Jonathan Franzen sugli ebook

Qui l’originale

Secondo l’autore di “Freedom” e “The Corrections” [edito in Italia nel 2003 come “Le correzioni” – ndt], considerato uno dei più importanti romanzieri americani viventi, i consumatori vengono convinti con l’inganno della necessità di possedere l’ultima novità tecnologica.

“La tecnologia che piace a me è il tascabile dell’edizione americana di Freedom. Posso rovesciarci acqua sopra senza che smetta di funzionare: ottima tecnologia, quindi. E non solo, tra 10 anni continuerà a essere perfettamente utilizzabile. Non stupisce, quindi, che i capitalisti la odino. È un pessimo modello di business”, ha dichiarato Franzen, noto per interrompere qualsiasi connessione a Internet mentre scrive.
“Penso che dell’esperienza del vero lettore abbia sempre fatto parte un senso di permanenza. Tutto il resto è fluido, ma il testo, quello non cambia.
Tra 50 anni esisteranno ancora lettori che la pensano così? Che provano quella fame di definitivo, di inalterabile? Non posso prevedere il futuro, ma temo davvero che sarà ben difficile andare avanti se viene a mancare questa permanenza: quel tipo di contingenza radicale non è compatibile con un sistema di giustizia o di auto-governo responsabile”.

In un intervento nel corso dell’Hay Festival a Cartagena, in Colombia, Franzen ha sostenuto che gli e-book, e i dispositivi come il Kindle di Amazon, non riusciranno mai a comunicare la magia della pagina stampata.
Le sue parole: “L’ultima modifica del grande Gatsby risale al 1924. Non gli serve una rinfrescata, giusto? Magari tra 50 anni a nessuno importerà niente dei libri stampati, ma a me sì. Quando leggo un libro, sto maneggiando un oggetto specifico, collocato nel tempo e nello spazio in modo altrettanto specifico. La consapevolezza che, quando prendo un libro dallo scaffale, il suo contenuto non cambia, mi rassicura.

Qualcuno ha lavorato duramente per perfezionare la lingua e fare in modo che fosse esattamente come la voleva, nella certezza che sarebbe stata stampata in inchiostro, su carta. Sullo schermo, l’impressione è sempre che si possa eliminare qualcosa, modificare qualcos’altro, spostarlo. È per questo che, per un appassionato di letteratura come me, lo schermo non è definitivo a sufficienza”.

Franzen ha dichiarato di trarre conforto dal pensiero che, tra 50 anni, non sarà più presente per verificare se i libri saranno diventati davvero obsoleti.
“Mi divertono questi sforzi continui compiuti per rendere l’essere umano immortale, o almeno estremamente longevo”, ha scherzato. “Una delle consolazioni del morire è [il pensiero che], “non sarà un problema mio”. Seriamente, il mondo sta cambiando a una velocità tale che, dopo aver affrontato il cambiamento per 80 anni, secondo me il nostro cervello semplicemente non ce la farà più”. […]

Franzen […], parlando dei problemi dell’economia americana, ha dichiarato: “Non c’è dubbio che, negli Stati Uniti, le cose non stiano andando granché bene. Ma non penso che il problema sia limitato agli USA. Ritengo che la combinazione tra tecnologia e capitalismo abbia dato come risultato un mondo che sembra veramente fuori controllo. Prendete l’Europa, dove i politici non contano. Chi prende le decisioni in Europa sono le banche.
Là, sono i tecnici della finanza a prendere le decisioni. Ha molto poco a che fare con la democrazia o la volontà popolare. E noi ne siamo ostaggi perché amiamo i nostri iPhone”. […]

***

Qualche riflessione mia (elle): sapete come la penso per quanto riguarda gli ebook, quindi non mi ripeterò. Ovviamente ognuno ha diritto alla propria opinione, ma permettetemi qualche osservazione. Anzitutto, nella posizione di Franzen distinguo due elementi: uno, la critica all’ebook, o piuttosto alla combinazione reader+ebook, come “prodotto”. Kindle e compagni sono l’ennesima diavoleria tecnologica, e quindi l’ennesimo bisogno indotto, esattamente come un iPhone, una borsa firmata o una macchina di lusso. Per leggere se ne può fare tranquillamente a meno: c’è la carta, c’è sempre stata, e ha il vantaggio di “essere”, semplicemente, anziché “funzionare”.

Su questa idea (e sull’argomento in generale) la penso esattamente come Vincenzo Latronico (l’articolo è lunghetto, ma ne vale la pena):
“C’è una cosa di cui non vorrei parlare, invece: ed è tutta la diatriba vince-l’elettronico-oppure-sopravvive- la-carta-che-fruscia-e-che-fragra. Non ne voglio parlare per una ragione molto semplice: certo, che vince l’elettronico. Non è questione di gusti, né di sondaggi, né di appelli più o meno realistici, più o meno conservatori: vince l’elettronico perché è più comodo e migliore, e se non lo è per noi lo sarà per i prossimi.”

Mi spiace per Franzen, ma con tutta l’umiltà possibile non posso che sottolineare che l’ebook, anche inteso come “prodotto funzionante”, e per certi versi proprio per quello, ha una serie di vantaggi che è impossibile ignorare: tutti quelli che derivano dall’immaterialità, tanto per cominciare. Se rovescio su un libro un bicchiere d’acqua o una tazza di caffé, nel migliore dei casi sopravviverà, ma ne resterà comunque abbastanza provato. A parte il fatto che non sono così certa che lo stesso trattamento metterebbe del tutto fuori combattimento un Kindle (o un iPad o un altro reader), c’è il fatto che il singolo volume non esiste fisicamente, e di conseguenza non posso perderlo, distruggerlo, renderlo illeggibile. Posso cancellarlo dal mio dispositivo, ma in generale basterà un tocco (o, nei casi più complicati, il ricorso a un backup) per recuperarlo. Non è poco.

Mi sembra però interessante l’osservazione che anche la carta è “tecnologia” (anche se, probabilmente, l’affermazione di Franzen era più che altro sarcastica), ripresa qui sottolineando che, dal punto di vista delle mere specifiche, al momento il libro fisico continua a essere superiore all’ebook (anche se alcune di queste osservazioni sono criticabili):
È leggibile con qualsiasi condizione di luce
Il display è a contrasto elevatissimo
Non richiede elettricità
In base al modello, può durare da cinque a cinquemila anni
L’interfaccia utente favorisce la concentrazione e il coinvolgimento
Offre un layout “spaziale” per l’accesso immediato a informazioni casuali [questo punto, meglio chiarito nel prosieguo dell’articolo, fa riferimento alla differenza tra cercare un’informazione sfogliando un libro fisico ed eseguendo una ricerca in un libro digitale] È conforme alla specifica standard “numero di pagina”, utilizzabile a scopo di riferimento
Supporta l’interazione diretta tramite penna o evidenziatore
È privo di DRM, il che facilita prestito e rivendita
È un sistema basata su standard non controllato da una singola multinazionale o entità
È anti-urto e immune ai virus (ma vulnerabile a certi worm)
Dispone di un’interfaccia utente di facile utilizzo, che rimane coerente indipendentemente dal produttore
Supporta un’ampia gamma di immagini a colori e in bianco e nero
È compatibile con un’ampia gamma di sistemi di annotazione

La seconda parte dell’argomentazione di Franzen: il libro come oggetto fisico porta con sé un senso di permanenza che manca all’ebook. Le parole a stampa sono inalterabili, quelle a schermo no. Confesso che non ho capito completamente il concetto, e in particolare il passaggio da questa idea a quella che una società dove questo senso di “permanenza” viene a mancare è inevitabilmente condannata (da cui anche il titolo dell’articolo, secondo cui gli ebook “danneggiano la società”).
Credo che la lingua inalterabile in quanto stampata non mi abbia mai “rassicurato” in se stessa, e di conseguenza non provo alcuna ansia di fronte all’ebook e alla sua modificabilità (?). Anche perché tutta questa modificabilità non la avverto, di fronte a uno schermo: anzi, forse un libro cartaceo è, per assurdo, più alterabile di uno digitale, sempre perché è (appunto) un oggetto fisico; e, in ogni caso, non riesco a immaginare perché chiunque potrebbe o dovrebbe avere voglia di modificare Il Grande Gatsby, o qualsiasi altro libro.

Franzen ha evidentemente una grande paura del cambiamento (lo dice a chiare lettere): a me invece, nel mio piccolissimo, fa paura il contrario, e l’idea di non essere più qui tra 50 o 60 anni o 100, di non vedere come sarà il futuro e quali innovazioni e cambiamenti porterà, mi mette un gran nervoso addosso. Mi viene da battere i piedi e da mettermi a gridare come Calimero “È un’ingiustizia però!“.
Cercare di stare al passo con il cambiamento (che non vuol dire essere ossessionati), interessarsi al nuovo, mi sembra la ragione stessa per cui siamo vivi. E a cosa dovrebbero servire i libri, se non a essere un veicolo di novità, di prospettive diverse, di evoluzione e di crescita?
Ditemi cosa ne pensate (e se magari mi è sfuggito qualche passaggio essenziale del discorso!).

(nella foto, il Kindle del Trev)

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25 thoughts on “Jonathan Franzen sugli ebook

  1. avevo letto anch’io…interessante il tema, interessanti le tue note.
    io proprio non riesco a vedere un libro come qualcosa di permanente, statico. nel senso che l’interazione tra lettore e libro in qualche modo cambia sempre la decodifica, una rilettura dello stesso testo non sarà mai uguale, il testo risulta uguale solo in apparenza…
    questo indipendentemente dal supporto tecnologico attraverso cui il libro è trasmesso.

    sono relativista e postmoderna stamattina 😀
    Silvia di recente ha scritto Wonderful

    1. Infatti, giusta osservazione. È un concetto con cui anche io faccio molta fatica a relazionarmi. Che ti devo dire, siamo tutti diversi…

  2. Anche io avevo letto l’articolo e sono d’accordo con te, Franzen sembra proprio spaventato dal cambiamento. Non mi sembra proprio che un ebook, perche’ letto su uno schermo, dia il senso di poter essere modificato a piacimento.
    Pero’… pero’ il discorso tecnologia-carta contro altre tecnologie mi prende un po’. Non sento l’attrazione della carta in se’ e per se’, specie se si tratta di un romanzo o un saggio. Pero’ mi viene da pensare: nel 2212 sara’ ancora possibile leggere i libri pubblicati oggi come oggi leggiamo quelli del 1812? La scrittura su carta attraversa i secoli (se conservata bene). Le tecnologie elettroniche cambiano nel giro di decenni o meno, e se non mi sbrigo a passare tutte le mie riprese video anni 90 fatte in mini-VHS su un DVD, a breve non avro’ piu’ un aggeggio con cui vederle. Saro’ forse un po’ catastrofista, ma a volte mi immagino un mondo neanche troppo futuro dove l’energia elettrica e’ talmente costosa da essere poco usata: come leggeremmo allora? I buoni vecchi libri di carta saranno ancora buoni, i Kindle no.
    Sab di recente ha scritto Anonimato o no?

    1. Il problema che sollevi è ben noto, ma il fatto è che anche la carta è deperibile. La quantità di libri andati perduti è enorme, per il semplice motivo che non sono stati conservati in modo adeguato.
      Stesso dicasi per film (la celluloide, col tempo, si deteriora) e musica (i vecchi vinili, stesso discorso). Cosa si fa per conservarli? Oggi come oggi li si digitalizza.

      Non sto dicendo che il digitale salverà il mondo: tutt’altro, perché, come dici giustamente tu, se qualcuno non si prende la briga di passare l’enorme quantità di dati da un media all’altro man mano che la tecnologia avanza, va da sé che molta produzione andrà perduta (come ho letto recentemente su un articolo che non trovo più, “recuperami un ebook salvato su un floppy da 5″1/4, avanti, sono qui, ho tutto il tempo che vuoi”). Ma è lo stesso discorso di libri, dischi e film: ci vuole qualcuno che investa per conservarli, altrimenti non sopravvivono, indipendentemente dal supporto utilizzato.

      1. Si certo anche i libri deperiscono, ma il fatto che se condervati siano leggibili anche tra secoli non me lo leva in testa nessuno. Cosa se ne sarebbero fatti gli archeologi di una stele di Rosetta dentro un aggeggio elettronico che non funzionava?
        Forse sono io la paranoica, non so. Ma nonostante abbia deciso di ridurre gli oggetti in mio possesso, e sto anche scansionando tutte le mie foto non digitali, allo stesso tempo sto pensando di STAMPARE almeno una parte delle mie foto che dal 2004 ad oggi ho solo in digitale. Perche’ il digitale mi sembra cosi’ poco affidabile a volte… (notare bene che non sono assolutamente contro il digitale, e’ probabilmente una mia fobia quella di perdere gli ultimi 8 anni di mie foto).
        Sab di recente ha scritto Anonimato o no?

        1. Sab: dici bene, “se conservati”: per conservare i libri cartacei occorrono certi accorgimenti, per continuare a utilizzare i supporti digitali nel tempo idem (ovviamente, gli accorgimenti sono altri). Secondo me, da questo punto di vista le due cose si equivalgono.

          1. Con una differenza sostanziale non da poco: il libro (o il film, o l’album musicale) in versione digitale può essere copiato un numero indefinito di volte senza che la qualità ne risenta. La versione cartacea, no.

            Una lancia da spezzare in favore del cartaceo ce l’ho, però, ed è l’impossibilità (o l’alta difficoltà) di leggere contemporaneamente più libri in formato digitale, se non usando più reader o saltando da un libro all’altro in modo per niente intuitivo o pratico. Ah, e la faccenda dell’accesso casuale, l’apertura a una pagina qualsiasi, ma questa funzionalità può essere implementata in modo del tutto banale con una funzione specifica, “accedi a una pagina casuale”. Non è la stessa cosa, lo so, però il risultato è quello. 🙂

      2. Io non ho paura del nuovo a prescindere, ma a volte sono atterrito da come molte persone si facciano trascinare da certe tendenze in maniera un po’ acritica. In questi ultimi tempi noto una generale ebbrezza per tutto quel che è digitale, come se davvero fosse l’ultima frontiera e — parlando di libri — come se d’improvviso quelli di carta non andassero più bene.

        Non sono contro il digitale tanto per esserlo, ci mancherebbe. Ma noto un certo controsenso: da una parte sembra il non plus ultra, dall’altra mi pare non si lavori a sufficienza per rendere più affidabili e duraturi i supporti elettronici/ottici. L’altro giorno ho scoperto con orrore che il mio MacBook Pro del 2009 non legge alcuni CD contenenti backup di mie foto, masterizzati nel 2004-2005. Ho dovuto ricorrere a un Mac più vecchio per recuperare i dati.

        Quando mi succedono cose del genere, devo dire che la sensazione di immaterialità del digitale è decisamente palpabile… e mi piace poco.

        Ciao,
        Riccardo

        1. I cd masterizzati comunque hanno una vita limitata, ogni 4-5 anni andrebbe fatta una copia se no rischi di perdere i dati, a prescindere da quale computer usi per leggerli…

          1. Eh, è questo il punto: l’inaffidabilità intrinseca della catena del digitale, catena che non si limita ai supporti, ma anche ai dispositivi per gestirli. Le variabili in gioco sono molteplici. Nel caso specifico di quei CD, i dischi non avevano niente di male, ma ironicamente il lettore della mia macchina più moderna aveva deciso di non digerirli. (Altri Mac in mio possesso leggono tranquillamente CD che masterizzai nel 1996).

            Per come siamo messi oggi — e per come la vedo io — la conservazione di materiali digitali è ancora, paradossalmente, più laboriosa e onerosa rispetto alla conservazione dei materiali analogici. I libri che ho acquistato 20-30 anni fa sono ancora qui, in buone condizioni, e le uniche precauzioni sono state quelle di evitare l’umidità e in certi casi la luce diretta del sole. Con i miei materiali digitali ho la sensazione di dover fare loro da babysitter in continuazione: copia il vecchio floppy sul CD, fai un’altra copia di sicurezza su un altro hard disk, rimasterizza su un DVD più recente che è meglio… e via così, sempre con la sottile angoscia di perdere pezzi per strada se non si fa attenzione.

            Ciao
            Riccardo

            1. Vero, c’è il problema dei supporti e c’è quello dell’hardware per leggerli, ovviamente se l’uno si conserva perfettamente ma non esiste più l’altro… siamo daccapo…
              Io vedo il “babysitteraggio” come un male necessario, in cambio dei vantaggi che comunque il digitale ha rispetto al cartaceo (parlo di libri ma anche di foto e altro), ma è vero quel che dici. Il problema è anche la più o meno facile recuperabilità dei contenuti digitali che eventualmente andassero perduti (e in questo caso mi riferisco più a quelli “acquistati” che a quelli personali come gli archivi di foto: ebook etc.).

        2. Ciao Riccardo e grazie per il commento.
          Sono d’accordo con te sul fatto che è importante non estremizzare in nessuno dei due sensi, pro e contro digitale (anche se ammetto che tendo a essere una mezza groupie degli ebook, avendo eliminato completamente l’acquisto di libri cartacei da un po’); e poi naturalmente c’è il problema dell’obsolescenza più o meno programmata: non solo non si lavora per rendere duraturi i supporti, ma a volte pare che gli sforzi vadano proprio nel senso contrario…

  3. Una cosa che non riesco veramente a capire del ragionamento di Franzen (con il quale, per inciso, credo di essere quasi totalmente in disaccordo) è questa faccenda della non modificabilità di un testo stampato contro la modificabilità dell’ebook. Senza entrare nel merito delle traduzioni, che vengono adattate di volta in volta con il passare del tempo, in forma stampata o digitale, perché mai qualcuno dovrebbe decidere di modificarmi sotto il naso il testo di un libro?
    Attenzione, non si sta parlando dell’autore che si rende conto di aver scritto una stupidaggine nella prima edizione del suo romanzo e la corregge nella seconda (vedasi un incensato scrittore piemontese che citò una telefonata New York – Roma interpretando al contrario la differenza di fuso orario), ma della paura che qualche folle decida di rivedere e correggere il testo di un romanzo classico, apparentemente per il solo gusto di farlo. Ma perché? E soprattutto, chi impedirebbe a questo pazzo di mandare in stampa un’edizione cartacea del Grande Gatsby “featuring le correzioni di un matto qualunque”?

    Davvero, se qualcuno l’ha capito dove voleva andare a parare me lo spieghi, perché è da diversi giorni che ci rimugino e non ne riesco a venire a capo…

  4. Secondo me hai colto nel segno: Franzen sembra sinceramente spaventato e disorientato…forse non riesce davvero ad accettare il mondo che cambia, l’evoluzione delle tecnologie…
    Io l’ho detto più volte che ho una posizione controversa sull’e-book, per ora non possiedo nessun reader e mi ostino a comprare libri di carta (anche se non ti nascondo che la spinta al cambiamento sta diventando sempre più pressante…), però cavoli Franzen è proprio reazionario in questa sua posizione 😀
    E’ un po’ quello che è successo col passaggio dal vinile alle cassette e poi ai cd e ancora all’mp3, o la diffidenza iniziale di molti sull’affidabilità delle informazioni che si potevano trovare “in rete” (“chissà chi le ha scritte”: ma perché quello che viene stampato su carta è tutto vangelo?? ce n’è di mer** eh?). E come la mettiamo con i libri di storia opportunamente “taroccati” durante svariati regimi totalitari? Erano di carta, eppure riportavano una realtà completamente falsata. Per non parlare della stupida censura puritana italiana degli anni 60 che aveva snaturato libri come Lazarus Long di Heinlein perché parlavano di poligamia… no dai vabbè…diciamo che il sig Franzen è confuso va 😀
    yliharma di recente ha scritto Buon San Valentino (minimalista)

    1. Devo dire che mi pare bizzarro che un uomo di 50 anni, e perdipiù uno scrittore, rifiuti in modo così netto il cambiamento. Continuo a sperare, in un certo senso, di non aver colto qualche passaggio… anche a me questa idea della permanenza del cartaceo, intesa come permanenza della lingua, sembra abbastanza assurda. Bah.

  5. Ossignur come la fa lunga, fossero tutti come lui non saremmo usciti dall’età del bronzo.
    Il problema non è la tecnologia, ma come la si usa. O, per dirla con il mio moroso informatico, e qui calza in senso metaforico, il problema sta sempre tra te e lo schermo.
    Che ci siano delle questioni, per esempio filologiche, che si pongono sugli ebook, è vero. Leggo un testo di Dante e…beh, non so che edizione e che testo è. Ma io credo che i problemi sollevino nuove idee e soluzioni, non che siano l’ostacolo insormontabile che ci fa dire: O tempora, o mores! Com’era bello il tempo antico…
    Stella di recente ha scritto Due anni di decluttering // 2 years decluttering

  6. Ciao a tutti! Io credo che il problema sia legato al ruolo culturale che riveste il libro (più che il disco o il film), a una sorta di paura atavica che lega la sopravvivenza di una società alla libera circolazione delle informazioni e delle idee, e infine alla volatilità del digitale, intesa sia come canale che come messaggio. È evidente che i governi, più e meno democratici, già oggi, ma soprattutto domani, cercheranno per quanto possibile di controllare la Rete e i suoi contenuti. Credo che a Franzen (e a molti altri), più che osteggiare gli ebook, interessi salvaguardare i libri, intesi come veicoli di democrazia e di idee, di storia e di testimonianza. È forse ingenuo, ma è comprensibile: i libri di carta hanno resistito per millenni, nonostante ci fosse anche chi li faceva bruciare sulla pubblica piazza. Sul digitale chi può garantire?
    Alberto di recente ha scritto A che punto sono

    1. ma se non ci si fida del libro digitale allora non ci si dovrebbe fidare neanche del denaro digitale o dei documenti digitalizzati o della modulistica ufficiale inviata tramite sito web…continua a sembrarmi una posizione reazionaria…
      yliharma di recente ha scritto Buon San Valentino (minimalista)

    2. Beh, se la sua idea era questa direi (come minimo) che non l’ha espressa molto chiaramente…
      Aggiungerei anche che, almeno secondo me, il digitale *contribuisce* alla circolazione delle idee, forse ancora più del libro cartaceo: del resto, a me la Rete sembra il veicolo privilegiato da questo punto di vista, e anche quello meno controllabile in assoluto (malgrado tutti i tentativi). Staremo a vedere 🙂

  7. Interessante come sempre!dico solo una cosa stupidissima: pochi mesi fa ho riletto Fahrenheit 451, lo lessi la prima volta nel 95, il libro è lo stesso e ci sono mie sottolineature e appunti.Emozioni mie e accenni a fatti personali più la mia orrenda grafia del periodo!!
    l’ebook avrebbo potuto riconsegnarmi tutto questo?riprendendo Sab per le foto:STAMPA,STAMPA STAMPA!!

  8. Ho letto il post ma non ancora i commenti. Insomma maleducatamente stavolta parlo, prima di ascoltare…Diciamo che l’argomento mi sta particolarmente a cuore: la vanità della mia firma sta in un pezzo di carta di un quotidiano che pubblicò il mio primo articolo. Non c’è niente da fare quel pezzo di carta è un pezzo di me. Inorridisco a pensare di scansionarlo e poi gettarlo via… Così anche per alcuni libri. Per me leggere un ebook non è come leggere un volume. Leggo sull’ipad, ma se un libro mi piace particolarmente lo compro di carta. Casa mia in questi mesi si è svuotata di parecchio ma non di libri. Le ultime uscite si affiancano a libri del settecento del nonno di mio nonno. Il fatto è che quando ero piccola mi aggiravo nella biblioteca di mio padre a prendere i libri, che molto spesso neanche lui aveva letto. Verso il cartaceo provo un rispetto che non mi appartiene se rivolto all’ebook. Forse perchè per leggere un libro di carta non serve altro, solo il libro. O forse è solo una mia ossessione, ma mi piacerebbe che i miei figli mi rubassero qualche libro dalla biblioteca prima o poi. Adesso non sanno leggere ma usano l’ipad, si, lo so sono un’illusa… Adesso vado a leggere i commenti sopra che è meglio!

  9. Ciao eLLe,
    informo tutti che su anobii (socialnetwork dei lettori) è presente un bel gruppo, dal nome “Cultura collettiva – Biblioteca copyleft in ebook”, dove si incontrano lettori di ebook che aggiungono opinioni e siti di condivisione libera di libri; si trovano titoli anche molto interessanti, non solo quelle quattro cose free che si trovano su amazon.
    Attraverso Calibre si convertono facilmente in .mobi e volano sul kindle. Buona lettura, (il futuro sta arrivando a grandi passi).
    p.s.: Il libro di carta resta, è vero, ma la cultura è un’altra cosa, parafrasando “la cultura è partecipazione”. A presto.

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