Storie di downshifting – Downshifting per caso

Come promesso, ecco un’altra intervista a downshifter “reali”, grazie a L. che si è gentilmente prestata a rispondere alle mie domande. La prima “puntata” della serie:

Storie di downshifting – Sandro


L. 34 anni, vive in centro Italia. Potete seguirla sul suo blog, Downshifting per caso, su Facebook e tramite Twitter.

Cosa facevi “prima”?

Lo stesso lavoro che faccio ora, ma da dipendente, mentre ora sono in proprio, e in città, mentre ora sono in un piccolo paese

Cos’è che ti ha fatto scattare la molla?

La mia esperienza è un po’ “all’inverso” rispetto alla maggior parte dei downshifter, vale a dire che ho preso coscienza di aver iniziato un percorso di semplificazione della vita quando era già in atto. L’occasione è stata la proposta, arrivata un anno fa per caso e colta al volo, di rilevare una piccola attività commerciale in un altrettanto piccolo paesino.

Cos’è per te il downshifting?

La mia non è stata una scelta drastica, continuo a lavorare; perciò, almeno per ora, per me downshifting è lavorare con meno stress, vivere più lentamente e soprattutto consapevolmente, godendosi le piccole cose. È avere tempo per pensare, per dormire fino a tardi, per riscoprire interessi messi da parte e per scoprirne di nuovi. È imparare a distinguere tra  bisogni veri e fasulli, tra cose necessarie (intendiamoci, anche farsi un regalo può essere “necessario” a volte!) e cose superflue, tra amici ai quali dedicare tempo e persone a cui dire cortesemente ma fermamente “no, grazie”. È accorgersi che ci sono tante cose che si possono fare con le proprie mani con fatica e tempo, ma soprattutto con enorme soddisfazione.

Ci racconti la tua esperienza più in concreto?

Quasi da un giorno all’altro sono passata da: esco alle 8 di mattina e torno a casa alle 9 (ma spesso più tardi) di sera, a: a volte lavoro tutto il giorno, ma spesso solo mezza giornata (siamo in due, quindi possiamo alternarci), ci metto un minuto (di orologio) per andare da casa al lavoro e viceversa, ho il vincolo degli orari (è un’attività al pubblico) ma, per il resto, anche al lavoro posso fare praticamente quello che voglio

Cos’è successo quando hai fatto il salto?

Visto che continuo a lavorare, rispondo a questa domanda intendendo come “salto” il fatto di essermi trasferita e di aver lasciato un lavoro da dipendente a tempo indeterminato per un’attività in proprio.

Paradossalmente per ora in termini strettamente di ore-lavoro non è cambiato molto, anzi forse lavoro più ore. Dico forse perchè non ho fatto dei calcoli precisi, le mie ore lavorative cambiano di settimana in settimana, la mia socia continua a lavorare anche da dipendente e contemporaneamente gestiamo anche un’altra attività. Insomma, apparentemente ci siamo caricate di lavoro invece di alleggerirci, dove sarebbe questo downshifting, direte voi?!

La differenza fondamentale è che lavoro e vivo in modo molto molto meno stressante, i tempi morti dei trasferimenti casa-lavoro sono praticamente azzerati, posso organizzare il lavoro secondo i miei gusti e le mie preferenze.

Faccio dei sacrifici e degli sforzi, ma so che sono per me! Lavoro 7 giorni a settimana, ma con la tranquillità di poter chiudere se e quando voglio per un giorno di vacanza improvvisato (è già successo per fortuna!) o per una necessità (che per fortuna non si è ancora verificata).

Al di là del lavoro, la differenza principale è che sono meno distratta nelle cose che faccio; cerco, nella vita di tutti i giorni, di evitare gli sprechi, e non solo di soldi, anche di cose e di tempo. E’ un’attitudine che in realtà ho sempre avuto, un po’ per carattere e un po’ per necessità, ora però lo faccio più consapevolmente e, anzi, ci sto prendendo gusto!

Vivendo in un piccolissimo centro, poi, godo di tutte le piccole cose che è molto difficile avere in città: silenzio, verde tutto intorno, niente condominio e così via.

Che programmi hai per il futuro?

A breve-medio termine l’obiettivo principale è quello di far sì che il lavoro che facciamo ora sia sufficiente per vivere sia per me che per la mia socia, per poterci permettere di lasciare i “lavori collaterali” e avere più tempo a disposizione. Visto che è un’attività nata da poco speriamo di raggiungere quest’obiettivo, in parte, incrementando le entrate, ma stiamo lavorando molto anche e sopratutto per selezionare e ridurre i consumi! Poi ci piacerebbe poterci permettere di “chiudere” ogni tanto per qualche giorno per riprendere a viaggiare un po’.

Ci descrivi la tua “giornata tipo”?

Quasi tutti i giorni lavoro mezza giornata, il resto del tempo lo impiego facendo tutta una serie di cose: cucino, faccio il pane, lo yogurt, curo il giardino (mai fatto crescere nulla in vita mia), leggo libri e giornali, su carta e molto online, guardo film e serie TV, faccio un po’ di sport (casalingo, niente palestra qui nel paesello: cyclette, a volte corsa), socializzo, prevalentemente sui social network, amo twitter!, a volte non faccio assolutamente niente…quest’ultima “attività” se il tempo lo permette la svolgo in giardino!

Qualche volta lavoro anche a casa, se ci sono lavori da consegnare o scadenze per l’attività collaterale che portiamo avanti con la mia socia (è un’attività di consulenza), ma in genere cerco di fare anche questo nelle ore lavorative.

Non è che facessi una gran vita notturna neanche prima, ma le cene fuori si sono ulteriormente ridotte nell’ultimo anno, e stare a casa non è un sacrificio, anzi un piacere! Quando capita di andare a cena fuori con gli amici la serata diventa un piccolo evento e me lo godo tantissimo!

Ti senti mai “annoiata” o “senza niente da fare”? Ti manca qualcosa della tua vita “di prima”?

Fin da piccola ho questa caratteristica che considero positiva: è davvero molto molto difficile che io mi annoi.
Ora meno che mai, visto che posso fare in ogni momento quello che ho voglia di fare: anche al lavoro, quando ho tempo, posso leggere, guardare film, ascoltare musica, scrivere email, chiacchierare con gli amici al telefono o on line, posso fare un altro lavoro, posso studiare, cercare ricette di cucina da realizzare poi a casa. Volendo potrei imparare una lingua, lavorare a maglia, fare origami…e chissà quante altre cose a cui non ho ancora pensato!!!

Della vita di prima non mi manca quasi niente, a volte la routine della palestra, perchè sono pigra e a casa è più difficile essere costanti. E il cinema e le librerie, che a causa della distanza da grossi centri frequento molto meno spesso rispetto a prima.

C’è qualcos’altro che vuoi aggiungere?

Come hanno detto altri molto meglio di me, scalare la marcia è un atteggiamento della mente prima che esteriore. Non siamo tutti uguali e non è detto che il percorso debba essere lo stesso per tutti. Questo significa anche che non è necessario, secondo me, essere ricchi per provarci.

Io non posso, per ora, smettere di lavorare e in realtà non so se, pur potendo, lo farei: il lavoro che faccio ora, fatto come lo sto facendo da un anno a questa parte, mi piace infinitamente più di come lo facevo prima, perciò mi sembra già di aver raggiunto un primo obiettivo.

La mia esperienza, d’altra parte, è appena all’inizio, forse devo ancora capire in che direzione voglio andare, e comunque ho imparato a non escludere nessuna possibilità nella vita!

***

L’esperienza di L. è ovviamente molto diversa da quella di Sandro, ma per certi versi mi colpisce anche di più: forse perché abbiamo più o meno la stessa età e per certe similarità nel modo di intendere il lavoro. Anche io sono totalmente autonoma, non ho orari nel bene e nel male, e mi rendo conto che questa libertà, che per me è sempre stata scontata perché non ho mai lavorato da dipendente, per tanti è un’utopia irraggiungibile. È una libertà che significa anche decidere di guadagnare meno, di rifiutare un lavoro (o più lavori). Sembra assurdo, quasi offensivo nei confronti di chi un lavoro non ce l’ha o fatica a trovare opportunità? Lo so; ma, riflettendoci, mi rendo conto che anche in questo ambito è utile capovolgere la prospettiva: e la prospettiva normale è che, più si può lavorare, e guadagnare, più si deve farlo. È un paradigma, una di quelle cose che diamo per scontate sia giusta e basta. Ma se andiamo oltre e ci poniamo la domanda fatidica, “Perché?”, ecco che forse la risposta non è altrettanto scontata. Il lavoro è un valore? Io lo considero un valore, ma non in assoluto: nel senso che amo quello che faccio e cerco di farlo al meglio possibile, perché traducendo io mi sento realizzata come persona. Se per qualsiasi motivo il mio lavoro smette di farmi sentire realizzata (perché è pagato troppo poco, perché le condizioni non sono quelle necessarie a fornire risultati di qualità, perché ho esagerato e devo riposarmi, perché ho deciso di dedicare una settimana o due a vedere il mondo e a rilassarmi…), allora smette anche di essere un valore. Non è più necessariamente vero che più posso lavorare/guadagnare, più devo farlo.
Ovviamente dobbiamo tutti fare i conti anche con l’equazione lavoro = soldi, che necessariamente influenzerà le nostre scelte. Ma allora nell’equazione (come osserva giustamente anche L.) deve entrare anche la possibilità reale di ridurre spese e consumi. Il cerchio si chiude: Lavoro meno <> Guadagno meno <> Consumo meno. Tre elementi strettamente collegati, ciascuno dei quali porta con sé tutta una serie di altre conseguenze a cascata… e che conseguenze! Quanti di voi hanno sospirato leggendo di tutte le cose che L. può fare nel tempo non (più) dedicato al lavoro… tipo dormire fino a tardi, e non solo la domenica? Insomma, scalare la marcia si può: non nascondiamoci dietro al pretesto che il “downshifting che è solo per ricchi”, perché basta un po’ di onestà per rendersi conto che non è vero. Pensiamoci su. Io e L. aspettiamo i vostri commenti e… alla prossima puntata! 🙂

minimo è anche su Facebook e su Twitter

21 thoughts on “Storie di downshifting – Downshifting per caso

    1. Il lato positivo (secondo me) è che, se si riesce a uscire per un attimo, a capovolgere la prospettiva, ci si rende conto subito che qualcosa suona male, ma veramente male. E da quel punto è tutto in discesa… o quasi!

  1. bella l’intervista, interessante il tuo commento… una volta di più il lavoro si conferma come il mio nervo scoperto e infatti non riesco a trovare la chiave giusta per scriverne e fare il punto della situazione 🙁
    Silvia di recente ha scritto Beny More – Como Fue

    1. La candidata Stima elabori perché sono un po’ poco recettiva e non ho capito troppo bene. Nel senso che vorresti cambiare? Lavorare di meno? Non lavorare del tutto?

        1. Uff finalmente torno online e riesco a rispondere. Quando finisci di caricare sarò interessata a conoscere i risultati 🙂

  2. la testimonianza di L è molto bella. Mette in luce una cosa importante, il downshifting è diverso per ogni persona e non ci deve omologare, ma fare emergere il meglio di noi.
    l’unica cosa che ci può rendere simili è essere diversi. specialmente diversi da chi ancora continua a lavorare per comprare cose per per apparire a persone che non li ama.
    Questa frase è di Simone Perotti, ma è troppo bella per non essere citata.
    Simone Perotti attualmente insieme ad altre persone sta facendo la traversata dell’oceano atlantico…

  3. bella intervista. anch’io sto valutando di muovermi in quella direzione. parlo soprattutto dell’aspetto trasferimento, perché per il lavoro ho già fatto il “salto”. in realtà sono ancora in pieno salto, speriamo di non precipitare 🙂

    1. Ma no, che precipitare! Anzi, volerai altissimo! E… bello il sito, l’ho inserito nel mio feed.

  4. Piccola postilla: ieri ero al lavoro e proprio non ne avevo voglia e sapete che ho fatto? Ho chiuso prima e me ne sono andata a casa!!!!! E niente capo ad arrabbiarsi (giustamente, intendiamoci!) !
    Certo se lo facessi sempre non sarebbe bello, ma sapere di poterlo fare quando ne hai bisogno è una sensazione fantastica!
    L di recente ha scritto Con i libri non si mangia

  5. Non uso questa parola ma forse ho sempre seguito la teoria, rinunciando a qualcosa, ma molto di più ottenendo altro. Solo che mi rendo conto che il mio downshifting è parziale, perchè quello che faccio non è del tutto ciò che vorrei fare. mannaggia non si capisce niente, magari ci scrivo un post. Grazie dello spunto!!!!
    Lucia di recente ha scritto Tradizione- egoismo e formaggio

  6. Bellissima esperienza. “più si può lavorare, e guadagnare, più si deve farlo”. Penso che tu abbia centrato il punto, l’attuale sistema politico-economico che ci circonda deve la propria sopravvivenza a quel postulato e fa di tutto per farlo passare come giusto e rende tutte le persone che non lo seguono colpevoli. Probabilmente uno dei (pochi) lati positivi della crisi economica è quello di risvegliare qualche riflessione in merito.

    1. Molto vero quello che dici sulla crisi economica, anche dal punto di vista di una certa ricerca del “vivere con meno” in generale. Tutto sta nel vedere se, quando tornerà a girare qualche euro in più, queste riflessioni avranno effetti duraturi…

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