Piccolo dizionario minimalista: Downshifting

Da quando ho iniziato a sproloquiare dei miei armadi a muro, o di come una certa riduzione del lavoro mi aveva fatto riflettere sul circolo vizioso  “+ lavoro + guadagno + spendo + devo guadagnare + devo lavorare” (e relativo circolo virtuoso, uguale e opposto), sono passati quasi due anni. Nel frattempo, sono cambiate molte cose: per cominciare, c’è stato un aumento dei blog italiani che parlano di tematiche affini a quelle di minimo, all’epoca praticamente assenti; e, in generale, queste tematiche hanno un po’ conquistato la luce della ribalta, sicuramente “aiutate” dalla crisi economica: se ne parla a vario titolo anche sui media tradizionali, su blog e siti che con il minimalismo non hanno niente a che fare.

Questo va benissimo, ovviamente, ma quando un argomento smette di essere di nicchia e si conquista un pochino di notorietà “generalista”, esiste sempre il rischio che se ne parli in maniera approssimativa, se non proprio scorretta. Per poca voglia di fare anche solo un minimo di ricerca, o anche perché lo stesso argomento può suscitare più o meno interesse, nel pubblico, a seconda della prospettiva con cui lo si presenta; e così, il giornalista un po’ più scafato sceglie di dire che Pecora Nera vive con 200€ al mese, anziché parlare delle sfaccettature di una scelta di vita lontana dallo standard…

È un processo anche normale, e per certi versi vale il “purché se ne parli”. Per me, specie in questo momento, è importante che certe tematiche vengano trattate, in particolare quelle che hanno a che fare con il nostro rapporto con gli oggetti, i soldi che servono per acquistarli, e di conseguenza il lavoro che serve per guadagnare quei soldi. È importante cercare di far riflettere, di suscitare un minimo di dibattito; anche se, specie sui “grandi” media, le reazioni (i commenti dei lettori, per dirne una) spesso fanno un po’ cadere le braccia, mi piace pensare (!) che in tanti prendano spunto da certe letture, magari addirittura per intraprendere un proprio percorso di cambiamento, senza prendersi la briga di commentare per dire “È proprio vero”.

Detto questo, mi capita spesso di leggere articoli o post che fanno un po’ confusione tra decluttering, downshifting e compagnia cantante, forse complice il fatto che molta terminologia è inglese e non ha ancora trovato un equivalente italiano valido. Ho pensato allora di inforcare la penna rossa e di cercare di fare un po’ di chiarezza; è anche un modo per dare il benvenuto a tutti quelli che arrivano su queste pagine, cercando proprio questi termini e ai quali, magari, farebbe piacere capire cosa significano esattamente. Eccovi allora il Piccolo Dizionario Minimalista, cominciando da un termine di cui ultimamente si sente parlare tantissimo.

Downshifting: letteralmente, “scalare la marcia” (ma occhio che, se si scala la marcia, aumentano i giri…). Wikipedia traduce con “semplicità volontaria” (ma vedere sotto) e lo definisce “la scelta di giungere a una libera, volontaria e consapevole autoriduzione del salario bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, in maniera tale da godere di maggiore tempo libero“. In Italia il downshifting è salito agli onori della cronaca con Simone Perotti e il suo “Adesso basta” (e il successivo “Avanti tutta“), in cui racconta la sua esperienza di passaggio da manager in carriera a scrittore, scultore, navigante, senza stipendio fisso ma finalmente libero di vivere il proprio tempo “fino all’ultimo goccio”.

La mia opinione è che in Italia il concetto di downshifting si sia espanso (e si stia espandendo) fino a includere anche scelte e modi di vita più variegati, e che non hanno necessariamente a che fare con la riduzione volontaria di salario/lavoro: il fattore essenziale è la qualità del tempo disponibile, più che la quantità.
Primo caso: quello di chi lascia un lavoro, tipicamente da dipendente e che offre scarse soddisfazioni sul piano della realizzazione personale, per dedicarsi a tutt’altra attività, spesso quella che prima svolgeva nel tempo libero, come passione personale. Il risultato è spesso un incremento dell’orario lavorativo, che però non viene avvertito come un peso: in realtà, la distinzione tra lavoro e tempo libero in questi casi sfuma e praticamente smette di esistere, non perché si azzera il proprio tempo libero (come fanno tanti workaholic), ma perché lavoro e passione coincidono.
Normalmente questo passaggio comporta una riduzione delle entrate, almeno temporanea, che viene però compensata sia dalla soddisfazione e dalla realizzazione che derivano dalla nuova attività (anche in termini di flessibilità, controllo sui propri orari, maggiore indipendenza e così via), sia da una riduzione delle spese e, in generale, da una semplificazione dello stile di vita.
Esempio: L. e R. di Downshifting per caso

Secondo caso: quello di chi sente una spinta alla semplificazione e la attua in una serie di ambiti, riduzione del superfluo, riduzione delle spese, autoproduzione, riduzione degli sprechi, baratto…
In questi casi la dimensione lavorativa non è necessariamente coinvolta, oppure lo è in forme più fluide: ad esempio nel caso di chi dispone già di un (relativo) controllo sui tempi e sui modi del proprio lavoro e, scegliendo di semplificare, aumenta questo controllo perché riduce le entrate che gli sono necessarie.
Esempio: io e Marco 🙂 Ma può essere anche il caso di un dipendente che sceglie di non dare la priorità al lavoro, pur senza licenziarsi. Così facendo compromette le sue possibilità di carriera, ad esempio non si rende disponibile per certe trasferte, straordinari, etc., per privilegiare altri ambiti (famiglia, passioni…).

Terzo caso, uguale e opposto: quello in cui la semplificazione è il risultato di una riduzione delle entrate che non è volontaria. Baratto, autoproduzione etc. diventano modi “nuovi” per risparmiare e fare fronte alla nuova situazione. Questa, a volte, diventa anche un’opportunità per intraprendere una nuova attività basata sui propri interessi personali (o almeno provarci!), nel qual caso si ricade nel primo caso descritto sopra.
Esempi: tanti, forse troppi, ma comprensibilmente tendono a non farsi pubblicità… perlomeno non in questi termini.

Per sintetizzare, in Italia definiamo con “downshifting” quello che in realtà sarebbe più propriamente “smaller living”; espressione ben tradotta, secondo me, da “semplicità volontaria”. Non entro, o meglio non rientro, nell’eterna polemica sul downshifting riservato ai ricchi di famiglia e altre amenità del genere. A parte il fatto che il mio scopo, qui, vuole essere solo quello di fare un po’ di chiarezza terminologica, la mia opinione al riguardo l’ho già espressa più volte nei vari post dedicati qui su minimo.

Piccola bibliografia per chi volesse saperne di più:
i due libri di Simone Perotti citati sopra, ottimi perché descrivono un’esperienza reale e quindi affrontano anche aspetti pratici (soldi, pianificazione, casa…)
Inoltre, è uscito proprio in questi giorni Ufficio di scollocamento: Una proposta per ricominciare a vivere (Reverse), che va addirittura oltre il concetto di downshfiting, per proporre una vera e propria uscita assistita dal sistema. Se downshifting è scalare la marcia, scollocarsi significa fermarsi del tutto, parcheggiare e andare a piedi 😉

Scappo dalla città. Manuale pratico di downshifting, decrescita, autoproduzione

Downshifting. Come lavorare meno e godersi la vita

Solo in inglese, purtroppo:
Downshifting Made Easy: How to plan for your planet-friendly future

E per farsi due risate… Chucking It All – How Downshifting to a Windswept Scottish Island Did Absolutely Nothing to Improve My Quality of Life, ovvero “In che modo fare downshifting trasferendoci su un’isola scozzese battuta dal vento non ha contribuito per niente a migliorare la mia vita” 😉

Esistono poi tutta una serie di libri e manuali sul cambiare vita inteso come “trasferirsi ai Caraibi e vivere vendendo cocco”. Tutto sommato si tratta di un’altra forma di downshifting (anche se ci sarebbe tutto un discorso da fare al riguardo…), e di questi tempi l’idea di emigrare fa sempre più gola: vi segnalo quindi anche È facile cambiare vita: Guida pratica alla fuga per sognatori e squattrinati

Altre segnalazioni sono ovviamente benvenute, insieme alle vostre opinioni sul downshifting e sulle varie forme che sta assumendo qui da noi, o meglio ancora che ha assunto nella vostra vita in particolare. Se mi leggete e volete raccontare la vostra storia, anche in forma completamente anonima, minimo è a vostra disposizione.

Prossimo puntata del PDM: decluttering.

minimo è anche su Facebook e su Twitter

14 thoughts on “Piccolo dizionario minimalista: Downshifting

  1. Grazie della citazione, in effetti noi siamo “scalatrici di marcia” un po’ atipiche, potremmo dire all’italiana! Proprio in questi giorni stiamo meditando su una scelta che potrebbe riportarci a lavorare di più, a crescere anziché decrescere. Almeno temporaneamente. E la scelta è decisamente ardua. E, detta proprio fuori dai denti, io sarei orientata per il no. Vedremo…
    L.
    L di recente ha scritto Non mi importa

  2. bel post! ora ti spammo in giro 🙂
    sono una fan dei dizionari e delle spiegazioni per punti io 😀
    per quanto mi riguarda mi limito al decluttering…non è il momento di pensare “in grande”, ma devo dire che leggere le esperienze di chi si è buttato e ha cambiato vita mi affascina tanto e mi fa sognare
    yliharma di recente ha scritto 16 punti per fare decluttering con ironia

    1. Sono in molti a essere fan delle spiegazioni per punti, hanno sempre un gran successo.
      Grazie per lo spamming allora!

  3. Anche io come Yliharma per ora mi limito al decluttering. Pero’ prima o poi ho in programma anche una specie di downshifting, ma una cosa alla volta!! 🙂

  4. In effetti, anch’io avevo inteso che ‘dowshifting’ stesse per decrescita – in senso lato, non solo economico – e fosse dunque un termine generale, seppure non generico.
    Credevo che il riferimento specifico all’attività lavorativa fosse nato in seguito, invece (se ho ben capito leggendoti) prima è nato il downshifting come decremento dell’impegno lavorativo (non necessariamente del monte ore), come d’altronde testimonia ‘shift’ che significa anche ‘turno’… e poi l’uso della parola è stato allargato al resto. Correct?

    In ogni caso, approfitto di questo post per inserire il primo commento: mi sono letta da poco l’intera categoria ‘decluttering’, ma vedo belle cose anche nelle altre.
    Considerami un’apprendista, acerba ma determinata 😉

    1. Esatto, il significato “stretto” del termine ha a che fare solo con la riduzione del salario (e quindi del lavoro), anche se credo che in questo caso il “turno” non c’entri (downshifting significa proprio scalare la marcia).
      Grazie per la lettura accurata 🙂

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