Ancora sul downshifting (e le donne, e le mamme)

Qualche giorno fa Francesca mi ha segnalato su Facebook questo post, chiedendomi cosa ne pensassi. Abbiamo avuto un piccolo scambio di messaggi, ma l’argomento mi è sembrato ricco di spunti e ho voluto scriverne qui.

Due premesse: la prima, che ovviamente non ho nulla contro Serena, che ha scritto il post (ci mancherebbe). La seconda, forse superflua, ma non è detto che tutt* conosciate la storia della mia vita, io non sono mamma e non mi interessa diventarlo (mi manca l’enzima). Sono però libera professionista da sempre, e lavoro da casa. Cosa c’entra lo capirete tra un attimo.

Prima osservazione: “…non è del tutto falso dire che il vero downshifting è evidentemente una cosa da ricchi, perché lo dice la parola stessa: è intrinseca una serie di rinunce per vivere una vita più semplice. Magari si può essere non proprio ricchi, ma comunque sufficientemente benestanti da poter rinunciare a qualcosa…”

Ne abbiamo già parlato: “roba da ricchi” è una delle primissime critiche che molti oppongono, quantomeno, alle esperienze di downshifting più radicali, come quella di Simone Perotti (di lui ho parlato per la prima volta qui), o di Pecoranera, recentemente salito agli onori della cronaca come “quello che vive con 200€ al mese”. E allora sgombriamo subito il campo da un paio di malintesi (chiamiamoli così). Il primo, che riguarda proprio questi casi “estremi”, di gente che cambia radicalmente vita, o sceglie comunque un tipo di esistenza molto diversa da quella che siamo abituati a considerare “normale”. Perotti, credo lo sappiate tutti, faceva il grande manager: oggi scrive nel suo blog di aver sofferto il freddo, quest’inverno; addirittura, in passato dormiva con la cerata per ripararsi dalle infiltrazioni d’acqua (!). La sua scelta è frutto di una pianificazione attenta e precisa, prima di tutto a livello economico: risparmiare per comprare in contanti la casa in cui abitare (che però non è un attico a Manhattan… ci pioveva dentro… ricordiamolo) e per crearsi un fondo cui attingere durante i primi tempi, da rimpinguare man mano con lavori e lavoretti. Poi sono venuti i libri, ma questa è un’altra storia, nel senso che SP non poteva sapere a priori che avrebbero avuto un successo sufficiente da garantirgli entrate corpose.  Idem Pecoranera, che ha lavorato per alcuni anni nel settore informatico, ha risparmiato e poi si è dedicato all’agricoltura. È vero, in entrambi i casi partiamo da una situazione in qualche modo privilegiata: l’uno percepiva da anni uno pingue stipendio, l’altro ha (come minimo) potuto sfruttare una casa di proprietà. La maggior parte della gente si ferma qua: sono privilegiati, parlano bene, fanno gli alternativi ma in realtà le persone normali queste scelte non se le possono permettere. Il downshifting è solo per ricchi: così è deciso, l’udienza è tolta. E noi ci siamo creati l’ennesimo alibi, facile e comodo, per non farci domande, non darci risposte, non metterci in discussione.

Gente, non nascondiamoci dietro un dito (o due, o dieci). Il punto non è la situazione di partenza, di vero o supposto privilegio, di queste due persone, ma l’arrivo. Quel che hanno scelto di fare con i mezzi che avevano. Abbiamo il coraggio di ammettere che, anche in questo caso, è una questione di potrei ma non voglio.

Il che mi porta al secondo malinteso: il downshifting non solo non è riservato al riccone che decide di andare a lavorare la terra e vivere da eremita, ma nemmeno significa necessariamente fare scelte estreme, in particolare smettere completamente di lavorare. Anche se ovviamente sono sempre i casi più clamorosi a fare notizia, io mi sono convinta che, ormai, questo concetto sia arrivato a includere esperienze diverse per persone diverse. Downshifting significa “scalare la marcia”: e il numero di giri cambia, a seconda che guidiamo una Ferrari o una Panda 😉 In base alla situazione di partenza e a quella di arrivo alla quale puntiamo, le scelte cambieranno. E non implicheranno necessariamente delle rinunce, ma semplicemente dei cambiamenti.
Almeno per me, downshifting corrisponde a semplificare: e dato che spese, lavoro, scelte alimentari, stile di vita, tutto è strettamente correlato, diventa difficile fare distinzioni nette e dire che sono un downshifter se chiedo il part-time, ma non se mi do all’autoproduzione, o ripenso i miei comportamenti di spesa senza che le mie entrate mensili siano necessariamente cambiate.

Non ci sono scuse né alibi che tengano. Non è vero che il downshifting è per ricchi, non è vero che per scalare la marcia occorre stravolgersi la vita. Possiamo andare per gradi, limitarci a pochi ambiti non necessariamente lavorativi, ma non per questo meno importanti, partire con un piano e cambiarlo in corsa, fermarci, rallentare, accelerare. Se non vogliamo farlo, naturalmente, liberissimi. Ma allora non nascondiamoci dietro al vorrei ma non posso: siamo sinceri e dichiariamo serenamente che non fa per noi.

Seconda osservazione: “[…] Quando in una famiglia […] l’unica che di fatto fa dowshifting […] è la donna, mentre l’uomo continua a lavorare […] avvengono due cose: la prima è che l’uomo continua a pagare i contributi per la sua pensione mentre la donna non lo fa […], la seconda è che la donna perde la sua indipendenza economica“. In una parola: il downshifting in questo caso minaccia l’indipendenza della donna che, in caso di separazione o prematura dipartita del coniuge, si trova in un mare di guai.

Avrei una domanda: cosa c’entra con il downshifting? Da che mondo è mondo (purtroppo o per fortuna, chi sono io per dirlo), esistono donne che scelgono di occuparsi dei figli e della casa, e per farlo smettono di lavorare, o non iniziano proprio, rinunciando alla propria indipendenza economica per farsi, di fatto, mantenere dal proprio compagno. Lo Stato le tutela, riconoscendo implicitamente il valore del loro contributo alla gestione famigliare, con gli alimenti in caso di divorzio, e con la legittima in caso di decesso del coniuge.
Il meccanismo degli alimenti può essere problematico, come tutto quello che passa da un tribunale, filtrato magari da una buona dose di astio reciproco tra gli ex-coniugi; sull’argomento, del resto, sono totalmente d’accordo con Mammafelice, che commenta: “anche questa cosa degli alimenti in caso di divorzio, […] ma secondo me è ingiusto. per lo meno in alcuni casi”. Insomma, ci sono uomini che fanno di tutto per non versare quanto dovuto, ma anche donne che ci marciano, e parecchio.
L’altra affermazione di Mammafelice che mi trova completamente d’accordo: “l’indipendenza economica della donna è necessaria, e secondo me anche doverosa. […] comunque ho sempre pensato, scusatemi, che prima ci sono io, e poi c’è mia figlia. Per il semplice fatto che lei dipende da me, e dunque io ci DEVO essere, in piena forma e in piena coscienza, e facendo delle cose”.

Prima di tutto: downshifting non significa “mollare il lavoro e starsene a casa con i figli”. Per cortesia.
In secondo luogo: il problema vero è quello, vecchio come il mondo, della tutela della donna quando sceglie di dedicarsi alla famiglia, e anche dei meccanismi che le consentano di non essere costretta a farlo, aiutandola a trovare un equilibrio tra lavoro e figli (elloso, qui si potrebbe scrivere un’enciclopedia).
Però, meccanismi o non meccanismi, salvo casi estremi (da codice penale), noi tutte possiamo scegliere. E vivaddio farci carico delle conseguenze delle nostre scelte. Non siamo bambole, non c’è un’entità superiore che un giorno decide di farci rimanere incinte, di farci smettere o di farci tornare a lavorare, e quindi ci tocca fare di necessità virtù.

E ogni donna, e di questo io sono profondamente convinta, deve scegliere prima di tutto per sè, puntando a quello che la fa sentire il più possibile felice e realizzata, e cercare di ottenerlo compatibilmente con la sua situazione personale, di coppia, famigliare, economica. Per se stessa, e anche per tutti quelli che la circondano.
La tua realizzazione è stare full time con i tuoi bimbi? Perfetto, organizziamoci, vediamo cosa si può fare. Dopo due mesi a casa stai sclerando e vedi solo l’ora di tornare a lavorare? Idem come sopra. L’importante è non dare nulla per scontato, non ignorare le proprie legittime aspirazioni in risposta a un modello di PerfettaMadreMoglieDonna elaborato non si sa bene da chi e al quale dovremmo attenerci non si sa bene perché… indipendentemente dal fatto che il modello in questione includa o meno l’espansione PerfettaDownshifter. Molto semplicemente una donna ragionevolmente realizzata e felice sarà una madre, una compagna, una casalinga, una scrittrice, una professionista, un’impiegata… migliore.

Incidentalmente, anche io sono convinta che nessuna donna (e nessun uomo, peraltro) compia una scelta saggia mettendosi in una condizione di totale dipendenza da un’altra persona: ma ognuno è libero di compiere le proprie scelte, e chi sono io per giudicare? L’importante è non mettersi a piangere e a gridare allo scandalo della donna non tutelata quando le cose (prevedibilmente) non vanno per il verso giusto.

La carne al fuoco è tanta. Aspetto i vostri commenti!

Last but not least, vi ricordo che è ancora possibile iscriversi per partecipare alla chiacchierata di domani in Accademia, dedicata a pulizie “minime” e cambio degli armadi… e a un aperitivo per farci gli auguri di Pasqua. Se avete intenzione di venire comunicatelo a Francesca, così possiamo organizzarci al meglio 🙂

 

minimo è anche su Facebook e su Twitter

38 thoughts on “Ancora sul downshifting (e le donne, e le mamme)

  1. Oh come mi piaci quando scrivi lucida e diretta così!
    Non c’è nemmeno un punto e virgola che non condivida.

    A me, più del post in sè che tu citi, ha dato da pensare l’insieme dei commenti che attribuiscono un significato impreciso o addirittura errato della parole (e dell’idea) di downshifting.

    E ora ti “spammo” sui social 🙂
    Bax e pax (e in bocca al lupo per l’Accademia!)
    NATI per DELINQUERE – MAMMA F. di recente ha scritto :: dondolarsi sull’amaca ::

    1. Grazie Mamma F. 🙂
      Devo confessarti che non ho letto tutti i commenti al post, forse peccando di presunzione… nel senso che ormai ho la sensazione che letto uno, letti tutti, quando sono di quel tenore…

  2. Devo dire che non avevo letto l’articolo di Serena.
    Era rimasto fra i “da leggere” in un periodo molto caotico.
    Penso che il downshifting possa essere fatto a livelli diversi, secondo la misura che ognuno ritiene adatta a sè, e che pertanto possa essere o una scelta “da ricchi” o una scelta “da tutti”.
    Cerco di spiegarmi: se ho le spalle coperte rischio con più facilità e su questo credo nessuno ci discuta.
    Se non le ho mi faccio un piano per vedere cosa posso fare e in quanto tempo per non finire sul lastrico.
    Anche perchè il downshifting fa risparmiare anche denaro e lo sappiamo. Quindi il fatto della ricchezza è prerogativa relativa.
    Sul lavoro delle donne concordo in pieno con tutto!
    Io ho un part time e se non me lo avessero concesso mi sarei licenziata per mettermi in proprio (cosa che poi sto facendo ora pur tenendo il mio lavoro fino a che non potrò mantenermi con la libera professione) perchè non riuscirei a dipendere completamente da mio marito.

  3. Ammiro molto le casalinghe vere, quelle che autoproducono, che curano i figli senza mandarli al nido, che tengono le redini dell’economia famigliare. Io per bisogno visto che mio marito è precario-disoccupato a periodi lavoro, ho iniziato facendo pulizie e avrei desiderato tanto stare a casa con i miei bimbi. Ora sono maestra di doposcuola, un lavoro bellissimo, porto i bimbi miei con me e non rinuncerei facilmente.

    Decrescita è cambiamento. Un cambiamento mentale prima di tutto, che poi influisce sulle scelte grandi e piccole.

    Noi siamo al limite, nel senso che non siamo ricchi ma neppure poveri. Diciamo pure 2500 euro al mese in media ( con molti alti e bassi ) in cinque persone. Una macchina sola usata comprata a rate, affitto popolare, niente vecanze più lunghe di tre giorni e rigorosamente vicine e in appartamento, vestiti per i bimbi passati, autoproduzione in crescita, vegetariani, tanti km annui in bici.

    Il downshifting non è cosa da ricchi. È semplificare la propria quotidianità.

    1. Anche io ho questa idea del downshifting, penso come te che sia prima di tutto cambiamento, e NON rinuncia. Vorrei sfatare questo mito secondo il quale decrescere significa rinunciare alle comodità dell’era moderna…

      1. Esatto!
        Voglio dire…se mi tolgono il pc e l’iPhone io potrei azzannare, ma amo vivere in campagna, farmi il pane, cucirmi le cose o farle ai ferri, coltivare l’orto.
        E’ una scelta ma prima di tutto credo sia una passione.
        E le passioni come possono dare sacrificio?

  4. Anche noi ne abbiamo parlato sul nostro gruppo. Il punto + importante dell’articolo riguarda i divorziati e il downshifting e la mancanza di contributi. Credo che non hanno capito molto cosa è il downshifting ne cosa è la decrescita o transizione.

    1. Ecco appunto. Senza volermi riferire necessariamente a questo caso, sarebbe bello però che *ogni tanto* ci si informasse prima di parlare o di scrivere. Altrimenti finisce tutto in un unico calderone, e smette di avere molto senso.
      A volertela dire tutta, pur sapendo che ci sono situazioni estreme e di grande disagio, a me sembra che il discorso sulla separazione/divorzio lasci un po’ il tempo che trova, in questo contesto. Insomma, se i due ex non devono scannarsi per questioni di soldi ci saranno più probabilità che il tutto si svolga più serenamente. Però non è detto, anzi… A volte, anzi proprio perché non ci sono problemi di soldi, e quindi non c’è necessità di concentrarsi sull’essenziale, ci si lanciano coltelli per anni impuntandosi su qualsiasi dettaglio, pur di non darla vinta all’ex.

  5. …Mmm… aspetta cerco un concetto dal quale iniziare 🙂 il caso è proprio mio! Noi abbiamo intrapreso il downshifting senza sapere cosa fosse formalmente, qualche anno fa. Mi ripugna quando si parla di realizzazione della donna, anzi mi ripugna quando si parla di realizzazione di un individuo. Sembra che ci si dimentichi che la vita serve a vivere al meglio delle proprie possibilità e questo non vuol dire necessariamente economiche. Io ho deciso di lavorare mooolto meno ( a tratti quasi per niente) perché volevo crescermi i figli. stare a pranzo con loro, avere un orto, vivere serenamente. Non mi sento dipendente da mio marito perchè ho il mio bel da fare ed entrambi sappiamo che per quanto mi piaccia, il mio in fondo è un lavoro casalingo. Senza il quale avremmo un esborso economico notevole al quale si aggiungerebbe il disagio della prole di essere cresciuta da una persona che non sono io. Quanto vale la mia presenza in casa? Per noi è un lusso impagabile. Guardarsi in faccia e scegliere entrambi il tempo invece che il denaro (dove possibile, certo) ci ha dato più felicità e non credo che questo sentimento sia acquistabile! E’ vero che noi abbiamo rinunciato perchè potevamo, ma ognuno ha la sua dimensione. La concezione di non andare oltre il necessario ponderato, questa secondo me è la chiave al di là di essere poveri o ricchi. E’ un modo di pensare e di agire, di gestire un equilibrio che riguarda solo in parte la situazione economica di partenza. Ognuno sceglie il proprio euilibrio. Se non lo scegli in un modo o nell’altro qualcuno te ne imporrà uno preconfezionato, e io amo il fai da te…

    1. Sara, scusa, però non capisco cosa vuoi dire con “mi ripugna quando si parla di realizzazione della donna”. A me sembri parecchio realizzata tu per prima 🙂

      1. Sono stata poco comprensibile mi sa… Quando sento dire “realizzarsi” mi viene in mente una ricerca spasmodica per sentirsi completi condita da una certa ansia. Nelle donne si manifesta tentando di dimostrare di saper fare tutto contemporaneamente. Così mentre cerchi di realizzarti, ti perdi, dimenticando di vivere giornalmente….

          1. Esattamente, Gloria, penso sia proprio così. Atteggiamento noto come la sindrome della SuperDonna. Ho notato spesso che molte donne tendono a caricarsi da sole di aspettative e di pesi che nessuno in realtà vuole imporre loro e poi… si lamentano di non farcela 😉 È un atteggiamento molto femminile quello di voler fare tutto e volerlo fare alla perfezione.

  6. Mi ritrovo nelle tue considerazioni: ho la sensazione che tutto questo parlare di dowshifting lo trasformi in un argomento di conversazione, spesso quando questo succede si perde di vista l’essenziale e spesso ognuno interpreta il senso della parola a partire dalla propria esperienza.

    Il vantaggio -certo- è che parlandone diventa qualcosa di condivisibile e conosciuto e quando racconti le tue (piccole o grandi) esperienze c’è sempre più spesso qualcuno che dice “lo faccio anche io!” e questo per me è davvero importante; ultimamente mi capita sempre più spesso e devo dire che mi fa molto piacere.

    Quando però trovo tutte queste affermazioni di resistenza a un cambiamento mi viene il sospetto che la paura di modificare e mettere in discussione le proprie abitudini faccia perdere di vista il vantaggio che queste azioni hanno: se faccio qualcosa che scelgo e che davvero amo lo farò con meno fatica e più gioia, avrò bisogno di meno intratteni-menti e sarò più concentrata su di me e la mia serenità, spesso questo significa anche fare i conti con aspettative familiari/sociali/di genere ma il vantaggio è che sarò in viaggio “per diventare quello che sono”, sul serio, senza orpelli.

    Ecco il punto è questo: downshifting, sobrietà, minimalismo…portano tutti all’essenziale, esperienza non facile per gli esseri umani al punto che se ne sono occupate religioni, filosofie, psicoterapie…ci sarà un motivo, vi pare? 🙂

    1. Gloria, stavo facendo delle riflessioni molto simili proprio poco fa. Astrarre dalla propria esperienza è sempre difficile, però se non si allontana un po’ la prospettiva il rischio è, come dici giustamente tu, di perdere di vista l’essenziale, il quadro più ampio insomma. Diventa tutto una specie di conversazione da salotto su come fare il sapone in casa, sui pannolini lavabili o la pasta madre.

  7. Non mi addentro sulla storia figli famiglia e co., la cosa è troppo lontana da me perché possa aver maturato un’idea definitiva.
    Vorrei invece dire due parole sulla storia del downshifting (e aggiungo decluttering) per ricchi.
    È per ricchi non perché il ricco è l’unico che se lo può permettere.
    È per ricchi semplicemente perché ormai il ricco – che le parole ricco e povero siano sempre considerate virgolettate – ha dimostrato la sua ricchezza alla società in cui vive, ed il passo successivo è dimostrare alla società che se ne frega della ricchezza.
    Il povero è ancora al primo step, dimostrare di avere soldi, dimostrarlo attraverso cose acquisti ecc. I soldi per il povero, spesso e volentieri, non sono che il mezzo per manifestare uno status sociale superiore.
    Io vedo le mie cugine, che rispetto alla mia famiglia sono messe sicuramente peggio. Mia zia fa la donna delle pulizie a casa nostra, aiuta mia nonna, così via.
    Dopo che ho fatto il massiccio decluttering dell’armadio è stato tutto un commento su “Ma perché hai buttato via tutta quella roba” (Erano jeans della prima media, Zi’, non m’entravano più.) e soprattutto il mio stile di vita successivo – che non è sicuramente quello di un Perotti o di un PecoraNera, e lo sappia,o bene – è stato guardato un po’ male.
    “Così pochi vestiti.”
    “Così poche scarpe.”
    E pochi non sono, assolutamente.
    E le mie cugine, nonostante i novecento euro al mese presi, sempre vestiti su vestiti, ricostruzione unghie, extension, cene fuori nel ristorante fighetto, e così via.
    E il fatto che io che me lo potrei permettere molto più di loro non lo faccia, è guardato molto male.
    “Come, io vado a Sharm a Settembre, tu non via a Sharm?”
    IPhone entrambe, 4S nuovo nuovo, ‘ché il 4 ormai è passato, per aggiornarci FB.
    Però poi si lamentano pure loro, che è difficile tirare avanti, che c’è la crisi, che chissà se arriva il contratto a tempo indeterminato…
    Secondo te gente del genere può concepire di vivere al “minimo”?
    Buona percentuale dei “poveri” che conosco è gente così. L’operaio cassa integrato con il mutuo per l’Audi, la tipa a contratto determinato che si compra due LV.
    Sono loro che, avendo solo lo status dato dal superfluo, al superfluo non rinunciano.
    Una Snob di recente ha scritto I giorni NO

    1. secondo me hai ragione da vendere…infatti è la mentalità che va cambiata prima di poter iniziare a comprendere cosa c’è dietro e perché uno dovrebbe volere semplificare la propria vita e ridurre al minimo ciò che possiede.
      perché qui non si tratta di avere i soldi o meno, si tratta del bisogno di dimostrare di avere i soldi.
      yliharma di recente ha scritto Premiata e contenta!

  8. ma da quando in qua downshifting significa mollare il lavoro??!! definizione da wikipedia va: http://en.wikipedia.org/wiki/Downshifting
    il post che hai linkato m’ha fatto venire un discreto “acido”: non sopporto le persone che parlano di cose che non conoscono senza prima essersi documentate, è sintomo di presunzione oltre che di ignoranza.
    e condivido ogni singola parola che hai detto: un’analisa lucida e obiettiva, cosa che io non sarei proprio riuscita a fare dato l’astio che mi causano certe letture 😀
    ora ti spammo ovunque 😀
    yliharma di recente ha scritto Premiata e contenta!

  9. Io di commenti ne ho già lasciati un mucchio di là, cercando di spiegare che stavano confondendo il downshifting con i licenziamenti ingiusti delle donne che vanno tanto di moda in Italia.
    Bellissimo il tuo articolo!
    Francesca di recente ha scritto Intervista

  10. Aspettavo questo post e non mi hai delusa!

    Anche a me quello che più ha colpito è il tenore generale dei commenti, e l’impressione è che il termine “downshifting” dia l’orticaria a tante persone che rimangono bloccate alla parola “down”. Siamo così ben abituati a questa società e a questo stile di vita (l’unico che crediamo possibile) che ormai si può andare solo “up”, nell’illusione che ciò ci renderà sicuramente felici.

    1. …senza renderci conto che migliorare, nel senso di essere più felici, non significa necessariamente crescere in senso quantitativo.

  11. Condivido ogni singolo punto!

    Credo che ognuno interessato al “movimento del downshifting” debba perseguirlo nel modo che più gli è consono e che lo rende più felice.
    Io – che mi ritengo una ragazza che sta percorrendo un percorso minimalista – non ci penso minimamente a stare a casa dal lavoro (indipendemente dal fatto di aver figli o meno)! E non credo che il fatto di lavorare in un grande centro media nella metropoli milanese mi renda meno credibile come downshifter. Mi piace il mio lavoro, l’ambiente e le persone con cui ho a che fare (beh non tutte :P) e non intendo rinunciarvi. Semmai mi piacerebbe buttarmi in un altro genere di business che mi permetterebbe di continuare a guadagnare, di passare meno tempo davanti a un pc e più all’aria aperta. Ma questa è un’altra storia.
    Nel contempo cerco di applicare la decrescita in molti altri aspetti della mia vita. E non posso di certo definirmi di famiglia ricca, ma nemmeno povera: solo proveniente da un tupica famiglia italiana di ceto medio.
    Non credo che anche quando avrò dei figli (per ora me ne tengo ben lontana) cambierò idea sul lavoro: amo troppo la mia indipendenza lavorativa dopo aver tanto sudato per averla per rinunciarvi!
    E non per questo nemmeno io punto il dito contro chi ha fatto una scelta compeltamente opposta alla mia: ad esempio mia suocera ha fatto questa scelta per crescere i due figli ed è felice così.

    L’importante è trovare la felicità seguendo il proprio personalissimo percorso.
    Eleonora di recente ha scritto La vita ridotta all’osso

  12. concordo, l’articolo allontana dal concetto di downshifting, parla di separazioni, di diritti,di altro e la parola downshifting sembra essere utilizzata quasi a richiamare letture..nessuna analisi vera..
    le tue sempre lucide invece, brava !

    1. Ti ringrazio. A dire il vero ho l’impressione che (come dicevamo con Francesca in privato) quando si parla di mamme/bambini, in relazione a a qualsiasi argomento, tante persone sviluppino una visione veramente tanto limitata. Per quanto ci si sforzi, non si riesce ad andare oltre certe affermazioni, finisce e muore tutto lì; e temo che sia andata così anche in questo caso.

  13. Non aggiungo nulla perché avete detto tanto tra post e commenti, e concordo in tutto. Soltanto questo: che sollievo sapere che ci sono tante persone che la vedono così. Una boccata d’aria fresca che mi fa ben sperare per il futuro mio e di potenziali/eventuali figli.

  14. Anche io condivido, come infatti già avevo detto in un commento su FB.

    Mi pare anche che, esattamente come succede per vegetariani e vegani (non me ne vogliano i veg che leggano, è chiaro che dipende dalle persone, ho preso questo esempio perchè mi è capitata di recente una discussione con conoscenti), ci sia sempre una gara nel cercare di dimostrare di essere “più veg” o “meglio veg” degli altri (e di solito lo si dimostra dimostrando che gli altri sono “meno veg” o “peggio veg” perchè vale spesso il principio di infangare il prossimo per brillare di più).

    “Ah ma quello di Tizio, Caio e Sempronio non è mica decrescere” “Sì, son bravi tutti così” e bla bla bla.
    Oppure, più di recente: “Oh che fastidio mi danno quelli che si proclamano downshifter e poi [inserisci nome di azione considerata moralmente riprovevole per un downshifter o aspirante tale]”

    Sinceramente mi pare più importante il concetto del nome o del fare una classifica, mi pare più importante l’idea di ritrovare se stessi nelle relazioni piuttosto che nelle cose, nel tempo speso in ciò che ci corrisponde piuttosto che in un lavoro che serve solo a campare.
    Stella di recente ha scritto Apologia dell’usato // Second-hand Apology

  15. son seria. non ho avuto voglia di leggere 35 commenti che dopo uno…uguali tutti (per riprendere elle).
    dico la mia da non downshifter.

    nascere e vivere in condizioni non privilegiate fa incazzare, e molto. e quando si sente di questi fighi che cambiano vita ci si sente peggio. noi (eh sì.) ci sentiamo peggio. non abbiamo potuto scegliere di avere meno. abbiamo meno, abbiamo avuto meno.
    vorremo di più o almeno in parti eguali. poter scegliere.

    due. con le mamme io non discuterei. sono del tuo filone. non ho l’enzima. mi piacciono i bambini e io piaccio a loro. odio le mamme. punto. sono stronza. sì vero. perché scrivo? perché mi par di aver qualcosa da dire. le scelte consapevoli sono una cosa. le imposte ben altre. lo stato ti tutela per il cazzo (scommetto che l’han già detto). e scusa la parolaccia. il problema grave quello da estirpare è la mancanza di coscienza della condizione femminile come DONNE. non ci viene trasmessa e guarda caso ci remano tutti contro. Noi stesse ci remiamo contro. Chi è già indipendente (in parte almeno) risulta sempre fastidioso per chi non lo è. vedi storia di cui sopra. e quindi le mamme che non hanno potuto scegliere puntano il dito contro. e via.
    neb di recente ha scritto Che palle

    1. Dunque… commento bello “pregno”, quindi mi prendo il tempo per risponderti.
      uno. Intanto bisognerebbe intendersi su cosa significa “condizioni privilegiate”. Io sono convinta che tutt*, sempre, abbiamo la possibilità di scegliere. Scelte diverse in contesti diversi, ma pur sempre scelte.

      due. Diciamo che anche io non sopporto *certe* mamme (e, quelle, le sfuggo veramente come la peste). Con altre ci discuto eccome, perché prima di essere mamme sono donne e sono persone. Chi punta il dito per partito preso, chi critica senza conoscere, chi parla senza sapere, prima di tutto è un cretino, poi (magari) si qualifica come mamma, papà, zio, cugino, carrozziere.
      E hai perfettamente ragione quando dici che il vero problema è, prima di tutto, la mancanza di coscienza. Tutto il resto sono dettagli, per quanto importanti.

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