cosa. Non torneresti indietro, ma non è niente di speciale, dopo tre-sei mesi il tuo livello di soddisfazione vitale, felicità, torna ai livelli delle persone prive di “semplificazione”. Magari sei meno incasinato, ma non più felice (nel lungo periodo).

        La propria volontà è un conto, ma non viviamo da soli, abbiamo bisogno di essere amati, di essere sposati, di essere accompagnati, ubbiditi (dai figli), condivisi, di essere assunti, di essere aiutati, partecipati, accompagnati, finanziati, votati; abbiamo bisogno che altri decidano di non distruggere il nostro ambiente, altrimenti i nostri sforzi sono vani, che non decidano di suonare l’organo alle due di notte, di derubarci nelle nostre case, rapinarci fuori, che si decida di costruire ospedali ove curarci, scuole sicure per i nostri figli, cose che non possiamo decidere né fare da soli… E queste cose esulano dalla nostra volontà, occorre la volontà di altri e lì è molto, molto, molto più complicato.

        Ecco perché, nella mia esperienza, non credo nella “flessibilità dei valori individuali”, perché ciò che possiamo fare da soli sembra tanto SOLO quando viviamo in una Società che offre le cose su di un piatto d’argento, e nonostante tutti i limiti che conosciamo, viviamo in uno dei paesi più prosperi e generosi del mondo. Chi ha creato questa prosperitò non aveva tutta questa flessibilità, ma regole precise e spesso ferree, un’unità nazionale in un momento particolare del dopo-guerra, e in alcuni casi un’unità imposta da una dittatura, che ha permesso la costruzione di opere civili e legislative che ancora ci sostengono.

        Abbiamo vissuto in un’epoca felice, la più felice e ricca, abbiamo avuto la possibilità di far dipendere la nostra vita dalla nostra volontà per tutti questi anni. E non ne siamo appagati, cerchiamo altro. E’ normale, perché la felicità di una persona non dipende solo da ciò. Quando dico “Grande” è appunto andare oltre. Perché andare oltre? Perché quello che c’è “prima”, come ogni cosa che dipenda dalla sola volontà di un uomo, non ci basta né ci rende felici. Anzi, ci rende insoddisfatti, con più, con meno, ma non non è la decrescita individuale, semplice e fattibilissima, che rende felici. Nè quella collettiva che ci aspetta, che stiamo forzatamente vivendo, del resto. Accorgersene è molto semplice, purtroppo è un’esperienza, non un discorso e ci si deve immergere dentro.

        Solo quando si è provati la bontà di ciò che si teorizza, fino in fondo, fino al punto in cui sei convinto ci sia “quello che cerchi” ci si può accorgere se quel qualcosa c’è o no. Si pensa sia la libertà? Sperimentarla fino in fondo. La decrescita? Sperimentarla fino in fondo. Il relativismo dei valori? Sperimentarlo fino in fondo. Magari trovi ciò che cerchi, magari ti distruggi per sempre, però almeno saprai, saprai se ciò che cerchi si trova davvero lì oppure, come è successo a me e praticamente a tutte le persone che conosco aver fatto davvero l’esperienza: “non torneremmo indietro, ma non è poi sta’ gran cosa”. Una volta fatto tutto, si inizia a cercare davvero ciò che può rendere felici. Le fasi precedenti sono solo i preliminari.

        Ciao.

  15. Comincio scrivendo le due cose che ho pensato leggendoti, poi torno su a vedere gli altri commenti.

    Le due cose sono queste:

    a) al di là dell’argomento del contendere, senza dubbio delicato, io ho sempre (poco cordialmente) detestato e sempre detesterò le idee di chi (in maniera forte o meno, con le più svariate motivazioni) pensa di poter stabilire che solo chi è calato profondamente e quotidianamente in un certo contesto, in una data situazione è autorizzato a parlarne.
    L’esperienza incrementa – di solito, non sempre – la cognizione di causa; ma non è una certificazione di diritto a.
    E non è affatto vera la convinzione che si tende a perpetrare, secondo la quale solo l’esperienza rende edotti di qualcosa, o permette di averne un quadro chiaro e preciso. Di più: valido.
    Perciò, mi sembra evidente, io che non sono altro che una declutterer alle prime armi, e che però aspiro ad andare gradualmente oltre; apprezzo e non vorrei fare a meno delle parole di chi comprende e mi presenta questi temi efficacemente e con passione. Dovrei rigettarli perché, come me, non soffri i morsi della fame? Ma per carità…

    b) … la mia risposta è: sì.
    Sì, possiamo discutere di cosa renda minimalismo in genere e downshifting in particolare tali, e non scelte – come dire – collaterali, adatte alla propria situazione e portatrici di benefici ma non perseguite con un scopo filosofico, un obbiettivo sotteso che, se per pudore o altro preferiamo non chiamarlo letteralmente ‘felicità’, dev’essere un suo parente stretto.
    Okay, ma intanto parliamone. Definiamolo, come d’altronde tu stai facendo, nel senso non di darne una descrizione stringente e vincolante ma piuttosto nel senso di dare a queste parole forma concreta, appunto vivendole e trasmettendole.
    Altrimenti, se tutto questo decade e ci si accontenta (tra virgolette) di spendere meno, se addirittura ci si fregia di un qualche titolo negativo come fosse un privilegio (tipo: io non arrivo a fine mese, e quindi…), che ci stiamo a fare? E che ci stanno a fare gli altri? Meglio sarebbe concentrarsi su un banale esercizio di stretta economia domestica.

    Se sono stata un po’ decisa, non è per amor di polemica (intuisco ma non conosco le critiche mosse al blog) ma per amore di verità.
    Onestamente, le considerazioni sull'(in)opportunità del discutere di downshifting e decluttering quando non si è in condizioni di necessità, ma di possibilità di scelta; mi ricordano talis qualis quelle di chi si ritiene offeso se io che graziaddio ho ancora entrambe le gambe parlo in libertà di disabilità motoria. Embè?

    Scegliere non è mai facile, ma dipende dalla volontà e dalla forma mentis non meno che dalla risorse disponibili: come detto, vi è chi vive ben al di sopra delle proprie possibilità a prescindere, contro ogni buonsenso.
    E se nessuno ha può decidere arbitrariamente quale sia la soglia che divide il bisogno dal superfluo, diversa per ognuno; è altrettanto vero che spesso la lamentela in tal senso nasce dove non c’è alcun equilibrio, alcuna coscienza del proprio rapportarsi al denaro, alle cose, agli impegni lavorativi e non.
    Sia detto senza offesa: io non sono nata oggi, già perfettamente equilibrata e consapevole. O motivata. Nè lo sono ora, lo sto diventando. Non gradirei però di certo sentirmi dire che i miei sforzi valgono poco, perché non vi sono costretta se non in minima parte.
    Denise Cecilia S. di recente ha scritto Altre note sul baratto

  16. Ho scoperto questo blog da qualche giorno e già lo apprezzo per come vengono mostrati i suoi contenuti.
    Ho letto l’intera discussione con molto piacere e adesso vorrei esprimere il mio pensiero a riguardo.
    Io credo che vivere una vita minimalista possa soltanto arricchire l’individuo perché lo spinge a lavorare su stesso, anima e corpo. Chi invece sceglie questo stile di vita per necessità, potrà evincerne soltanto l’efficienza.
    Nel mio caso, ad esempio, l’uso della bicicletta al posto dell’auto mi sta facendo vivere momenti di gioia con i miei amici. Sto conoscendo nuove persone. I tempi cosiddetti morti li sfrutto per uscire ad ammirare zone che non conoscevo della mia città. La consapevolezza di non inquinare per divertirmi e di starlo facendo senza l’uso di denaro, la reputo una vittoria dei miei ideali.
    Il mio corpo ringrazia per averlo fatto lavorare e la mia mente si libera dai tanti pensieri. Ma la cosa che più mi colpisce di tutto ciò è che tale felicità nasca dall’atto in sè. Dal semplice pedalare. Non importa dove. E’ un viaggiare senza meta. L’importante è muoversi con la certezza che ciò che si sta svolgendo è un atto “puro”, accolto dal proprio spirito. Lo stesso vale per l’utilizzo di software open-source, vendere libri on-line invece di disfarmene, eccetera. Penso che svolgere un’azione oltre il suo senso/valore (economico/razionale) sia il salto di qualità che può essere eseguito solo da chi sceglie questo stile di vita come scelta consapevole. Il conflitto tra la realtà di chi adotta questo modo di vivere e di chi la osserva o non la conosce abbastanza, penso che nel lungo tempo svanirà perché il minimalismo è per prima cosa efficienza e gli errori una volta commessi, spingono a cambiare direzione.

    1. Ti rispondo e ti do il benvenuto solo ora, dopo essere finalmente rientrata a casa.
      Grazie per il tuo commento!
      Non sono del tutto d’accordo, però, sul fatto che chi è minimalista per necessità apprezzerà solo l’aspetto “utilitaristico” di questo stile di vita: sono convinta (o forse mi piace pensare e sperare) che con il tempo anche i più irriducibili, dopo aver toccato con mano benefici e vantaggi e risparmi e quant’altro, finiranno per apprezzare questa strada nella sua totalità, almeno in parte.
      Vedremo cosa succederà quando questa crisi finirà o rallenterà… ma credo ci vorrà parecchio, purtroppo.

  17. “dopo aver toccato con mano benefici e vantaggi e risparmi e quant’altro, finiranno per apprezzare questa strada nella sua totalità, almeno in parte.”
    Il problema sta nella qualità di questo stile di vita. Se ti piace vivere accettando alcuni compromessi. Ad esempio, io posso usare la bici in alternativa all’auto ma poi dovrei accollarmi di usarla per tornare a casa dopo una stancante giornata di lavoro e non tutti accetterebbero volentieri. Oppure decidere di ascoltare la propria musica in digitale liberandosi dei cd ma accettando di gestire una grossa mole di dati, tags, hd esterni o server nas. L’efficienza/risparmio è lampante ed attira ma poi se non si acquisiscono certi valori/idee il minimalismo rimarrà soltanto una tecnica per i “giorni di pioggia”. L’idea deve far parte di te. Non dev’essere uno strumento da usare quando serve. Questo è ciò che penso. Poi, felicissimo di sbagliarmi.

    1. Sono d’accordo con te, la mia speranza è proprio che da strumento diventi qualcosa di più. C’è anche da dire che sarebbe un grosso passo avanti se venisse utilizzato anche solo come strumento da più persone… 🙂

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

CommentLuv badge