Affamati e folli

(Se di Apple non ve ne frega nulla, o se vi sta sulle balle, saltate a pié pari)

Sono venuta a sapere della scomparsa di Steve Jobs leggendo la notizia su un iPhone. Sto scrivendo queste parole su una tastiera Apple. Le rileggo su un iMac che non solo “funziona e basta”, ma è anche quello che in inglese si chiama “a thing of beauty”, una cosa bella. E questo vale per tutti i prodotti Apple che abbiamo comprato, fin dal primissimo, un iBook che ancora ronfa soddisfatto. Per me, il vero lascito di Steve Jobs è questo: quel piccolo singhiozzo di soddisfazione, di contentezza, di aspettativa, che mi prende ogni mattina accendendo il mio Mac. Ma soprattutto (e questo non c’entra niente con il fatto di usare o meno un iPhone), l’idea che trovare e seguire la propria passione dev’essere il primo imperativo della vita.

A chi pensa sia stupido provare cordoglio per la scomparsa di una persona che non si è mai conosciuta, e ancora più stupido ringraziare un miliardario californiano al cui patrimonio hai contribuito in prima persona, rispondo che Steve Jobs ha cambiato la mia vita in meglio; ringraziarlo e dispiacermi che non ci sia più mi pare naturale (e in definitiva egoista).

Quella che segue è la (mia) traduzione del famosissimo discorso tenuto da Jobs presso l’Università di Stanford, il 12 giugno 2005. Non sono particolarmente originale, ma mi sembrava adatto. I corsivi sono miei.

Trovate la vostra passione

Sono onorato di essere qui con voi oggi, in occasione della vostra laurea presso una delle migliori università al mondo. Io non mi sono mai laureato. Non ci sono mai andato tanto vicino come adesso, a dire la verità. Oggi voglio raccontarvi tre storie vere. Solo questo, niente di che. Tre piccole storie.

La prima parla di unire i puntini.

Ho smesso di frequentare il college (Reed) dopo sei mesi, ma sono rimasto per altri diciotto, più o meno, prima di andarmene davvero. Perché?

Tutto è iniziato prima che nascessi. La mia madre naturale era una studentessa universitaria, una ragazza madre, che decise di darmi in adozione. Voleva fortemente che venissi adottato da due laureati, e quindi tutto venne predisposto affinché i miei genitori adottivi fossero un avvocato e sua moglie. Senonché, quando nacqui, all’ultimo minuto decisero di volere una femmina: e così i miei genitori, che erano in lista d’attesa, ricevettero una telefonata nel bel mezzo della notte: “Abbiamo qui un bimbo maschio, lo volete?” “Certo!”. La mia madre naturale, scoprendo che mia madre non si era mai laureata e mio padre nemmeno diplomato, rifiutò di mettere le ultime firme. Ci volle qualche mese perché si convincesse, quando i miei genitori promisero solennemente che sarei andato all’università.

È quello che avvenne diciassette anni dopo. Senza pensarci troppo, scelsi un’università costosa quasi quanto Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori, che non erano certo ricchi, se ne andarono in tasse. Dopo sei mesi non riuscivo a capire quale fosse il valore aggiunto di tutta la faccenda. Non avevo idea di cosa volevo fare nella vita, né di come il college mi avrebbe aiutato a scoprirlo. Nel frattempo, stavo spendendo i risparmi che i miei genitori avevano accumulato in una vita. Decisi di lasciare, convinto che tutto sarebbe andato per il meglio: fu un momento abbastanza terrificante, ma con il senno di poi è stata una delle decisioni migliori della mia vita. L’istante in cui decisi di andarmene fu quello in cui smisi di seguire i corsi obbligatori, che non mi interessavano, e iniziai a frequentare quelli che mi sembrava valessero la pena.

Non era tutto rose e fiori. Non avevo più una stanza mia, quindi dormivo sul pavimento delle stanze di amici, mi compravo da mangiare con il deposito delle bottiglie di Coca Cola, e ogni domenica facevo più di 11 km a piedi per assicurarmi l’unico pasto decente della settimana al tempio degli Hare Krishna, dall’altra parte della città. Ero felice. E molto di ciò in in cui mi imbattei seguendo la mia curiosità e il mio intuito finì per rivelarsi preziosissimo. Un esempio:

Il Reed College offriva all’epoca forse il miglior programma di calligrafia del paese. In tutto il campus ogni manifesto, ogni etichetta su ogni cassetto, era scritta a mano ed era meravigliosa. Non essendo costretto a seguire i corsi standard, decisi di frequentarne uno di calligrafia. Imparai a distinguere serif e sans serif, appresi dello spazio variabile tra le diverse combinazioni di lettere, e cosa rende veramente bello un set di caratteri. Era una materia stupenda, ricca di storia, delicatamente artistica in un modo che la scienza non può esprimere, e la trovai affascinante.

Le speranze di applicazione pratica di tutto questo nella mia vita erano nulle. Ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Macintosh, mi tornò in mente. E integrammo tutte quelle nozioni nel Mac. Fu il primo computer veramente curato da quel punto di vista. Se non avessi casualmente frequentato quel singolo corso al college, il Mac non avrebbe avuto più set di caratteri o font a spaziatura proporzionale. E dato che Windows altro non è che una copia del Mac, con ogni probabilità nessun PC li avrebbe avuti. Se non avessi mai lasciato l’università, non avrei mai frequentato quel corso, e i PC forse non includerebbero quei set di caratteri tipografici. Ovviamente all’epoca sarebbe stato impossibile prevederlo: non ero in grado di unire i puntini. Ma guardando indietro, dieci anni dopo, tutto è diventato molto, molto chiaro.

Ve lo ripeto: unire i puntini è possibile solo con il senno di poi. Dovete avere fede che succederà, in qualche modo e in un momento del vostro futuro. Dovete credere in qualcosa: l’istinto, il destino, la vita, il karma, quel che volete. Questo approccio non mi ha mai deluso, e per me ha fatto veramente la differenza.

La seconda storia parla di amore, e di perdita.

Ho avuto fortuna: ho scoperto la mia passione quasi subito. Woz e io abbiamo fondato Apple nel garage dei miei genitori quando avevo 20 anni. Dopo 10 anni di duro lavoro, Apple non era più un garage con noi due dentro: era diventata una società da 2 miliardi di dollari con più di 4000 dipendenti. Solo un anno prima avevamo presentato il nostro capolavoro, il Macintosh, e io avevo appena compiuto 30 anni. È stato allora che mi hanno licenziato. Com’è possibile essere licenziati da una società che hai fondato tu? Quando Apple iniziò a crescere assumemmo una persona che ritenevo molto dotata, perché gestisse l’azienda insieme a me, e per il primo anno, più o meno, tutto andò bene. Ma successivamente le nostre idee per il futuro iniziarono a divergere, e finimmo per scontrarci. Quando questo avvenne, il Consiglio di amministrazione di Apple prese le sue parti. A 30 anni mi ritrovai fuori. In un modo molto, molto pubblico. Il fondamento di tutta la mia vita adulta era improvvisamente venuto meno: un’esperienza devastante.

Per qualche mese fui completamente perso. Avevo la sensazione di aver deluso le aspettative della generazione di imprenditori che mi aveva preceduto: avevo ricevuto il testimone e l’avevo lasciato cadere. Mi incontrai con David Packard e Bob Noyce e tentai di scusarmi per aver fallito così pesantemente. Il mio fallimento era sotto gli occhi di tutti, e pensai addirittura di lasciare la valley [Silicon Valley – ndt]. Ma piano piano iniziai a realizzare che continuavo ad amare quel che facevo. Ciò che era successo in Apple non cambiava questo fatto. Ero stato respinto, ma i miei sentimenti restavano intatti. Fu così che decisi di ricominciare da capo.

All’epoca non ne ero consapevole, ma quel licenziamento si rivelò la cosa migliore che potesse capitarmi. Il peso del successo fu sostituito dalla leggerezza di poter ricominciare, del non avere tutte le risposte. Questo mi ha liberato, consentendomi di avviare uno dei periodi più creativi di tutta la mia vita.

Nei cinque anni successivi fondai un’azienda chiamata NeXT, un’altra azienda chiamata Pixar e mi innamorai di una donna incredibile che sarebbe diventata mia moglie. Pixar avrebbe creato il primo lungometraggio in computer grafica della storia, Toy Story, e oggi è il principale studio di animazione al mondo. In una successione di eventi veramente notevole, Apple acquisì NeXT, io rientrai in Apple e la tecnologia che avevamo sviluppato in NeXT è al centro dell’attuale rinascimento di Apple stessa. E Laurene e io abbiamo una famiglia meravigliosa.

Se non fossi stato licenziato da Apple, sono piuttosto certo che nulla di tutto questo sarebbe successo. È stata una medicina decisamente amara, ma probabilmente il paziente ne aveva bisogno. A volte la vita ti dà una mattonata in testa. Non perdete la fede. È mia convinzione che, a farmi continuare, è stato unicamente l’amore per quel che facevo. Dovete trovare la vostra passione. E questo vale per il lavoro come per le persone. Il lavoro assorbirà una parte importante della vostra vita, e l’unico modo per essere veramente soddisfatti di quello che fate è essere convinti che sia eccezionalmente ben fatto. E l’unico modo per lavorare in modo eccezionale è amare quello che fate. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Come per tutte le questioni di cuore, quando l’avrete trovato lo saprete. E, come tutti i rapporti importanti, con gli anni non farà che migliorare. Quindi, continuate a cercare. Non accontentatevi.

La terza storia parla della morte.

Quando avevo 17 anni, lessi una frase che suonava più o meno: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, prima o poi sei destinato ad azzeccarci”. Mi restò impressa e, da allora, per gli ultimi 33 anni, ogni mattina guardandomi allo specchio mi sono chiesto: “Se oggi fosse il mio ultimo giorno, avrei voglia di fare quello che sto per fare?” Quando la risposta era negativa per troppi giorni di fila, sapevo di dover cambiare le cose.

La consapevolezza della mia prossima morte è lo strumento più fondamentale di cui abbia mai disposto per aiutarmi nelle grandi scelte della vita. Questo perché praticamente tutto, le aspettative del mondo esterno, l’orgoglio, la paura di fare una figuraccia o di fallire, impallidiscono di fronte alla morte, lasciandosi dietro solo quel che conta davvero. Sapere che si sta per morire è il modo migliore che conosco per evitare la trappola di pensare che si ha qualcosa da perdere: si è già nudi, e quindi non c’è motivo per non seguire il proprio cuore.

Circa un anno fa mi è stato diagnosticato il cancro. Una TAC fatta alle 7:30 del mattino ha evidenziato chiaramente un tumore al pancreas. Io non sapevo nemmeno cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava quasi sicuramente di un tipo di cancro incurabile, e che la mia aspettativa di vita era compresa tra tre e sei mesi. Il mio medico mi consigliò di tornare a casa e sistemare i miei affari, che è un altro modo per dire “preparati a morire”. Significa tentare di trasmettere ai tuoi figli, in pochi mesi, quello che pensavi di poter dire loro in altri dieci anni di tempo. Significa assicurarsi che tutto sia pronto, per facilitare al massimo le cose per la tua famiglia. Significa dire i propri addii.

Vissi con quella diagnosi per tutto il giorno. La sera mi fecero una biopsia, che consiste nell’infilarti un endoscopio giù per la gola, fino alla stomaco e poi all’intestino, inserire un ago nel pancreas ed estrarre alcune cellule tumorali. Io ero sedato, ma mia moglie, che era presente, mi disse che, quando osservarono le cellule al microscopio, i dottori iniziarono a piangere, perché il mio tumore si rivelò essere una forma rarissima, curabile chirurgicamente. Sono stato operato e oggi sto bene.

Non sono mai stato così vicino alla morte, e spero che la situazione non cambi per parecchi decenni a venire. Essendo sopravvissuto a quell’esperienza, posso dirvi quanto segue con un filo più di convinzione, rispetto a quando la morte era un concetto utile ma puramente astratto:

Nessuno vuole morire. Anche chi vuole meritarsi il Paradiso preferirebbe evitare, se per andarci tocca morire. Eppure, la morte è un punto di arrivo comune. Nessuno è mai riuscito ad evitarlo. E così deve essere, visto che la Morte è molto probabilmente la migliore invenzione mai escogitata dalla Vita. È il suo agente per il cambiamento. Spazza via il vecchio per fare spazio al nuovo. Oggi il nuovo siete voi, ma in un futuro non troppo lontano, diventerete gradualmente il vecchio e verrete rimpiazzati. Mi spiace essere così brusco, ma è la verità.

Il tempo che avete a disposizione è limitato: non sprecatelo vivendo la vita di un altro. Non fatevi limitare dal dogma: non vivete la vostra esistenza in base alle conseguenze del pensiero di altri. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui soffochi la vostra voce interiore. Cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e il vostro intuito. In qualche modo, loro sanno già chi volete essere davvero. Tutto il resto non conta.

Quand’ero giovane esisteva un’incredibile giornale chiamato The Whole Earth Catalog, una delle bibbie della mia generazione, creata da un certo Stewart Brand non lontano da qui, a Menlo Park, e da lui realizzata grazie al suo tocco poetico. Erano i tardi anni ’60, prima dei PC e del desktop publishing, quindi tutto si faceva con macchina da scrivere, forbici e Polaroid. Era una specie di Google in versione cartacea, 35 anni prima di Google: era idealistico, e traboccante di strumenti utili e grandi idee.

Stewart e il suo team pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog; e poi, quando il suo ciclo fu esaurito, il numero finale. Era la metà degli anni ’70, e avevo la vostra età. Sul retro dell’ultimo numero c’era una fotografia di una strada di campagna, la mattina presto, quel tipo di strada da percorrere se si ha il giusto spirito di avventura. Sotto di essa c’erano le parole: “Stay Hungry. Stay Foolish.” Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. È quello che ho sempre voluto per me stesso. E oggi, in occasione della vostra laurea e del nuovo inizio che porta con sé, auguro lo stesso anche a voi.

Non smettete mai di avere fame. Non smettete mai di essere folli.

Grazie a tutti.

“…because the people who are crazy enough to think that they can change the world, are the ones who do.” 

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10 thoughts on “Affamati e folli

  1. il discorso ai neolaureati di stanford sta cicciando su tutti i blog. E io me lo rivedo tutte le volte che lo trovo.

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