“Potenzia che?”

[EDIT: perché io nella mia ingenuità l’avevo dato per scontato, ma riflettendoci è importante esplicitarlo.
Prima di tutto: sono stata invitata alla tavola rotonda di cui vi parlo seguito a titolo assolutamente gratuito. Ho partecipato a mie spese perché l’ho ritenuta un’opportunità interessante, a prescindere dal fatto che chi la organizzava fosse American Express o il mostro del bosco nero. Se una qualsiasi entità (diciamo) teoricamente e filosoficamente più vicina a queste tematiche (e in generale a quelle di minimo) pensasse di organizzare qualcosa di analogo, sarei ovviamente altrettanto felice di partecipare. Fino a quel momento, dico grazie ad Amex.
In nessun momento mi è stato chiesto di fare pubblicità alla cosa, prima, durante o dopo. La scelta di twittare durante la tavola rotonda, di pubblicare alcune foto su Instagram o di scrivere questo post è stata mia e solo mia. Nessuno l’ha nemmeno suggerito.
Alla tavola rotonda era presente un rappresentante di American Express. La sua presenza è stata assolutamente discreta: si è limitata a una brevissima introduzione e a una altrettanto breve chiosa finale. Insomma, nessuno ha tentato di venderci niente.
Nella mia ingenuità, sempre quella di prima, io ho vissuto questa serata come una bella opportunità per incontrare persone interessanti, con alcune delle quali ero già in contatto tramite i social network, per sentir parlare di tematiche che mi appassionano e che difficilmente trovano spazio all’interno di iniziative strutturate. Nessuno mi ha dato motivo di pensare che fosse qualcosa di diverso.]

Come vi avevo accennato, lo scorso 8 maggio presso The Hub Milano (un posto bellissimo, tra parentesi) si è svolta una tavola rotonda sul tema dei potenzialisti. Luca Conti (che è stato un vero piacere conoscere di persona) ha gentilmente pensato di segnalare il mio nome per un invito, e io sono stata ben lieta di accettare.

Prima di tutto le informazioni essenziali.
Tutto parte da una ricerca commissionata da American Express e che trovate qui. Vale la pena leggerla tutta per capire di cosa stiamo parlando, naturalmente; in sintesi, comunque, il potenzialista è chi decide di abbandonare il proprio percorso lavorativo e intraprenderne un altro, che gli consenta meglio di esprimere il proprio (appunto) potenziale.

Dalla ricerca emerge che, a causa o in concomitanza con la crisi economica, in molti stanno ripensando le proprie priorità, e attribuiscono un nuovo valore alla famiglia, alla comunità, al “fare insieme” in modo significativo, alla realizzazione personale; parallelamente, si riduce l’importanza dello status sociale e del guadagno economico. Le conseguenze sulle scelte lavorative ed esistenziali sono ovvie: anche qui su minimo abbiamo parlato spesso di cosa può significare il cambio di paradigma.

Alla tavola rotonda erano presenti alcuni potenzialisti “in carne e ossa”:
Simone e Laura Ruffato – Nonogiorno
Francesco Tropea, progettista – Hope Center
Gabriela Cistino – Fooda
Donatella Girardini – Funlab, giochi creativi per bambini
Letizia Maestri, makeup coach – Maestrimakupstudio
David Casalini, progettista, designer e sviluppatore di applicazioni web e mobile

…oltre ad alcuni blogger, e a Monica D’Ascenzo in veste di moderatrice. Abbiamo concluso con l’ottimo catering, “potenzialista” pure lui, di ZeroBriciole, con cui Gabriela collabora (e del quale ho apprezzato moltissimo il packaging).
Qui una cronaca dettagliata su Twitter con le storie dei singoli potenzialisti e una serie di commenti (secondo me) interessanti.

Le mie osservazioni e riflessioni in ordine sparso.
Già leggendo la ricerca avevo notato una serie di punti in comune con il Manifesto, primo fra tutti l’importanza attribuita alla comunità di riferimento e al “fare cose significative insieme”. Non torno per l’ennesima volta sull’argomento, ma anche dando una semplice scorsa ai due documenti, i parallelismi vi salteranno subito agli occhi; questo secondo me è particolarmente interessante, visto che stiamo parlando di due fonti lontanissime tra loro: la ricerca commissionata da un emittente di carte di credito (essenzialmente a sostegno di una campagna pubblicitaria basata sul concetto di potenziale), e un documento di “Politica per la felicità” redatto dal WWF Finlandia.

Seconda osservazione: vi ho parlato di recente di downshifting e di come, secondo me, questo termine stia assumendo (almeno da noi) un significato più ampio del semplice “guadagno/lavoro meno per avere più tempo libero” (banalizzo, ma avete capito). Le persone presenti alla tavola rotonda sono esempi di downshifter in questo senso “allargato”. Tutte hanno in comune l’abbandono di un percorso segnato e in qualche modo sicuro, lavorativo ma anche di studio nel caso di Gabriela (che credo sia anche la più giovane del gruppo). Tutte hanno parlato di rischi, di “salto nel vuoto”, di abbandonare i paracadute e le certezze (più o meno reali) che si erano costruiti nel corso del tempo, di sacrifici e difficoltà necessari ad affrontare il nuovo percorso; tutte hanno anche concordato sul fatto che questi sacrifici non hanno rappresentato veramente un peso.
Notate anche che non si tratta(va) necessariamente di persone insoddisfatte o “infelici”. Per le fondatrici di FunLab, ad esempio, l’impulso a cambiare direzione è stato il desiderio di trovare un’attività più vicina al loro nuovo status di mamme, ma nessuna delle due era insoddisfatta della carriera precedente (per la cronaca, nel settore della biochimica e della fisica nucleare), anzi.

Veniamo però a un punto importante, se volete l’altro lato della medaglia (tanto lo so che ci state pensando tutti…): l’obiezione che normalmente viene opposta ai downshifter, cioè che sono privilegiati in partenza e quindi per loro è “facile”, vale anche in questo caso? In altre parole, quelli riuniti alla tavola rotonda erano “casi speciali”?
La risposta è… sì e no. , perché non tutti sono partiti da zero: alcuni di loro è presumibile che avessero le spalle almeno parzialmente coperte, grazie alle attività “di prima”. Sì, perché non tutti chiaramente siamo in grado di lanciare una startup, o di farlo con successo; un concetto, quello di “successo”, al quale peraltro nessuno dei potenzialisti ha accennato minimamente… cosa che mi sembra interessante. Per loro percorso e traguardo sembrano coincidere o quasi.
Sì, perché evidentemente si tratta di persone di talento. Ma soprattutto sì, perché hanno deciso di rischiare (si torna sempre lì): tutti ammirano chi lo fa, ma non tutti vogliono o possono seguirne le orme.

Ma anche no. No, perché io sono profondamente convinta che tutti abbiamo un talento, e il dovere di fare un tentativo per esprimerlo. No, perché il percorso non è lo stesso per tutti, e quindi la startup di cui sopra (o il “farsi acquisire da Facebook”, come diceva David) non è lo scopo al quale dobbiamo, o possiamo, puntare tutti quanti. No, perché dobbiamo perdere il vizio che abbiamo tutti quanti di fare continuamente paragoni: ci sarà sempre qualcuno più ricco, più talentuoso, più “fortunato”, più privilegiato. Mettiamoci il cuore in pace e proviamo a “fare” nel nostro piccolo (medio, grande), evitando meschinità avvelenate che dicono molto solo delle nostre personali frustrazioni (ve li ricordate quelli che rinfacciavano a PecoraNera di essere un evasore fiscale?).
No, perché la lezione che dovremmo imparare da questo tipo di esperienze è che rimboccarsi le maniche paga, che bisogna provarci, che non dobbiamo lasciarci scoraggiare dalle difficoltà.

D’altro lato (questa medaglia di facce ne ha almeno tre, o forse il lato è uno solo ed è sempre quello): leggetevi questo. Tatiana parla di un’ipotetica coppia che però tanto ipotetica non è. A loro la “lezione” di cui sopra non suonerà come una presa in giro (amarissima)? Come coltivi i tuoi talenti, anzi meglio: come fai anzitutto a individuarli, se ti manca anche il tempo per respirare e la notte non chiudi occhio perché non ci sono soldi per arrivare a fine mese, o a fine settimana?
Malgrado creda sinceramente in tutto quello che ho scritto sopra, queste domande mi mandano in corto circuito: semplicemente non trovo risposte e non vedo via di uscita… e io a fine mese ci arrivo. Come devono sentirsi i membri (non tanto) ipotetici di quella (non tanto) ipotetica coppia?
Magari ci rifletto su e ne riparliamo, cosa dite? Nel frattempo aspetto i vostri commenti, come sempre.

minimo è anche su Facebook e su Twitter

16 thoughts on ““Potenzia che?”

  1. anch’io su questo argomento finisco in corto circuito. è tutto vero, è tutto condivisibile e io sono la prima a mettere davanti a tutto la mia felicità, prima dei soldi (questo da sempre).
    di contro, non è tanto vero che rimboccarsi le maniche paga, non sempre. non quando la struttura, il sistema in cui vivi non solo non ti aiuta ad esprimere il tuo potenziale, ma spesso ti ostacola (non è così facile fare impresa in italia e lo dico per esperienza ma non è facile fare un sacco di cose in italia).
    sarà che in questo periodo sono completamente sfiduciata ma la situazione di questo paese mi appare nerissima.
    penso ai disoccupati: il 9%. il 9% non sono niente no? sono più di due milioni di persone se non ho sbagliato i conti. e tra gli occupati (che dovrebbero essere 25 milioni più o meno, sempre che io non abbia sbagliato i conti) quante persone felici ci saranno? quante di queste stanno esprimendo il loro potenziale e quante invece stanno tirando a campare? è tutta colpa loro? non si stanno rimboccando le maniche? o forse non hanno i mezzi (economici ma non solo) nemmeno per iniziare?
    come vedi, sono finita nel mio vicolo cieco fatto di tante domande e zero risposte 🙂
    tascabile di recente ha scritto Siamo tutti scollocabili?

    1. Risposta sintetica: “Non so”.
      Ci sono un sacco di fattori da prendere in considerazione, tanti distinguo da fare, però la realtà dei fatti è sempre quella, è il murazzo della tua ipotetica coppia che non si può permettere nulla più dello stretto necessario (e anche anche). L’altro lato della medaglia, l’ennesimo (anche se è veramente molto impopolare e “rischioso” dirlo), sono tutti quelli che non sono veramente in difficoltà. O meglio non lo sarebbero se fossero capaci di rinunciare a certe spese superflue che invece continuano a considerare imprescindibili. Quelli che non accettano la proposta di lavoro non straordinaria ma dignitosa, se ancora ce ne sono, perché vogliono tutto e subito. Insomma, è un gran casino.

  2. Mi è piaciuto molto questo tuo resoconto (che mi ha anche fatto conoscere un nome per me in questo momento interessante) e non penso che ci possa essere una risposta univoca alle domande o un paradigma generale da proporre.
    Ho letto anche l’articolo sulla ipotetica coppia trentenne e ci ho visto qualcosa che già sapevo, anche se non sperimentato sulla mia pelle perché sono decisamente tra le persone economicamente fortunate, anche se lavorativamente insoddisfatta (l’insegnamento è un vicolo cieco in questo momento).
    E’ vero, non siamo tutti nelle stesse condizioni di partenza ed è una verità universale fin dai tempi antichi che chi deve pensare ad avere la pancia piena tutti i giorni e un tetto sopra la testa non ha molto tempo/spazio mentale/energia per pensare ad altro.
    Quello che nel mio piccolo posso realisticamente fare è cercare da un lato di seguire me stessa e dall’altro valorizzare e aiutare chi vicino e intorno a me cerca di fare altrettanto. Esempio banale: conosco una persona rimasta senza lavoro che ha uno splendido talento per la pasticceria artigianale e si è messa a produrre biscotti e torte per i conoscenti (il marito, per fortuna, ha ancora il suo lavoro e ci mantiene tutta la famiglia). Quello che posso fare è acquistare da lei le cose che mi servono e diffondere il suo nome: magari ne esce qualcosa di buono! Oppure: a Pavia ha aperto un negozietto di prodotti sfusi biologici a chilometro zero. Siccome trovo questo progetto entusiasmante, gli faccio pubblicità a destra e a manca con tutti queli che conosco, anche se non ho un ritorno diretto (tranne il fatto che così non ciude, insomma :D).
    Io penso che la rete abbia anche questa funzione, di sostegno reciproco, non nel senso della carità, ma nel senso dell’aiutarsi a crescere, e anche la funzione di dare una prospettiva diversa, più speranzosa e possibilista. Ho sempre cordialmente odiato Pollyanna, però è anche vero che vedersi inchiodati in un call center da qui all’eternità non aiuta a uscire dal pantano!
    Stella di recente ha scritto Cat Lovers’ Pendant // Collana per gattofile

    1. Stella, hai ragione, forse la strada è proprio quella. Anche io cerco di fare sempre opera di diffusione, è un contributo piccolo e scemo ma è qualcosa e può avere conseguenze importanti.
      Sono anche d’accordo sull’importanza di dare speranza, di cercare di fornire alternative, o quantomeno di far presente che le alternative esistono.

  3. a me questa cosa scombussola perché mi partono i massimi sistemi, personali e generali. sono contenta che mi ci fai pensare e sei lì a braccia incrociate che mi ci fai fare i conti.
    Silvia di recente ha scritto Sbang

  4. Intanto ti ringrazio per avere preventivamente segnalato su FB la ricerca, che ci siamo letti con calma ieri sera. A me ha fatto una impressione contrastante: da un lato se dalla ricerca emerge che esiste già in Italia una tendenza significativa a spostare i valori verso i principi esposti nel Manifesto sono più che contenta. Dall’altro lato mi lascia amareggiata che a questa tendenza sia già stato dato un nome “dall’alto” (non da dentro) e che il gruppo così individuato serva solo per individuare una fetta di mercato a cui indirizzare in modo più mirato le campagne pubblicitarie. Ma lo so che è così che va e non mi devo continuamente stupire. Infine ho pensato che: si ci avete azzeccato, sto proprio in mezzo al trend, ma la carta di credito non mi serve e non la compro lo stesso.

    1. Osservazione intelligente, quella sull’incasellamento, alla quale io non avevo pensato.
      Mi verrebbe da dire che comunque chi sta nel mezzo del trend ci azzecca veramente poco con le carte di credito in generale…

  5. La risposta definitiva non ce l’ho, anzi credo non ci sia proprio: la vita è un equilibrio così dinamico e instabile che quello che per qualcuno o in un certo momento è il paradiso potrebbe diventare poi un inferno per altri o in altri contesti.

    Mi piace moltissimo la definizione e lo studio sui potenzialisti e chissene se lo ha pagato American Express…esattamente come chissene dei mecenati che hanno pagato opere d’arte nel rinascimento: mi ricordo molto più dell’artista! 🙂

    A mo’ di insalata di parole: potenziale, possibilità, potere…e collegati scelte, responsabilità, impegno, fortuna, disciplina. Non è facile, non c’è una formula matematica sicura al 100%, ma questa è la vita.

    Con questi ingredienti -parere personale- tutto diventa più saporito e sensato.

    E beninteso, questo è solo l’inizio! 🙂

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