Piccolo dizionario minimalista: Decluttering

Qui il primo post della serie, dedicato al downshifting.

Declutteringletteralmente, “rimuovere il clutter“, ovvero il caos, il disordine e il superfluo. Nasce in riferimento agli oggetti, in particolare in ambiente domestico, ma esiste anche il decluttering mentale e quello dei rapporti. Del resto, cosa c’è di più superfluo e dannoso di un’emozione negativa, o della relazione con una persona che ci succhia tempo ed energie, anziché trasmetterci positività?

Fare decluttering significa fare ordine, ma soprattutto individuare il superfluo e liberarsene: creare spazio, nella nostra casa e nella nostra vita, per concentrarci su quello che è veramente importante, per apprezzarlo meglio e, in definitiva, per essere più sereni.
Spesso in Italia viene confuso con il downshifting, ma in realtà si tratta di due cose ben diverse: il decluttering normalmente è parte integrante di un percorso di semplificazione, ma può benissimo avvenire anche da solo e senza altra pretesa che quella di fare ordine e spazio in casa, come testimonia il fatto che moltissimi siti, americani e non, parlano di questo argomento semplicemente in termini di organizzazione domestica; vedere ad esempio Unclutterer e soprattutto FlyLady. In America esistono da tempo i cosiddetti professional organizer, veri e propri consulenti di decluttering che, nei casi più gravi, lavorano in tandem con uno psicologo o psichiatra specializzato in disturbi ossessivo-compulsivi.

Concretamente, cosa significa fare decluttering? Significa riorganizzare un ambiente, una scrivania, un cassetto o un’intera casa, non limitandosi a fare ordine, ma ponendo l’accento sul superfluo. Pensate al classico cambio degli armadi stagionale: anziché limitarci a scambiare indumenti invernali con estivi, o viceversa, andremo a eliminare tutto quello che non mettiamo più, perché non ci sta bene, è diventato troppo piccolo o troppo grande etc.
Quello dell’armadio è un buon esempio perché è facile che attribuiamo ai capi di abbigliamento un valore che va ben oltre quello monetario. Come e più di tanti altri oggetti, diventano una proiezione di noi, o meglio della persona che vorremmo essere e che non siamo, o non siamo più. La persona più giovane, che può permettersi di portare quel colore un po’ più vivace, o la persona più magra che entra in quei jeans di due taglie in meno. Lasciar andare quel colore o quei jeans significa accettare che siamo cambiati (invecchiati, ingrassati…), in un modo che non possiamo cambiare (anni che passano), o che possiamo cambiare solo con impegno e sacrificio (kg in più).  Così, quella che apparentemente è una banale e noiosa operazione di economica domestica diventa una vera e propria prova, una gara a ostacoli psicologica che può rivelarsi molto impegnativa. Per alcuni diventa impossibile: l’incapacità a liberarsi delle cose assume la forma di disturbo ossessivo-compulsivo, l’hoarding o disposofobia (ne ho parlato qui).

Lo stesso processo mentale vale per qualsiasi oggetto, compresi quelli privi di utilità pratica ma che hanno un valore affettivo. In quest’ultimo caso il problema non è sempre o solo che l’oggetto si identifica con una versione di noi stessi che fatichiamo a lasciar andare; può anche darsi che sia legato a un’altra persona, qualcuno con cui non siamo più in contatto o che magari è venuto a mancare. Liberarci di quell’oggetto ci sembra un tradimento, equivale a spezzare l’ultimo legame che abbiamo con qualcuno che non c’è più. Ovviamente non è così: ma non è facile essere sufficientemente lucidi da rendersi conto che a contare sono i ricordi (e quelli non possiamo perderli), non certo gli oggetti, anche se le due cose sembrano legate a doppio filo.

Un’altra categoria di oggetti dai quali fatichiamo a separarci sono quelli ai quali, consapevolmente o meno, abbiamo affidato il compito di mostrare agli altri una certa immagine di noi: status symbol, insomma, grandi e piccoli. Facendo attenzione al fatto che per “status” non si intende necessariamente agiatezza economica o prestigio sociale, ma qualsiasi “idea di noi” che vogliamo o ci sentiamo in dovere di proiettare: la tonnellata di libri che non avremo mai tempo di leggere, perché siamo “intellettuali” e informati; il super-computer o il super-telefono, anche se la tecnologia in realtà non ci interessa e li usiamo solo per collegarci a Facebook; la macchina fotografica digitale perché “ce l’hanno tutti”, anche se la fotografia non ci ha mai interessato davvero; mille piccoli elettrodomestici da cucina perché ci piace far pensare che siamo appassionati gourmet anche se in realtà non è proprio la verità… e così via.
Quando, per qualsiasi motivo, ci apprestiamo a fare decluttering di questi oggetti il primo pensiero, anche se non ci piace ammetterlo, è “Cosa penserà la gente”. Una considerazione che può essere più forte di tutte le altre, comprese (spesso) quelle economiche. Del resto, in genere è proprio per comprare questo tipo di oggetti che ci si indebita…

Diciamo comunque che la casa scoppia e che questa volta siamo davvero motivati. Come procedere? Sulla base della mia esperienza mi sento di darvi pochi consigli di base, che ho ripetuto spesso ma che riassumo qui per comodità:

a) andiamo per gradi: non è realistico pretendere di aggredire in un fine settimana un volume di oggetti che magari si è accumulato in qualche anno;

b) organizziamoci fin da subito anche per quanto riguarda il dopo, ovvero lo smaltimento di tutto quello che non finirà direttamente nel cassonetto. Io l’ho chiamato post-decluttering e penso sia fondamentale per evitare di ritrovarsi con pile di scatoloni o di borse piene di “superfluo” accumulate in un angolo. Se non ce ne liberiamo subito, ci sembrerà di non aver ottenuto risultati concreti e rischieremo di perdere la motivazione;

c) cerchiamo di essere obiettivi nel valutare valore e utilità dei nostri oggetti, per evitare perdite di tempo e delusioni. Il cassonetto ovviamente è l’ultima spiaggia, vendere l’usato su eBay o negli appositi negozi è un’ottima cosa, anche redditizia, ma mettiamoci sempre nei panni di un potenziale acquirente. A volte il gioco non vale la candela: l’alternativa, per gli oggetti in buono stato ma che non hanno mercato, è naturalmente la donazione;

d) decidiamo rapidamente tra butto-tengo-dono-vendo, d’istinto e senza soffermarci troppo. Se non usiamo un oggetto da sei mesi o più, o ci eravamo dimenticati di averlo (!), è decisamente superfluo, indipendentemente dal fatto che sia nuovo e da quanto l’abbiamo pagato. Accettiamo il fatto di aver fatto un errore, (capita), accettiamo soprattutto il fatto che non è “uno spreco” liberarsene, perché lo spreco c’è già stato… e voltiamo pagina.

Letture consigliate sul decluttering (purtroppo le fonti sono ancora soprattutto in inglese):

Simplify: 7 Guiding Principles to Help Anyone Declutter Their Home and Life
Molto concreto: niente derive filosofiche ma tanti suggerimenti utili. La versione per Kindle, pubblicata nel novembre 2011, è diventata rapidamente un best seller

30 Days Clutter Bootcamp di Tanja Hoagland
Qui la mia recensione

Dall’autore del blog Minimalist at Home:
Family Sized Minimalism
A Minimalist Family Christmas
Interessante applicazione del minimalismo alla dimensione famigliare

Clutter Rehab: 101 Tips and Tricks to Become an Organization Junkie and Love It!
Approccio ultra-pratico alla riorganizzazione della casa, attraverso 101 “mini-azioni” mirate ai diversi ambienti

La sfida delle 100 cose. Come mi sono liberato di quasi tutto, ho ricostruito la mia vita e mi sono riappropriato della mia anima di Dave Bruno
Traduzione italiana del celeberrimo libro di Dave Bruno, nato dalla sua esperienza di decluttering “estremo”. Per chi legge anche in inglese, qui l’ebook.

Vi segnalo infine non un libro ma un sito dedicato a un argomento molto “sensibile”, la semplificazione… del guardaroba: Project 333, dove 333 sta per 33 capi (accessori inclusi) per 3 mesi.

Se avete qualcosa da aggiungere su cos’è per voi il decluttering, su qualche lettura interessante sul tema o sulla vostra particolare esperienza, non esitate a farlo nei commenti. Buon weekend!

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28 thoughts on “Piccolo dizionario minimalista: Decluttering

  1. … ma vale pure per le persone?
    per quelle che non “usiamo” più?… quelle che <>… quelle che non se non le chiamiamo noi…

    Scusate la deriva fuori traccia… 🙂
    Gianleo di recente ha scritto Vivi e svegli

  2. Alla parte degli oggetti caratterizzati da valore affettivo perchè ci ricordano qualcuno che non c’è più mi è scesa la lacrimuccia.
    Ai cambi di stagioen faccio una fatica tremenda a buttare via i vecchi maglioni che mi fece mia madre, anche se sono malissimo ridotti. Alla fine, se lo faccio, lo faccio chiedendole mentalmente scusa…
    Francesca di recente ha scritto Di perdite, tempistiche, relatività

  3. Grazie per questo “riassunto”… ora provo a lasciare il pc “casualmente” aperto su questa pagina e vediamo se mio marito coglie l’allusione 😉

      1. Ha una spiccata tendenza all’accumulo, di ogni sorta di cose… dopo aver svuotato la casa dei miei suoceri direi che è ereditaria!!
        Io pure accumulo, soprattutto i ricordi (anche perchè della mia famiglia non c’è quasi più nessuno) ma ogni tanto mi prende il sacro fuoco e… vai coi sacchi!!

  4. Mi accodo a Annina, anch’io sono alle prese con un compagno accumulatore di oggetti…al cambio dell’armadio ho preso coraggio e contato le camicie: siamo a quota 58 (si, cinquantotto!) escluse quelle ancora impacchettate…tra poco dovremo traslocare e tremo al pensiero di cosa c’è in cantina, accumulato in soli 2 anni.
    Il lato positivo è che nella nuova casa non avremo la cantina = meno spazio per accumulare, accumulare, accumulare 😉

    1. Barbara come ti capisco… io le camicie non gliele ho contate ma non penso che sia molto lontano da lì!!
      (suggerimento perfido… mettile in lavatrice con un pann rosso stingente…)

      1. Il mio ha un armadio largo 120 cm e alto 210 cm pieno, strapieno di magliette e camicie. A spanne, direi che ha almeno 200 tshirt ma la stima è al ribasso. In più, 4 cassetti pieni zeppi di polo. Ad ogni cambio di stagione io regalo le cose che non indosso da almeno due anni, lui si tiene anche quelle di quando era bambino 🙁
        barbara di recente ha scritto 365 ecopensieri per sopravvivere alla crisi – 7

  5. quando ho dovuto traslocare ho regalato ai bidoni gialli della caritas circa 10 sacchi di vestiti e scarpe che non mettevo più. Regalare non è un problema, il mio problema è quando devo buttare qualcosa soprattutto oggetti, faccio molta fatica ad accettare che non è uno spreco. Penso a quanto inquino, le discariche strapiene, il petrolio usato per costruirli.. e penso che forse potrei riciclarli in qualche modo… così tengo molte cose, in attesa di usi futuri (che raramente avvengono, spesso mi dimentico persino di averle quelle cose). E poi mi angoscio perchè le mensole sono piene di cose inutili e cattura polvere….
    fiorella di recente ha scritto this moment

    1. Capisco la tua avversione per lo spreco, però cerca di metterti nell’ordine di idee che in realtà c’è già stato, inutile che continui a prolungarlo in termini di spazio e di energie mentali…
      Tieni anche presente che molte cose, se portate all’isola ecologica, a volte non vanno buttate affatto 😉

  6. Ieri ho visto su Real Time la pubblicità di un nuovo programma che partirà mi pare la settimana prossima: si chiama, se non ricordo male, Sepolti vivi e parla di gente che ha la tendenza patologica all’accumulo… certe immagini che hanno fatto vedere sono allucinanti, casa mia al confronto è zen!!

    1. Io seguo “Hoarders” ed è *spaventoso*. Può anche darsi che sia lo stesso, con i titoli italiani non si sa mai…

  7. Vi ho scoperto oggi e mi sono messa all’opera su tutta la casa, coinvolgendo il marito, inizialmente un po’ restio.
    Risultato del nostro primo decluttering: 4 sacchi pieni di spazzatura, 3 di carta, il cofano dell’auto pieno zeppo di vestiti e di scarpe, una busta intera di materiale elettronico da vendere. Direi che è andata più che bene per non essere una che accumula (il maritino un poco di più ma pazienza) 🙂

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