Nella terra dell’abbondanza

“Canopies of oaks and cottonwoods, many festooned with grapevines, overhung both sides of the blue current. Birds chattered in the trees and big fish darted through the pellucid depths. The air was like champagne, and (the Spaniards) drank deep of it, drank in the beauty around them. “Es como el sagrado sacramento! (This is like the Holy Sacrament.)”
(uno dei membri della spedizione di Gabriel Moraga, scopritore della Sacramento Valley – da Wikipedia)

[Disclaimer: osservazioni assolutamente sparse, sicuramente poco originali e, credo, non tanto coordinate… abbiate pazienza, in fondo sto scrivendo da 9 ore nel passato! :)]

Credo che la citazione qui sopra descriva perfettamente l’impressione che la California fa a chi, come noi, inizia a visitarla “dall’interno” e non da una grande cittá come Los Angeles o San Francisco. Non è un caso che la chiamino “The Golden State”, in riferimento non solo e non tanto all’oro, esauritosi quasi subito, ma a una serie di risorse ben più durature: sole, clima, acqua, terra fertile dove coltivare aranci, viti, limoni… Al nostro arrivo nella San Joaquin County siamo stati accolti da una serie infinita di filari, e avremmo potuto pensare di essere a casa, non fosse per il fatto che queste viti si sviluppano in pianura, per chilometri, senza bisogno di colline.
Un po’ ovunque, a bordo strada, c’è chi vende frutta, verdura o… carne di alligatore essiccata (!). Gli alberi da frutto e le palme sono dappertutto (compreso il “nostro” giardino). Ci sono tantissime Prius (più che in qualsiasi altro stato americano), ma anche tantissimi enormi pickup. I supermercati sono come ve li immaginate: giganteschi, pieni di qualsiasi articolo, prodotto, cibo vi venga in mente, declinato in un milione di varietà e di formati diversi, generalmente enormi anche quelli; frutta e verdura, anche quelle “organiche” e “locali”, sono lucide, coloratissime, disposte in pile e file ordinate (e c’è qualcuno pronto a ristabilire silenziosamente l’equilibrio non appena un cliente lo turba accaparrandosi un kg di mele o qualche carota).

I californiani sono notoriamente amanti dell’attività fisica e dell’alimentazione corretta, di conseguenza sono in media più magri, più in forma, più sani del resto degli americani. Ma, come avevamo avuto occasione di notare anche a Manhattan, qui negli USA il benessere fisico spesso va a braccetto con quello economico: mangiare “sano” costa, così come in generale prendersi cura del proprio corpo dal punto di vista medico o estetico. E così, di gente obesa o in sovrappeso, occupata a riempirsi il carrello di confezioni oversize di burro d’arachidi, o a ordinare un burrito XXL in uno dei tantissimi fast food, ne vediamo parecchia.

Al nostro occhio di turisti la crisi si nasconde, inizialmente, dietro le corsie stracolme, gli alberi carichi di frutta, gli Starbucks comunque presi d’assalto, gli interi quartieri di case come quella del nostro scambio (dove vivono 2 sole persone…): tre camere da letto e altrettanti bagni, sala da pranzo, cucina, family room con la televisione, il soggiorno; giardino, patio con jacuzzi, garage doppio nel quale sono parcheggiati il pickup e la Toyota d’ordinanza; il frigo doppio, una dispensa dove abbiamo trovato ogni ben di dio, e naturalmente ogni genere di elettrodomestico conosciuto all’uomo (e anche sconosciuto). Passato il momento di shock iniziale, però, l’occhio inizia a cogliere altri particolari, e allora diventa un po’ come quei giochi di abilità in cui devi riconoscere l’immagine nascosta. I cartelli di vendesi e affittasi a decine di fronte alle ville; i carrelli degli homeless stracolmi, in posizione strategica qua e là nei parcheggi dei centri commerciali; le pubblicità alla radio che parlano di supermercati dove tutto costa ancora meno “per aiutarvi in tempi di crisi”; cartelloni che pubblicizzano studi legali specializzati in procedure fallimentari (il fallimento qui è anche personale) e immobiliari, o semplici cartelli scritti a mano e appesi ai pali della luce, “I BUY HOUSES”; le strutture di self-storage: fino a poco tempo fa, la gente pagava per conservare tutti gli oggetti per i quali non aveva spazio malgrado le case sproporzionate; oggi, paga per non separarsi da ciò che ha dovuto sgomberare dalle stesse case, abbandonate perché diventate troppo costose; yard sale e negozi di usato che spuntano a ogni angolo (e, in un caso e nell’altro, non tutti sono allegri, colorati e ben tenuti, con il cane di casa che saltella nel vialetto; alcuni sanno di disperazione e ultima spiaggia); i cartelloni che supportano il blocco dei licenziamenti dei membri del distretto di polizia “per continuare a servirvi con orgoglio”; i tantissimi spazi commerciali “for lease” all’interno dei centri commerciali, ma anche nel centro delle città; e potrei continuare.

Ho continuamente l’impressione di trovarmi davanti a uno schermo, che mostra un’immagine con tutti i segni e i simboli dell’estremo benessere, ma che ogni tanto si scosta e lascia intravedere quel che c’è dietro. E, dietro, il quadro fa quasi paura. Non posso nemmeno iniziare a immaginare come debba sentirsi chi, per tutta la vita, ha vissuto in questo paese di bengodi, in questa terra dell’abbondanza, e un brutto giorno ha iniziato a intravedere quel che c’era dietro lo schermo.

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5 thoughts on “Nella terra dell’abbondanza

  1. Non sono mai stata negli States, ma ho avuto un fidanzato di Detroit. Ricordo bene quando facevamo la spesa per noi due: lui comprava 12 bottiglie di latte, 60 rotoli di carta igienica, padelle con diametro 30. Immagino che, una volta caduto (o anche appena scostato) il sipario del benessere ad oltranza, lo sgomento dei nostri debba essere direttamente proporzionale all’unica taglia che hanno in mente:l’XXXL..

    1. Credo che lo shock psicologico infatti sia stato e sia tuttora piuttosto forte, e da qui lo si capisce ancora meglio.

  2. ….non a caso il minimalismo nasce e fa notizia soprattutto negli States. Decine e decine di e-book e guide su come vivere “debt-free”, come risparmiare e ridurre i consumi, vivere in case più piccole, possedere di meno…
    Io credo che noi qui in Europa siamo fortunati a non aver assorbito questa parte della loro cultura, questo forse ci “salverà il culo”….speriamo….

    1. Guardando a certe italiche manifestazioni e atteggiamenti mi verrebbe da pensare che siamo molto a rischio anche noi, anche se magari su un’altra scala… speriamo 🙂

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