22/30 giugno 2011 – Lake Tahoe e San Francisco

Dopo le “fatiche” del campeggio, abbiamo una mezza idea di dirigerci verso Reno e prendere due piccioni con una fava, ovvero visitare sia la città sia il Lago Tahoe. Ci mettiamo alla ricerca di una sistemazione, e ovviamente (un po’ come a Las Vegas) nei casino ce ne sono di superlussuose (!) e a prezzi più che concorrenziali. C’è solo un piccolo problema: dato che nei casino non è vietato fumare, è pressoché impossibile trovare un posto che garantisca una camera per non fumatori alla prenotazione (anche se si tratta di mega suite più grandi del nostro appartamento…). Si può esprimere una preferenza ma, come ci confermano telefonicamente, non è detto che al momento del check-in quella preferenza venga rispettata. La cosa ci fa talmente innervosire che cassiamo Reno, decidiamo di dirigerci direttamente verso il lago e, complice il fido TripAdvisor, prenotiamo qui: entrambe le scelte si riveleranno più che azzeccate, con buona pace dei casino e delle balene fumatrici che li popolano…

Come per lo Yosemite, anche qui il bello inizia dalla strada: in due ore scarse passiamo dalla calura di Sacramento ai pini, ai cottage da Bag of Bones, e alla neve per terra! Verremo poi a sapere dalla proprietaria del motel che ha nevicato fino all’inizio di giugno (e nevicherà ancora un paio di giorni dopo la nostra partenza). Dopo un pranzo veloce e un giro per il centro (minuscolo) della cittadina ci dirigiamo verso la spiaggia. E qui… beh… una cosa è leggere che a South Lake Tahoe si fa il bagno d’estate e si scia d’inverno (come testimonia la cabinovia che parte proprio dal centro della cittadina). Un’altra, totalmente diversa, è vedere lago e spiaggia circondati da montagne (montagne alte!) ancora decisamente innevate a fine giugno. Entrambi sbaviamo letteralmente al pensiero di cosa debba essere sciare con questa vista: peccato che per la settimana bianca questo posto meraviglioso mi rimanga decisamente fuori mano :/ La giornata termina con una doccia, un’ottima pizza (buona al punto che torneremo anche la sera successiva) e un giro in Nevada: il confine taglia a metà il lago e si trova a due passi dal nostro motel, con due casino opportunamente piazzati appena oltre. Giochiamo alle slot, ovviamente perdendo e ammazzandoci di risate per quanto siamo incapaci (!), e facciamo ritorno in camera.

Il giorno dopo risaliamo verso la parte ovest del lago: noleggiamo due biciclette con annesso caschetto e trascorriamo la mattinata pedalando lungo una ciclabile di una decina di km. I panorami sono, anche qui, impossibili da descrivere, ma ancora non abbiamo visto niente, perché la tappa successiva è Emerald Bay (visibile solo da sopra, se non si dispone di una barca…). Tutto è talmente bello, panorami, case, cottage, negozietti che, ancora una volta, sembra di stare in un film. E pensare che, stando alla guida, questa non è nemmeno la parte più bella del lago, che dovrebbe rimanere a nord! Rientriamo che quasi ho il mal di testa… 🙂

Dopo un paio di giorni di riposo, bucato etc, la mattina del 26 giugno partiamo per San Francisco, dopo aver salutato la “nostra” casa, e ovviamente dopo aver fatto le pulizie, cambiato le lenzuola e cercato di riportare tutto nelle condizioni in cui era quando siamo arrivati.
L’elenco delle case in cui siamo stati comincia a essere rispettabile, ma ogni volta andarsene è un piccolo, grande dolore. Di affezionarmi a una stanza d’albergo non m’è mai capitato, ma in ognuna delle case dei nostri scambi ho lasciato un pezzettino del mio cuore! Ci consoliamo pensando che San Francisco ci aspetta forse nel suo giorno più speciale, quello del Gay Pride: incidentalmente, la parata ci costringerà a una mezza odissea nel traffico, ma tant’è; nel primo pomeriggio arriviamo finalmente a destinazione, in un classico motel americano che, pur non essendo certo un albergo boutique o un B&B in una casa vittoriana (tutti esauriti… dicevo appunto del Gay Pride), ha due enormi vantaggi: il parcheggio gratuito e la posizione veramente ideale, in una zona della città di cui mi innamorerò immediatamente… il tutto senza costare una fortuna.

Sistemati macchina e bagagli, dopo un pranzo veloce ma buooono, ci muoviamo a piedi per andare a recuperare il passport, valido tre giorni, per viaggiare sui mezzi pubblici. La rivendita più vicina è accanto a Ghirdardelli Square, e quindi per arrivarci attraversiamo Nob Hill e Russian Hill, passando proprio accanto alla celeberrima Lombard Street, nonché a una serie infinita di vie e viste e panorami dalla prospettiva impossibile.
Me l’avevano detto tutti, che questa città era favolosa, e non avevo motivo di dubitarne: e infatti, dopo 10 minuti in giro a naso all’aria, sono già perdutamente innamorata 🙂

Il Fisherman’s Warf è una delle zone più turistiche in assoluto, e in una giornata splendida come questa rigurgita letteralmente di gente, che entra ed esce dai negozi di souvenir, stramangia granchio affogato in tutte le salse, oppure si gode semplicemente il sole, come i buffissimi leoni marini del pier 39 (ottimo esempio di creature che hanno davvero capito TUTTO della vita). Anche noi facciamo lo stesso, e dopo averlo percorso praticamente fino in fondo torniamo verso l’albergo, sempre rigorosamente a piedi. A cena, complice il solito TripAdvisor, finiremo in un vicino ristorante cinese veramente ottimo e dalle porzioni spropositate: malgrado la fame, malgrado tutte le portate siano deliziose e la cameriera ci abbia messi gentilmente in guardia, avanziamo una tonnellata di cibo, sentendoci molto in colpa 🙁 “Ripareremo” tornando due sere dopo e ordinando praticamente una cena per uno scarsa che basterà ampiamente a entrambi.

La giornata successiva, nuvolosa e tutto sommato freddina, specie dopo esserci abituati al clima semi-desertico del delta (!), inizia con un’ottima colazione da La Boulange, dopodiché ci dirigiamo verso Chinatown, facciamo la foto di rito davanti al Dragons’s Gate, gironzoliamo per il quartiere e quindi per North Beach, la Little Italy di San Francisco, non senza un omaggio reverente alla più famosa libreria (beat) della città e forse del mondo (e al Vesuvio, dove pare che Kerouac si ammazzasse di vino e altro fino a tarda notte/prima mattina). A pranzo siamo a downtown, non senza aver girato come cretini per una mezz’ora buona sempre grazie alle informazioni molto aggiornate della Lonely Planet (!), e quindi facciamo visita allo SFMOMA. Purtroppo il secondo piano, dedicato alla fotografia, è in gran parte in allestimento, ma la collezione merita sicuramente e non ci lascia l’amaro in bocca come quella dell’equivalente finlandese. Per il rientro saltiamo su un autobus e siamo pronti per cenare (il quartiere pullula di ottimi ristoranti) e poi crollare svenuti a letto.

Ci svegliamo relativamente presto perché abbiamo prenotato la visita ad Alcatraz per le 10, quindi puntiamo al pier 33, facciamo rapidamente colazione e poi ci mettiamo in coda per salire sul battello. Ed è allora che inizia a piovere. E piove parecchio. Per tutta la durata della visita. E per tutto il resto della giornata. Scopriremo il giorno dopo che è stata la giornata più piovosa che San Francisco ricordi (in giugno) da… quando San Francisco ricorda!
Arrivati sull’isola acchiappiamo due poncho da 2$ che ci impediscono di infradiciarci del tutto e cominciamo la visita. Che è… tante cose. Intanto affollata, ancora di più visto che oggi non è proprio pensabile visitare l’esterno della prigione. Interessante, e affascinante. Ben organizzata (basta seguire le indicazioni dell’audio guida, fornita gratuitamente). E per me, assolutamente raccapricciante, complice anche la luce livida che piove sulle pietre tra una sbarra e l’altra. Non ero mai stata in una prigione prima, penso e spero di non visitarne mai un’altra, e sono consapevole che chi c’era finito se l’era abbondantemente cercata. Ma non posso fare a meno di chiedermi se non sarebbe più consono vietare alla gente di urlare, sghignazzare e fotografarsi facendo smorfie dentro le celle di isolamento…
Rientrati, passiamo in albergo ad asciugarci e a cambiarci, visto che siamo assolutamente fradici, pranziamo ottimamente alla Boulange e decidiamo di tornare verso Downtown e di infilarci in un enorme shopping center. È un peccato (anche perché ci sono praticamente solo negozi di vestiti e scarpe… che tristezza), ma piove veramente troppo per fare qualsiasi altra cosa. A nostra parziale consolazione, in questo pomeriggio quasi sprecato, riusciamo a salire su un cable car sia all’andata che al ritorno, e quindi possiamo sperimentare una delle meraviglie di questa città di matti. Il conducente che suona la campanella, magari a ritmo, e urla di togliersi di mezzo a chiunque osi mettersi sulla sua strada, ben sapendo che il suo mezzo ha la precedenza su tutto. L’abilità incredibile di questi personaggi che maneggiano con bravura da ballerini un misterioso sistema di leve. La grazia perfetta con cui salgono e scendono al volo, riuscendo allo stesso tempo a tenere d’occhio tutti i passeggeri. Malgrado la pioggia battente, non possiamo fare a meno di sentirci un po’ esilarati mentre percorriamo sferragliando le strade di San Francisco 🙂

Del pomeriggio un po’ sprecato ci rifacciamo il giorno dopo: dopo colazione la nostra meta è IL ponte, ovvero il Golden Gate Bridge, che percorriamo a piedi nei due sensi, scattando un miliardo di fotografie da ogni prospettiva possibile, con la fortuna di vederlo con e senza nebbia: la vista, da qualsiasi punto, è letteralmente impressionante e, di nuovo, sembra di stare in un film.

Ritornati al punto di partenza si è fatta ora di pranzo, quindi saltiamo su un autobus e ci muoviamo in direzione Avenues, dove ci fermiamo per un ottimo Thai, e quindi raggiungiamo Golden Gate Park, descritto dalla guida come il “gioiello segreto di San Francisco”. Il tempo purtroppo resta nuvoloso e non ci permette di godere appieno delle meraviglie di questo parco veramente enorme, pieno di musei e di attrazioni varie, incluso il Japanese Tea Garden, dalle meravigliose atmosfere zen. Mentre ci dirigiamo lemmi lemmi verso l’albergo il sole torna a fare capolino e la passeggiata ci regala un altro paio dei panorami impossibili-che-sono-possibili-solo-qui; la strada che sale sale sale e a cavallo dell’orizzonte l’azzurro del mare. O del cielo, chissà. È talmente bello che non riesco a distinguere, o forse è perché mi manca l’ossigeno a furia di salite e discese!
Oggi abbiamo camminato tantissimo: il modo ideale, per me, per salutare San Francisco e la California, visto che, dopo tre settimane tonde, domani si torna a casa. Il viaggio che abbiamo aspettato, pensato, organizzato per così tanti mesi e che ci sembrava eterno, a pensarci adesso sembra durato un secondo, e facciamo fatica a pensare che domani saremo su un aereo per 10 interminabili ore, o che, ancora più inconcepibile, in 48 ore saremo rientrati a casa! Facciamo i bagagli con poca voglia: anche se, come sempre mi capita, non sono scontenta di tornare a casa, vorrei teletrasportarmi, e non dover passare attraverso tutto il ciclo aeroporto-checkin-imbarco-viaggio-scalo-reimbarco. In realtà, per una volta il viaggio passerà abbastanza velocemente, almeno per me: 4 pastiglie di melatonina mi assicureranno di dormire per quasi tutto il tempo, e a Londra le 4 ore di scalo si riveleranno provvidenziali, vista la coda notevole ai controlli di sicurezza. Sull’aereo per Milano siamo circondati da italiani, e soprattutto italiane, urlanti e stupideggianti: ci guardiamo senza dire niente perché non ce n’è bisogno, per tre settimane non abbiamo avuto contatti con i nostri connazionali e adesso la dura realtà è parecchio dura. Ma come, un attimo fa ero a Cupertino, circondata da mele mangiucchiate, e a Mountain View, tra grazielle dai colori primari, campi da beach volley e piscine per il nuoto controcorrente (il tutto ovviamente riservato ai fortunati possessori di un badge con la Grande G)… e adesso sto sbarcando dall’aereo circondata dall’eterno piripì dei cellulari che-il-mio-non-prende-no-aspetta-adesso-sì? Che abbia sognato tutto? La casa nei suburb, il delta che luccica al sole, l’autostrada infinita in mezzo ai campi e ai pali della luce, il verde a perdita d’occhio dello Yosemite, i sorrisi dei californiani che sì, sono davvero la popolazione più assolutamente solare e gentile e cordiale dell’universo, le bandiere arcobaleno e la gente nuda per strada (o quasi), i cable car, i leoni marini, il ponte arancione che avrebbe dovuto essere grigio cemento?

Ci buttiamo a letto, distrutti dal fuso e dalla stanchezza, e prima di cedere finalmente al sonno, riesco ad articolare soltanto un ultimo pensiero: “Se è stato un sogno… spero di rifarlo presto”.

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