La ballata del Mai Contento

Se ho tanto lavoro, mi stresso
Se ho poco lavoro, mi preoccupo

Se ingrasso, mi deprimo
Se resto uguale, vorrei dimagrire
Se dimagrisco, vorrei dimagrire di più (e poi UFFA ho voglia di pizza)

Se ho un po’ di tempo libero, finisce che non che farmene (I know, sad enough)
Se non ne ho, mi viene il nervoso perché “non ho tempo di fare niente”

Se resto a casa ho voglia di partire
Se parto devo fare i bagagli, e c’è la casa da sistemare per lo scambio, e che palle 10 ore di aereo (ammazzatemi adesso, che me lo merito)

Se guadagno, ci saranno le tasse da pagare
Se calano le entrate, ecco, adesso come facciamo?

Ho una casa grande? Cheppalle, va pulita, e poi le spese ci uccidono
Valutiamo una casa più piccola? E sono tutte tristi, e poi dove lavoro, e mi sento soffocare

Capita anche a voi di aver voglia di prendervi a schiaffoni (ma forti), perché nella vostra vita non c’è veramente NIENTE che non va (anzi, ci sarebbe da ringraziare Dio-o-chi-per-Lei ogni 50 secondi) e invece vi svegliate con l’espressione di chi ha mangiato un limone e non vi va bene nulla?

Di solito, quando mi succede (non ridete) ripenso a quando mi sono fracassata la caviglia e, rimuginando, mi impastavo regolarmente nel seguente loop:
“Beh, su, dai positiva: poteva andare molto peggio, potevi spaccarti una spalla… o una vertebra! E Marco non si è fatto nulla, pensa che ridere se finiva all’ospedale pure lui!”
seguito immediatamente da
“Però accidenti che palle, poteva pure andarmi molto meglio, cado da 2 cm e anziché rompermi un osso come chiunque mi fracasso tibia, perone e malleoli? Ma sarò sfigata? E adesso mi tengo le stampelle chissà quanto, non riesco a camminare, non riesco nemmeno a lavarmi, mi fa male tutto ed è pure estate. Fa un caldo fottuto e io qui bloccata sul divano! E poi ‘sto divano non potevamo ricoprirlo con un tessuto un po’ più fresco?”

(ripetere ad libitum)

Ripenso a quei momenti perché avere le stampelle per 6 mesi circa dà tutto un altro sapore al semplice piacere di alzarsi dal letto con le proprie gambe, e quindi aiuta parecchio a rimettere in prospettiva le lagnosità assortite di tutti i giorni; e perché, pur decisamente ottenebrata dai fumi degli antidolorifici e del caldo (fottuto, sempre lui), in quell’occasione ho imparato perfettamente la lezione del “ogni situazione ha due facce”. Sta a noi cercare di concentrarci sulla faccia che ride, smettere di lamentarci (un po’ però è concesso, eh…), cercare di capire cosa possiamo fare per cambiare o migliorare la situazione, e agire per ottenerlo.
In altre parole: “Stop complaining, start doing“.
Non c’è niente al mondo che mi irriti di più (diciamo pure che mi mandi più in bestia) di chi si lamenta in continuazione di una situazione ma non fa nulla per gestirla, anzi sembra che ci si metta d’impegno a incasinarla sempre di più.
Vedo persone (e secondo me è un atteggiamento molto femminile, gli uomini lo fanno meno) che sembra facciano ogni sforzo per complicarsi la vita, o per farsi proprio del male. E poi si lamentano del destino baro e crudele e della sfortuna che le perseguita; e, in genere evitano accuratamente di esporre le proprie rimostranze a chi magari è parte del problema e potrebbe contribuire a risolverlo (penso soprattutto a certi rapporti di coppia, ma non solo). Come se sotto sotto desiderassero complicarsi l’esistenza per poi godere del (dubbio) piacere di potersi lagnare a piacimento. Tendevo a farlo anche io: un piacevole tratto caratteriale che ho ereditato da mia madre, abilissima in questo “giochino”. Ho sperimentato direttamente quanto devastante può essere questo atteggiamento, su di noi e sulle persone che ci circondano, e che non sono in grado, per mancanza di volontà o di consapevolezza, di sottrarsi al ciclo infinito dell’auto-boicottaggio e conseguenti lamentazioni. Io, che a un certo punto ho deciso di sottrarmi (anche se l’ho fatto probabilmente più per egoismo puro e semplice che altro), voglio fortissimamente evitare di cascarci.
Prima di tutto evitando di crearmi motivi più o meno validi per lamentarmi, o evitando di peggiorare quelli che ci sono. In secondo luogo, agendo per risolvere i problemi, per quanto è possibile. E in terzo luogo, alzando la manina e rompendo le scatole ai diretti interessati quando qualcosa non mi sta bene. Sarò sicuramente catalogata come scassapalle DOC (anzi, lo sono già), e in tanti casi manderò giù comunque il rospo, per vari motivi; ma almeno non rischierò mai di sentirmi dire “non avevo capito che non ti stava bene, dovevi dirlo!”. E questo vale sul lavoro (specie se si è liberi professionisti!) e nei rapporti personali: il povero Marco probabilmente, spesso vorrebbe che questa filosofia di vita non l’avessi mai adottata 😉

Motivo di questo sfogo? Questo atteggiamento per me è uno dei più dannosi, in grado veramente di avvelenare la vita sia del “lamentante”, che per forza di cose non sarà mai sereno, sia dei “lamentati”, che vedono star male/non stare bene una persona che sta loro a cuore, senza riuscire a farci nulla. Se sfocia nel patologico, credo si parli di disturbo passivo-aggressivo; non mi addentrerò perché non è il mio campo, ma eccovi una definizione che forse a qualcuno suonerà vagamente famigliare: “i soggetti con questo disturbo di personalità appaiono tipicamente incapaci o passivi, ma queste condotte mirano nascostamente a evitare le responsabilità o a controllare oppure punire gli altri”.

In ogni caso, è una zavorra bella pesante: ed è perfettamente inutile che sgombriamo gli armadi e le dispense se poi continuiamo a trascinarci dietro ben altri pesi.
Se i diretti responsabili siamo noi, possiamo (secondo me dobbiamo) smettere di lamentarci e agire, o almeno provarci. Se dipende da altri, non arriverò a dire che dobbiamo tagliare i ponti con chiunque osi lasciarsi andare a uno sfogo ogni tanto, è ovvio. Ma, come sempre (che nausea, gente, ripeto sempre le stesse cose, ma come fate a non annoiarvi?!), cerchiamo di essere consapevoli, e sinceri (con delicatezza, nel caso, che non guasta mai). Magari riusciremo ad andare oltre il classico “poverino/a, quanto mi dispiace” e a fare davvero la differenza per qualcuno che ci sta a cuore.

nella foto, la (zampa della) nostra gatta, come si vede maestra nell’antica arte della complicazione affari semplici… 😉

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7 thoughts on “La ballata del Mai Contento

  1. Tutto verissimo, quante volte al giorno lo penso anch’io! Soprattutto i giorni che sono più lamentosa, anzi proprio lagnosa, a volte per fortuna mi fermo un attimo e dico a me stessa: ma sai che hanno proprio ragione quelli che ti guardano e ti dicono “beata te”?
    L di recente ha scritto Torta al testo buona ma facile

  2. come diceva la fisioterapista tedesca di un mio ex collega malato di tumore ai polmoni e grande,immenso lottatore anche a suon di positività: “Inzpirare,zoffiare”. Ottimo modo per prendere tempo prima di iniziare la lamentazione,caso mai nel frattempo si cambiasse punto di vista. Ma siamo proprio tutte uguali, eh? :-))) p.s.ma era una zampa, quella? l’avevo presa per un topo
    elena di recente ha scritto Anchio Carbon Free

    1. a) “Inzipirare, Zoffiare”, diventerà il mio mantra
      b) Ebbene sì, è una zampa. LaScema (uno dei tanti nomi della mia gatta) ama talmente nascondersi sotto il frigo che aveva scardinato a forza lo zoccolo. L’abbiamo rimesso a posto e…. queste sono le scene ridicole alle quali assistiamo

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