(io) Manifesto

L’idea è tutta di V1MB, e io mi sono accodata ben volentieri: anche se un po’ in ritardo e mettendoci più del dovuto, per vari motivi (lavoro, procrastinazione e anche perfezionismo – vedere sotto).

Sto parlando di Politica per la felicità: un manifesto(al quale avevo già accennato qui), la traduzione italiana di “Politics for happiness“, uno studio che WWF Finlandia ha dedicato al tema della (politica per la) felicità.
C’è anche una pagina Facebook e, prossimamente su questo schermo (ovvero non appena trovo il tempo), una pagina dedicata qui su minimo, dove vorrei raccogliere post e contributi sull’argomento.

Premesse (metto le mani avanti!): penso che gli autori abbiano volutamente cercato di mantenere un registro molto semplice, con frasi brevi e terminologia non da addetti ai lavori. Da un lato, è giusto che un documento come questo sia comprensibile al pubblico più ampio possibile. Dall’altro, conservare il registro originale ma evitare anche una resa troppo povera in italiano è stata una bella sfida; è uno dei motivi per cui ci ho messo così tanto a completare una traduzione relativamente breve, e la ragione per la quale non ne sono completamente soddisfatta. L’ho “lasciata andare”, facendomi un po’ di violenza, perché sapevo che non l’avrei mai considerata davvero finita, e mi sembrava più importante diffondere il documento che cercare in eterno il giro di frase giusto.

Per lo stesso motivo, abbiamo deciso di mettere in condivisione il documento anche se non è ancora definitivo dal punto di vista grafico (del DTP si sta occupando WWF Finlandia). Inoltre, il manifesto è coperto da copyright, sempre di WWF Finlandia.

Cosa c’entra la politica con la felicità?

“La politica per la felicità rappresenta un approccio […] destinato a chi crede che l’arena politica debba adottare un nuovo corso, finalizzato a costruire un’esistenza più felice. […] La politica non può essere direttamente responsabile della nostra felicità, ma è in grado di renderne possibile la ricerca, o di facilitarla. Al momento, la società è una specie di corsa a ostacoli sulla strada per la felicità, abbastanza complessa da far perdere la rotta anche ai cercatori più capaci”.

Stima, parlando del manifesto sul suo blog, fa un’osservazione interessante: in qualche modo il tono del documento non l’ha convinta, e io capisco il perché (leggete anche i commenti, per capire meglio).
Come si fa a parlare di felicità citando dati statistici, ricerche scientifiche, parametri? Come si fa ad analizzarla, pesarla, misurarla come se si trattasse di un oggetto fisico, quando invece è qualcosa di così personale, e di così volatile: un momento ce l’abbiamo, improvvisa e travolgente mentre beviamo il caffè in cucina, e il momento dopo squilla il telefono e ci troviamo a combattere le lacrime perché è arrivata una brutta notizia? Com’è possibile che azioni esterne, addirittura a livello di politica e di amministrazione, possano contribuire alla nostra felicità di singoli individui?

La prima risposta la trovate sopra: la politica non può renderci felici di per sé, ma sicuramente può facilitarci in tanti modi, o quanto meno evitare di ostacolarci (!).

La seconda risposta è incistata un po’ più in profondità nel documento (e nella nostra testa): la felicità è legata indissolubilmente alla dimensione collettiva dell’esistenza. Felicità è fare cose significative insieme. Può trattarsi di attività di volontariato, di partecipare all’organizzazione di una festa di quartiere o (com’è stato il nostro caso) di unire le forze per divulgare un piccolo documento che ci sembrava potesse dare qualcosa a chi l’avrebbe letto.

Siamo stati condizionati a pensare che la felicità sia e debba essere una questione privata, da risolvere prima di tutto dietro le porte chiuse delle case che abbiamo comprato e arredato e riempito di cose “su misura” rispetto ai nostri desideri. Ci hanno convinto che “solo nostro” è meglio (anche se ci costa un po’ di più, e quindi ci costringe a lavorare un po’ di più per averlo); che “pubblico” e “condiviso” è brutto, sporco e scomodo.

Che bello avere un giardino privato, una piscina solo nostra, che comodità muoverci in macchina anziché usare i mezzi, comprare una casa anziché affittarla, che soddisfazione acquistare un oggetto nuovo anziché prenderlo in prestito da un vicino, andare in libreria anziché in biblioteca…

La fregatura è che, così facendo, ci priviamo o ci limitiamo nell’interazione con gli altri; e, nel complesso, tutte queste interazioni sono necessarie a costruirci quella rete di contatti, amicizie, rapporti senza la quale nessuno, per quanto ricco, giovane e in salute, può essere felice.
Se tutto quello che favorisce l’interazione con gli altri favorisce la nostra felicità, pensate quanto possono renderci felici spazi pubblici ben progettati, stazioni della metropolitana pulite, treni che funzionano, quartieri pensati per farci stare fuori il più possibile anziché rintanati in casa (casa che, a quel punto, potrà anche essere più piccola: tanto avremo a disposizione centinaia di metri quadri “pubblici” di spazio vitale da sfruttare!), norme che favoriscono i piccoli negozi anziché i centri commerciali, piste ciclabili anziché nuove autostrade, parchi, spiagge libere; e ancora strutture sanitarie orientate alla prevenzione prima che alla cura, medici che prendono in considerazione tutta la situazione del paziente e non solo la sua malattia, senza compartimenti stagni; possibilità di prendersi un’aspettativa dal lavoro per dedicarsi ad attività civiche e di volontariato…

opportunità per mettere a frutto le nostre speciali qualità a vantaggio di tutti, e quindi anche nostro

Incidentalmente, tutte le misure “politiche” che favoriscono la felicità vanno anche in direzione di un minore consumo delle risorse. Condividere significa consumare meno. Consumare meno significa risparmiare a tutti i livelli, delle risorse naturali ma non solo. Risparmiare significa (anche) poterci indirizzare verso quel famoso cambio di marcia.

Se iniziamo tutti a rivendicare la dimensione pubblica e collettiva della felicità, la politica non avrà più alibi e dovrà almeno metterci nelle condizioni minime per essere felici; ma, per ottenere questo, dobbiamo in qualche modo farci portatori del messaggio in prima persona, a partire da una dimensione che non sarà più privata, ma partirà comunque dal singolo: da quello che possiamo fare, nel nostro piccolo, per dimostrare che condiviso è bene, è comodo, è sensato, è economico, fa bene al pianeta ma, soprattutto, ci rende felici.
Il messaggio più disarmante e più efficace sarà proprio questa felicità che riusciremo a ricavarci e a ritagliarci ogni giorno, che entrerà in risonanza con chi ci sta vicino e così si diffonderà. Fino ad arrivare, si spera, anche alle alte sfere della politica. Dal piccolo al grande, dal minimo al massimo. Il vero manifesto siamo noi. Dite che si può fare?

 

 

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15 thoughts on “(io) Manifesto

  1. Grazie Elle per avere tradotto il testo, e anche per averlo ri-tradotto in questo splendido post, in un certo senso, attraverso il filtro della tua esperienza e del tuo pensiero.

    1. Guarda, secondo me si può leggere tranquillamente anche a pezzi, soffermandosi sulle parti che attirano di più. È pieno di piccoli spunti 🙂

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