La bolla del benessere – Umair Haque

Articolo segnalato da Minimal Mac; qui l’originale. A me è sembrato incredibilmente centrato (e ben scritto, ma se l’inglese non è proprio il vostro forte, dovrete accontentarvi della mia traduzione). E poi casca a fagiolo, visto che, se tutto va secondo i piani, quando lo pubblicherò saremo da poco arrivati nella Terra del Consumismo 🙂 Aspetto i vostri commenti, ovviamente.

Una domanda per voi: e se, forse ma solo forse, il nostro modo di vivere fosse tutto una bolla?

Perché questa domanda? Per capirlo, eccone una serie di altre: qual è l’andamento del valore della vostra casa? Dove andrebbe a finire la vostra pensione (l’autore si riferisce al 401k, un tipo di piano pensionistico estremamente diffuso negli USA – ndt), se le banche centrali smettessero di foraggiare le altre banche? Quanto costa quest’anno mandare un figlio al college (suggerimento: in media, il 10-15% in più rispetto all’anno scorso)? Quanto spendete ogni settimana per riempire il frigo e il serbatoio? Qual è l’andamento dei prezzi delle materie prime (e dell’oro!)? Bolla, bolla, fatica estrema e grosse difficoltà: sembrerebbe che oggi, ovunque si guardi, ci sia una bolla che si sta gonfiando… o sta per scoppiare.

Sono convinto che le mini-bolle che ho citato sopra siano espressioni diverse di quella che potremmo definire la superficie di una super-bolla: la bolla del benessere. Cosa intendo per “bolla del benessere”: la nostra idea di “bella vita” (ne abbiamo discusso) si è sviluppata intorno a quella che chiamo opulenza edonistica: possedere più cose, più grandi, più veloci, meno costose, e possederle subito. Tuttavia, come forse scopriremo nel modo più doloroso, è possibile che la rincorsa alle cose “al minimo comune denominatore”, tipica dell’epoca industriale, sia stata parecchio sopravvalutata in termini di valore sociale, umano e finanziario. E, adesso, la bolla sta scoppiando.

Quello che non intendo per bolla del benessere: che domani il PIL globale collasserà, per poi continuare a ridursi di decennio in decennio, finché torneremo a cacciare armati di utensili in pietra e a grugnire davanti al fuoco. Né che il nostro obiettivo dovrebbe essere bloccare completamente la crescita e preservarci in una sorta di bozzolo simil-Amish, eternamente uguale, dove la vita del futuro prossimo e remoto sarà esattamente identica a quella che è oggi.

Quello che intendo è che “di più/più grande/più veloce/meno costoso” non significa necessariamente “migliore/più sensato/più intelligente/più vicino/più adatto”. Visti da vicino, in relazione al PIL, gli standard di vita sono già collassati: visti da vicino, i parametri che misurano la produzione industriale lorda si sono separati da quelli che misurano il benessere della persona, sempre carenti ma comunque leggermente più significativi, come l’Index of Sustainable Economic Welfare e il Genuine Progress Indicator; e questi ultimi nel migliore di casi stanno rallentando notevolmente da decenni, nel peggiore sono morti e sepolti. Giusto perché non liquidiate queste avanzate concettualizzazioni come visioni utopistiche da idealista, vi ricordo che la Measure of Economic Welfare, ad esempio, è stata ideata niente meno che dal premio Nobel James Tobin. In una parola: la bolla del benessere sta a testimoniare che, probabilmente, il rendimento della roba, in termini umani, è notevolmente ridotto. Questo significa che possiamo rincorrere livelli di produzione da record, vivere in un villone, guidare SUV delle dimensioni di un carro armato, incollarci a una TV 3D grossa come lo schermo di un cinema: ma resta quantomeno dubbio, e nel peggiore dei casi è altamente improbabile, che tutto questo stimolerà in modo anche minimo la nostra capacità di vivere bene, in modo significativo, in particolare se consideriamo i costi nascosti e le conseguenze non volute di questo stile di vita. Stile di vita che, in assenza di una più completa definizione di prosperità, potrebbe trasformarci, anziché in semidei onnipotenti, in zombie amorfi e ciccioni alla perenne ricerca dell’ultimo oggetto “di moda“.

Considerate le mini-bolle, una per una, e il modo in cui la rincorsa folle al benessere ha contribuito al loro espandersi.
Andare all’università è diventato un’espressione di ricchezza quasi ridicola: ci si iscrive non per imparare, ma per acquistare un titolo di studio, vivere in un dorm alla moda e ovviamente divertirsi il più possibile. I prezzi delle materie prime si impennano perché la Cina rincorre il benessere come Charlie Sheen rincorre signorine allegre. L’oro? Beh, tanto il grandissimo industriale quanto il padre di famiglia è alla ricerca di modi per tutelarsi dal crollo delle valute di paesi che si sono spaccati la schiena sulla ruota del benessere basato sull’indebitamento. E poi c’è il mercato immobiliare, e quella che forse è la mini-bolla definitiva: l’indebitamento stesso che, secondo Robert Reich, Joe Stiglitz e io, si è accumulato non tanto e non solo a causa della corsa agli acquari di design e alle scarpe da $300 (cucite in uno sweatshop per tre dollari) ma, più significativamente, perché da decenni i redditi medi ristagnano.

La semplice verità, forse, è che viviamo oltre i nostri mezzi perché il nostro modo di vivere ha atrofizzato i mezzi di cui disponiamo. E può darsi che il modo in cui viviamo, lavoriamo e ci divertiamo richieda una profonda trasformazione, se intendiamo fare sì che i nostri mezzi ci consentano di vivere, lavorare e divertirsi meglio in futuro.

La principale conseguenza non voluta e il maggiore costo nascosto della corsa alla ricchezza potrebbero essere interni, anziché manifestarsi all’esterno; non tanto cieli avvelenati e mari prosciugati, e nemmeno la fratturazione violenta della società, ma il nostro stesso potenziale umano che avvizzisce e muore; ciò che un economista con un cuore chiamerebbe un’esternalità negativa del consumismo con effetti sull’anima: che corrompe la società dall’interno, facendone implodere la capacità istituzionale, l’ambizione organizzativa e il divorante desiderio personale di affrontare le sfide capaci di trasformare il mondo di domani, risolvere i problemi veramente seri e impegnarsi sulle questioni che più di tutte contano. Da una prospettiva economica, il benessere potrebbe equivalere a qualcosa tipo: “Questo paese di tuberi abbronzati, perfettamente in forma e in stato di coma, sta scegliendo di incassare le proprie fiches e di spenderle per un separé VIP in piscina, dove potranno ammazzarsi di cappuccini al latte di soia da 10$ serviti da legioni di McServi… anziché lavorare per tracciare la strada verso un domani migliore”.

Ed eccoci qui, in mezzo alle rovine fumanti e scricchiolanti del nostro benessere. Possiamo trovare riparo, individuare un posto un po’ meno pericolante dove stabilirci e probabilmente, in un modo o nell’altro, guadagnare qualche altro decennio (anche se ognuno sarà più instabile, incerto e sgradevole del precedente), nell’abbraccio tiepido e famigliare della “bella vita” di ieri. Ma la verità è che farlo equivarrebbe a nascondersi. Scomparire, svanire, indietreggiare, arretrare: in un parola, declinare.

Oppure, possiamo abbandonare il sentiero segnato, così confortevole, usurato, tossico: e dedicarci a creare il futuro.

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