(Tele)lavoro

Ho scoperto il minimalismo, inteso come smaller living, relativamente da poco: prima, lo sapete, ero molto poco minimal da un sacco di punti di vista. Ma c’è almeno un ambito in cui sono sempre stata minimalista senza saperlo, ed è quello del lavoro.
Lavoro da casa come libera professionista (tecnicamente, una cosa diversa dal telelavoro), e la mia unica esperienza d’ufficio, durata due mesi circa, risale ai primissimi tempi della mia carriera. Alla fine di quei due mesi mi hanno proposto un’assunzione a tempo indeterminato: laureata da nemmeno sei mesi (in Lingue, penserete voi. No. In Giurisprudenza), avrei dovuto fare i salti alti due metri, ma ho rifiutato senza pensarci. Avevo un’idea molto vaga delle modalità reali del mio (futuro) lavoro, e anche delle prospettive di guadagno, perciò quel rifiuto, con il senno di poi, è stato una mezza follia: però mi è andata bene. Coraggiosa, incosciente, fortunata? Tutt’e e tre le cose, penso, considerato anche che il mio potenziale datore di lavoro sarebbe stato acquisito meno di tre mesi dopo, e chissà che fine avrebbero fatto gli ultimi arrivati come me…

Mi è andata bene anche perché, senza saperlo, avevo trovato il tipo di organizzazione del lavoro che faceva per me: che, come dicevo, è molto minima.
Per andare al lavoro non genero traffico, non spendo, non inquino e non perdo tempo. Mi bastano pochi passi: in casa esiste una stanza dedicata, ma non è strettamente necessario; a molti colleghi basta una ribaltina, o il tavolo di cucina. Del resto, anche io ho spesso lavorato in soggiorno o in sala da pranzo, durante i nostri scambi casa: l’iconografia del nomad worker che lavora con il suo Mac da Starbucks, sorseggiando un frappuccino, è valida fino a un certo punto (superata una certa soglia di ore, una postazione decente ci vuole, pena la trasformazione nel gobbo cieco di Notre Dame) ma, teoricamente, potrei lavorare ovunque.

Le mie spese vive, insomma, sono ridotte all’osso. È un altro ambito dove ho cercato di comprare poco e bene. Per citare due acquisti particolarmente azzeccati: l’iMac 27′ a noleggio, riscattato alla fine dell’anno scorso, e la Variable (ex Stokke, per intenderci), che dopo 12 anni di onorato servizio è ancora perfetta.

Altri aspetti “minimi” del mio lavoro:
pranzo a casa, quindi tendenzialmente risparmio e mangio meglio;
almeno in teoria, sono in grado di ottimizzare i tempi: a volte sarà necessario lavorare 10 ore di fila senza alzare la testa, altre potrò decidere di andare a correre nel bel mezzo del pomeriggio, o di dedicarmi ai lavori di casa (meno probabile…); i miei ritmi di lavoro dipendono quasi soltanto da me, qualche volta dai miei clienti, ma sicuramente non da colleghi o capi. Lo stesso vale per la responsabilità di ogni traduzione, che è mia nel bene e nel male, un aspetto che ho sempre considerato particolarmente prezioso.
Nel corso degli anni, ho imparato che è intelligente restare disponibili quando gli altri sono in vacanza, e partire quando gli altri lavorano: significa lavoro assicurato nel primo caso, meno folla e risparmi notevoli nel secondo.
[EDIT] Come mi ricorda giustamente Emma nei commenti, un altro elemento importante è il fatto di non avere bisogno di un guardaroba “da ufficio”, con tutto quello che ci gira intorno: io normalmente lavoro in tuta e nella scelta di tagliarmi i capelli cortissimi e di smettere di tingerli ha contato anche il mio stile di vita (ma, ad esempio, per me è immancabile l’appuntamento mensile con la ricostruzione unghie, scoperta per caso anni fa. Nel frattempo, io e Debora siamo anche diventate amiche ;))
Il rovescio della medaglia è il rischio di lasciarsi andare e di abbrutirsi “tanto non devo uscire e non mi vede nessuno”.

Tutto questo “almeno in teoria” perché lavorare in casa, e da soli, a volte, significa cadere preda del nemico di ogni professionista, la procrastinazione, e di una certa sensazione di isolamento (ma questo varia molto da persona a persona; io, ad esempio, ne soffro poco). L’altro nemico è la sedentarietà, che a sua volta è nemica del benessere; del resto, è scientificamente provato che, dopo aver fatto attività fisica, si pensa meglio e si rende di più!

Per ampliare un filo il discorso, leggendo libri come Smalltopia mi sono resa conto che “uscire dal cubicolo” e mettersi a lavorare in proprio è il sogno di molti, mentre io nel cubicolo non ci sono mai entrata. So di essere una privilegiata, non tanto per il discorso del cubicolo, quanto perché vengo pagata per fare quello che mi piace. A prescindere dal cosa, comunque, il come conta e pure tanto: e tutti abbiamo la possibilità di rendere più minima la nostra attività lavorativa. Come? Eccovi alcuni suggerimenti sparsi, dal macro al micro:

– valutare il telelavoro, anche part-time: in Italia la legge lo prevede da parecchio, eppure è ancora molto poco diffuso (qui un sito dedicato e qualche statistica… peccato risalgano al 2009). Informarsi però non costa niente: se vi interessa, parlatene con il vostro responsabile, potreste avere delle belle sorprese;

– per raggiungere l’ufficio considerate di utilizzare i mezzi pubblici, il carpooling, la bicicletta e/o una passeggiata: attività fisica, risparmio economico (e magari anche di tempo), meno stress;

– sapevate che, secondo una ricerca, la lontananza dal luogo di lavoro, e quindi il tempo necessario a raggiungerlo, incide pesantemente sulla felicità dell’individuo (fonte)? Può avere senso, allora, pensare addirittura di trasferirsi in modo da ridurre il più possibile questa lontananza (è quello che vorremmo fare noi).

– riorganizzare/fare decluttering dell’ufficio; oppure, se non è possibile, limitarsi alla propria scrivania e/o al computer: il desktop, o la casella e-mail. Per quanto mi riguarda, l’ufficio è sicuramente la stanza della casa che ha subito in assoluto più modifiche e risistemazioni, e un ottimo esempio dei risultati positivi di quel famoso decluttering con cui vi stresso tanto.
Siamo passati dall’avere due scrivanie (una simile a questa), due mobili con antine (ovviamente strapieni) e due cassettiere, a una scrivania sola, i mobili e le cassettiere e un divano letto (ero convinta dell’assoluta necessità di avere un divano letto, per ospitare eventuali amici che si fermassero per la notte. È successo credo 4 volte in 6 anni). Gradualmente abbiamo purgato il contenuto dei due mobili, di uno abbiamo rimosso le antine e li abbiamo montati uno sopra l’altro. Poi, finalmente, ho capito che del divano letto non ce ne facevamo assolutamente nulla, e l’abbiamo messo in vendita.
Oggi, l’ufficio è composto dalla scrivania (anche questa progressivamente “ridotta al minimo“), la mia piccola Stokke, una poltrona Ikea dove staziona il Trev, un Expedit e una cassettiera. E, finalmente, si respira.
Capite che di superfluo doveva essercene un bel po’, se abbiamo potuto sostituire due mobili e due cassettiere (strapieni), con un Expedit da un metro e mezzo: a ogni passaggio, rimanevamo un po’ più stupiti del fatto di essere riusciti a eliminare un altro pezzetto (cioè un altro carico di oggetti), ogni trasformazione era un piccolo cambio di paradigma: “certo, se potessimo eliminare quel mobile…” “eh, certo, e la roba che c’è dentro dove la mettiamo?” “aspetta un po’…”
Diventava quasi una sfida, che abbiamo sempre vinto; e non per nostra particolare abilità, ma solo perché, per quanto ci sembrasse di aver ridotto all’osso la volta precedente, c’era sempre qualcos’altro che si poteva eliminare.

– approfittare della pausa pranzo per fare un po’ di attività fisica: basta anche una passeggiata!

– imparare a dire no quando non si ha tempo, voglia o competenze per fare qualcosa

– eliminare le distrazioni, come i social network e la navigazione su siti “non lavorativi”; ottimizzare il proprio tempo, ad esempio con metodi come la tecnica pomodoro; essere più produttivi prima di tutto per noi stessi;

– valutare con onestà i rapporti con i colleghi di lavoro: con alcuni si creeranno vere e proprie amicizie, con altri i rapporti saranno cordiali ma più formali. Facciamo attenzione a non confondere i piani, e a non lasciare che altri li confondano “ad arte” a seconda delle loro esigenze…

– in sostituzione del banale e costoso distributore di orride “bevande calde” e schifezze confezionate, proponete ai colleghi di creare un angolo bar, da attrezzare con bollitore e/o macchina per il caffè, o addirittura un piccolo frigo e/o un microonde (magari usati!). Tazze, cucchiaini e bicchieri si possono portare da casa, per ridurre la plastica e i rifiuti prodotti, creando un fondo comune per acquistare caffè, zucchero, tisane… Questo faciliterà anche chi, magari, vorrebbe portarsi il pranzo da casa (altro ottimo accorgimento “minimo”) ma si trova in difficoltà, soprattutto nella stagione fredda

– per i liberi professionisti, o comunque per chi viaggia spesso e ha bisogno di un punto di appoggio: sapete che nelle principali città italiane esiste una rete di uffici in co-working? È una soluzione perfetta per chi preferisce non assumersi le spese di un ufficio proprio, per chi non ama lavorare da solo, per fare networking, per avere a disposizione una wi-fi o una sala riunioni “al volo”…

– cercare di diffondere e di utilizzare al massimo tutti gli strumenti, come Skype, il VoIP…, che consentono di lavorare e di comunicare eliminando costi e tempi legati agli spostamenti: a volte è solo questione di volontà, e di cambiare prospettiva. Sull’argomento (e più in generale sul telelavoro) vi segnalo anche questo, che mi trova parecchio d’accordo.

Naturalmente, parlando di lavoro in questo contesto il pensiero non può non andare al downshifting, ma… ne (ri)parleremo.

Avete altri suggerimenti? Come funziona nel vostro ambiente di lavoro? Ci sono accorgimenti “minimi” che avete messo in pratica con successo? Vi sentite, o sentireste, portati per una qualche forma di lavoro “domestico”? Come sempre, aspetto i vostri commenti!

foto scattata alla mostra Pixar di Milano, lo scorso 30 dicembre

minimo è anche su Facebook e su Twitter

48 thoughts on “(Tele)lavoro

    1. Beh, avere il lavoro è la prima cosa ma… tieni presente che non è affatto detto che lavorare da casa sia fantastico o salutare 🙂
      Ho evitato volutamente di addentrarmi nel discorso perché sarei uscita dal seminato, ma in realtà sono profondamente convinta che non sia per tutti.

      1. Si forse va valutato caso per caso, ma quando per andare a lavoro fai 100km al giorno o fai il giro del mondo ogni settimana..stare a casa propria non sarebbe male. poi sicuramente è importante sentirsi bene a casa propria, al proprio posto!
        Marco di recente ha scritto GIALLOLIMONE

        1. Beh, ci sono anche persone che non sarebbero in grado di non uscire di casa per giorni interi come spesso capita a me. Diciamo che lavorare da casa ha tanti vantaggi evidenti e tanti lati negativi meno evidenti.

  1. Ciao! Concordo su tutto (ehm quasi… “eliminare le distrazioni, come i social network e la navigazione su siti “non lavorativi” … in questo momento sono al lavoro 😉 ma… vale solo per “alcuni” lavori: il mio, che oltre a una parte di scrivania comporta prove di laboratorio, cucina e fabbrica, da casa non lo potrei proprio svolgere.
    Ora mi hai incuriosito sulla tecnica pomodoro… vado a scuriosare intanto cheil mio collega non c’è (e poi mi rimetto a lavorare, giuro!) E CHE NESSUNO FACCIA LA SPIA 😉

  2. Sono fortunata: lavoro da casa 2-3 giorni la settimana su 5. La mia capa è assolutamente aperta su questo fronte, usiamo Skype e altri strumenti di collaborazione online come i classici google docs e dropbox.
    Il mio vero ufficio è lontano da qui almeno 1 ora di viaggio in auto (e di traffico). Adoro i colleghi e l’ambiente di lavoro ma lo stress del viaggio e il costo della benzina mi hanno fatto arrivare a questa scelta.
    Aspetti negativi: è difficile staccare. Rendo di più, ma a volte non esco dalla stanza in cui ho allestito l’ufficetto per 6 ore di fila. Poi per amici e parenti è difficile capire che se sei a casa stai comunque lavorando: telefonate, visite, …insomma a volte ammetto di non rispondere quando suonano al citofono!

    (tu che tecnica usi con i parenti molesti?)

    1. Quello di non staccare è un problema che ho anche io: le due dimensioni lavorativa e casalinga tendono a confondersi. Devo impormi di “fare altro” appena è possibile, anche per una questione di benessere fisico, e mettere dei limiti precisi ad esempio alla lettura della posta dopo una certa ora… limiti che non sempre riesco a rispettare. Troppo spesso mi è capitato di andare a letto nervosa per aver letto una mail di lavoro che, comunque, non posso gestire fino al giorno dopo: e allora sarebbe stato molto meglio non leggerla del tutto fino al mattino ed evitarsi il rodimento di fegato.

      Quanto alle persone “moleste”, il problema per fortuna è limitato alle telefonate: se sono davvero presa semplicemente non rispondo, o le liquido rapidamente dicendo che richiamerò. Oppure sopporto pazientemente (nel caso di mio padre, che dopo 12 anni ancora non ha ben capito che lavoro faccio) e mi mordo un po’ la lingua…

  3. bello il tuo sito lavorativo: molto minimalista 🙂
    e mi piace anche tanto il tuo approccio del “no way round” con le traduzioni IN lingua straniera, hai perfettamente ragione (da laureata in lingue ed ex traduttrice confermo: sono rischiosissime :D)
    di recente un mio collega ci ha lasciati per lavorare per Canonical (Ubuntu) in telelavoro: a parte la figata pazzesca di lavorare in un progetto di quelle dimensioni, ci siamo chiesti un po’ tutti come sarebbe lavorare da casa…sinceramente per come sono fatta io penso che non riuscirei, mi farei trascinare dalle distrazioni e combinerei poco…magari è questione di abitudine? anche per te era difficile all’inizio? poi credo che mi mancherebbe il confronto con i colleghi…boh…
    yliharma di recente ha scritto Buon San Valentino (minimalista)

    1. Per me non è mai stato difficile 🙂
      Non per merito, semplicemente ci sono tagliata: anche per quello dicevo che ho trovato proprio la modalità di lavoro che fa per me. Se devo lavorare, lavoro e basta (quando studiavo era la stessa cosa), ho la fortuna di essere così per carattere. Insomma, se cincischio è perché so di poterlo fare, tendenzialmente. Al massimo, come dicevo, ho il problema opposto: sto lavorando e mi dimentico di mangiare, oppure non mi alzo per ore e ore di fila.
      Comunque, come dicevo anche a Marco, sono convinta che lavorare da casa assolutamente non sia per tutti: può sembrare la soluzione di tutti i mali, ma riflettendoci entrano in gioco un sacco di fattori che inizialmente uno non considera… bisogna esserci portati, secondo me.

  4. Vivo un’esperienza molto simile. Dopo anni nell’ufficio personale di una bella fabbrica che predicava la meritocrazia, sono stato messo fuori, perchè costavo molto. Fortunatamente per anni (scusate ero un drogato di lavoro) lavoravo di notte per curare degli affari professionali tutti miei. Quando la storia con la fabbrica è finita avevo già un lavoretto da parte. Ho chiuso l’armadietto e ho aperto a tempo pieno il mio ufficio. Adesso lavoro meno e non lo so se voglio aumentare la clientela, almeno per il momento. Voglio che il mio tempo sia tutto (quasi tutto) per me e per la mia bambina.
    Mi è piaciuta molto la tecnica del pomodoro.
    Grazie.
    Sperimentiamoci.

  5. non lavoro da casa, ma sono comunque nella situazione casa e bottega, visto che ho scelto di abitare a 100 metri dal mio posto di lavoro. Con tutti i suoi molti pro e qualche contro. Per ora prevalgono i pro. La cosa più difficile per me è proprio trovare le motivazioni per fare attività fisica in modo costante, infatti al di là delle passeggiate col peloso sono diventata decisamente sedentaria da quando sto qui. 🙁
    L di recente ha scritto Ho scoperto l’acqua calda

    1. Potresti fare come noi: investi i pochi soldi necessari per procurarti il materiale, e datti alla corsa. Impegna poco, e nel giro di poco tempo diventa una dipendenza… 🙂

        1. ops, nota dolente…R corre, ha ripreso con un buon ritmo e una costanza ammirevole. Io no. E mi sento rinfacciare (ovviamente in senso buono) continuamente che per una che correva quasi sul serio come me è un peccato…stendiamo un k-way pietoso…
          L di recente ha scritto Ho scoperto l’acqua calda

  6. Il mio lavoro non si può fare da casa, hi hi, perchè insegno, però mi è capitato di fare web management in telelavoro per un illuminato dirigente di RegioneLombardia che mi evitava la scarrozzata a Milano tutti i giorni (aveva capito -ma non sono in molti- che per un lavoro online è assurdo stare in ufficio). Poi invece ho subito il lavoro d’ufficio per alcuni mesi e ho capito che ne andava della mia salute mentale: è inconcepibile per me passare lo stesso numero di ore in un posto, sia che non ci sia nulla da fare (e alcuni giorni giuro che mi annoiavo persino di girovagare su internet), sia che non ci sia tempo di respirare.

    Il mio lavoro attuale dista 5 minuti esatti a piedi da casa, mi occupa la mattina e alcune ore al pomeriggio (ma posso autogestirmi) per la correzione dei compiti, le lezioni da preparare, le riunioni etc. Mi reputo molto fortunata, dopo tutto, anche se non è il mio lavoro dei sogni, che invece ha a che fare col mondo dell’arte.
    🙂
    Stella di recente ha scritto Due anni di decluttering // 2 years decluttering

  7. Thanx! Dimenticavo: il moto è il mio cruccio, non sono ancora riuscita a convincermi a farlo in modo costante, anche se ho liberato il salotto apposta per poter seguire comodamente sul tappeto le lezioni di yoga e di danza orientale 🙁 Buon proposito numero uno per quest’anno agli inizi…
    Stella di recente ha scritto Due anni di decluttering // 2 years decluttering

  8. Condivido in pieno. Quando dico che a 27 anni ho già rifiutato tre contratti a tempo indeterminato la gente mi prende per una pazza squinternata – ma dato che posso lavorare nello stesso settore (eventi e cultura) e farlo con il mio bambino accanto nella comodità del mio ufficio a casa… impagabile! Peccato solo che il mio nuovo “patner” mi imponga degli orari dopo anni che avevo smesso di puntare la sveglia… 😀

  9. Io il coraggio di fare la libera professionista non ce l’ho.
    Nonostante il lavoro in ufficio proprio non fa per me, io starei sempre all’aria aperta.
    un po’ per la paura di non lavorare, mutuo, figlio… un po’ per pigrizia, perchè per alcuni aspetti il lavoro dipendente ha i suoi vantaggi.
    però ho ottenuto un part time a 6 ore e ho fatto richiesta del telelavoro, visto che fra poco partirà un progetto pilota nella mia azienda.
    Speriamo.
    Per il resto condivido tutto, dalle passeggiate in pausa pranzo agli orribili pasti coi colleghi.
    L’angolo bar è impossibile averlo per motivi di sicurezza dicono, ci han fatto togliere tutto, microonde, minifrigo, bollitori e poi sotto le scrivanie abbiamo dei grovigli di cavi e prese multiple da far impallidire la 626.
    fiorella di recente ha scritto m’illumino di meno

  10. Io ho fatto il percorso inverso: anni fa’ laurea in lingue e letterature straniere col massimo dei voti (inglese e tedesco) ed ora impiego come collaboratrice (è più “cool” definirsi “collaboratrice” che “segretaria” :)…) a tempo indeterminato in uno studio legale. Occasionalmente svolgo anche l’opera di traduttrice ed interprete, ma per mandare avanti la baracca che con gli anni ho messo su (vitto, alloggio, mobilio, bollette, assicurazione, solo per dirne alcune) ho bisogno dei cosiddetti stipendio e posto fissi.
    Vorrei (ma non posso… citando Bersani) affrancarmi da questa situazione e fare a tempo pieno quello per cui ho studiato, ma temo che sia difficile (se non impossibile) trovare all’età di 38 anni un impiego nell’ambito delle mie competenze e, se anche ci riuscissi, credo che il cambiamento mi darebbe molta soddisfazione ma, sicuramente all’inizio, poche entrate… e la baracca, si sa, da sola non si regge.
    Vorrei avere il coraggio, l’incoscienza e la fortuna che hai avuto tu (ma anche le “skills” che hai tu :)…) e abbandonare questa “comfort zone” che mi sono creata.
    Intanto leggo e apprezzo quello che scrivi. È sempre fonte di ispirazione per un cambiamento in nuce.

    1. Ti ringrazio, ma ero anche molto più giovane, e senza nessuna baracca da mandare avanti. Ha contato molto anche quello, anche se a livello più inconscio che altro.

      1. Sì, sicuramente non avere impegni economici e scadenze mensili conta molto nella fase di ricerca e di accettazione di un impiego. Tuttavia mi sono ripromessa di fare qualcosa di concreto per mettere in atto un downshifting compatibile con le inevitabili spese. Chiedo a te e a chiunque altro mi legga e abbia voglia di rispondermi: sapete da dove potrei iniziare? Blogs, e-books, twits, ogni suggerimento è ben accetto!

          1. Intanto grazie per il primo suggerimento.
            Riguardo la tua osservazione, peraltro opportuna, ritengo che le spese davvero inevitabili siano quelli strettamente connesse a – come dicevo sopra – vitto e alloggio, che sono poi quelle che pesano su metà del bilancio mensile. Quindi, direi, un downshifting mediamente radicale.
            Non potrei mai fare come Thoreau in Walden o come Christopher McCandless, il protagonista di Into The Wild 🙂

            1. (mi sono permessa di aggiungere io la vocale :))
              A me le esperienze estreme alla Into The Wild non convincono: e infatti guarda che fine ha fatto il povero Alex SuperTramp 😉

              Scherzi a parte, se non erro anche lui alla fine si era reso conto che qualcosa non quadrava, vedi la famosa frase “Happiness is only real when shared“.
              Pur mantenendo ovviamente il massimo rispetto per uno che ha realizzato i propri sogni e ideali fino all’estremo (e che estremo), non so nemmeno se un’esperienza del genere possa essermi di ispirazione: è talmente fuori dall’ordinario, che alla fine faccio fatica a metterla in relazione con il mio vissuto, se non per certi aspetti, talmente limitati che in definitiva non le rendono giustizia. Ma sicuramente è una limitazione mia (e sto facendo molta fatica a spiegarmi).

              Per tornare alla tua situazione specifica, ridurre veramente le spese allo strettamente necessario non sarebbe affatto un downshifting mediamente radicale, io lo vedo come una mossa radicale eccome… quasi rivoluzionaria!

  11. Bellissimo post e molto denso.
    Io ho sempre lavorato in ufficio. Nello STESSO ufficio. Mi sono trovata ad accettare un posto indeterminato a 25 anni fresca di laurea, e a 37 sono ancora qui anche se non mi interessa nulla di quello che faccio. Alienante? Bah direi che se te ne freghi, si sopravvive. Anche perche’ i lati positivi ci sono, per ora.
    A breve le cose potrebbero cambiare, se invece di avere 15 minuti di strada da fare ne avro’ 1 ora e mezza dopo che traslocheremo lontano… sara’ forse la volta buona che riusciro’ a cambiare, cosa che fino adesso da brava pigra non ho fatto perche’ mi costa piu’ fatica che sopportare la situazione.

    Non so se lavorerei da casa, sono una che si distrae di continuo perfino stando in ufficio (come adesso…), lavoro tanto solo se sono sotto scadenza. Non credo pero’ che mi troverei male a stare sempre a casa, nemmeno in ufficio socializzo molto. Mi mancherebbe piu’ che altro lo stacco: quando esco da questo ufficio generalmente lascio tutto il lavoro qui e la sera non ci penso affatto. Non credo ci riuscirei se lavorassi da casa.

    Noi in ufficio abbiamo una stanza adibita a cucina: ci sono 2 frigoriferi, 2 forni a microonde, un bollitore, un lavello, piatti bicchieri e posate, tavoli e sedie, armadietti per le cose personali… ma anche la famigerata macchinetta del caffe’ e quella spara-schifezze. Inutile dire che io non mi porto quasi mai il pranzo da casa, pigra come sono. Pero’ abbiamo anche un self service a 2 minuti a piedi, non mangio panini.

    Fare una passeggiata in pausa pranzo e’ un’idea che ho da un po’, ma ancora non mi sono mentalmente data il via. Lo devo fare al piu’ presto, per me stessa.

  12. lavoro da casa da sei mesi: la cosa più pesante è non avere un tragitto casa-lavoro che può essere utile per rilassarsi e decomprimere. Finisce che i casini di lavoro restano in casa.

    Ho pensato al coworking, ma è molto molto costoso, meglio forse trovare due compagni di avventura, con cui magari condividere dei lavori.
    Virginia di recente ha scritto La conoscenza al tempo degli algoritmi e dei tag

    1. Interessante che per te la cosa più pesante sia la mancanza del tragitto casa-lavoro: per me sarebbe una fonte di stress, invece.
      Il co-working penso sia una buona soluzione se la si adotta spot, su base continuativa probabilmente conviene semplicemente affittare un ufficio in più persone.

  13. Anche io lavoro da casa ma a differenza di te ho tre figli perciò sono spesso coinvolta in attività scolastiche ed extra scolastiche ma funziona! Anche io posso lavorare a qualsiasi ora. Mi piace l’idea di non dover avere vestiti nuovi, trucchi, piega! Mi piace il fatto che durante la pausa caffé posso accendere la lavatrice oppure apparecchiare o infornare il pane lievitato!
    Mi manca di poter fare due chiacchere con qualche collega ma alla fine tra pro e contro credo che la nostra famiglia ci guadagna. Guadagno meno ma spendo meno per benzina, vestiti, pranzi fuori….perciò alla fine forse guadagno di + in salute e qualità della vita!
    Con tre figli è l’ideale! 🙂

    1. Mi ricordi giustamente un altro elemento “minimo” importante: lavorando in casa non è necessario possedere un guardaroba “di lavoro” 🙂

  14. Bè un articolo davvero interessante e che mi è di grande guida visto che sono agli inizi del lavoro in proprio e da casa. Al momento è un percorso che non mi fa trovare la strada maestra ma ce la mettiamo tutta perchè poi non dispiace una vita libera e fatta dei propri sforzi…come ho letto in tanti commenti l’unico fattore negativo è l’aspetto sociale che viene a mancare…ci si organizza anche per questo, grazie per l’articolo.
    Ciao

    1. Mah, sì, la mancanza di socialità può essere un problema, ma è anche vero che molte volte i rapporti sociali con i colleghi sono più un’imposizione che altro… Come in tutte le cose ci sono sempe due lati della medaglia. Grazie a te per aver letto!

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

CommentLuv badge