L’altra faccia della medaglia

Prendo spunto da questo bel post di Elisa su Androide Minimalista, e da un’interessante discussione su Facebook, a partire da un’intervista rilasciata da Simone Perotti (ne parlavo qui), autore tra gli altri di due libri e di un blog sul downshifting.

Premessa doverosa: non voglio giudicare nessuno, in nessun modo. Credo fermamente che ognuno abbia il sacrosanto diritto di vivere come vuole, e questo comprende il diritto di scegliere come spendere, risparmiare o sprecare i propri soldi. Senza contare che quello che per me è uno spreco, per un altro sarà un acquisto indispensabile, e viceversa. Sono consapevole che, anche nei cosiddetti “paesi ricchi”, e purtroppo sempre di più a causa della crisi economica, sono tante le famiglie che non arrivano a fine mese o ci arrivano facendo grandi sacrifici. Il mio discorso ovviamente non si rivolge a queste persone: come osserva giustamente Elisa, parlare di minimalismo (o di downshifting) senza fare le dovute distinzioni, o dimenticando che c’è chi possiede poco e basta, e non può scegliere, è snobistico. E poco intelligente, aggiungo io.

Ma c’è un’altra faccia della medaglia.

Quante persone conoscete che si lamentano di avere mille spese, di non riuscire a mettere nulla da parte… e poi aprono finanziamenti come pacchetti di patatine, per comprarsi la TV a 42 pollici, o il telefono ultimo grido, o il portatile super leggero? E non perché la vecchia televisione ha smesso di funzionare, ma perché “sta bene”, “bisogna”, perché altrimenti “facciamo la figura dei pezzenti”.
Mangiano fuori enne volte al mese, spesso senza nemmeno preoccuparsi di scegliere il ristorante con troppa attenzione; e finiscono per pagare una fortuna una cena che avrebbero potuto cucinare dieci volte meglio a casa, spendendo un terzo. Ma mangiare a casa “fa tristezza”.
Hanno l’iPhone e non lo sanno configurare.
Spendono cifre esagerate in abiti firmati selezionati solo o quasi solo in base al fatto che il marchio sia sufficientemente grande da essere visibile anche dalla Luna (penso alle polo di Ralph Lauren con il giocatore di polo grande quanto tutta la maglia, ad esempio).
Vanno al bar a fare colazione tutti i giorni, o a prendere l’aperitivo, o il famigerato “apericena” (!), magari più volte in una settimana.
Fanno le vacanze dall’altra parte del mondo… nei villaggi turistici. E quello che si ricordano di Santo Domingo, o del Messico, è il numero delle piscine all’interno del villaggio, e quanto erano scotti gli spaghetti.
Diventano genitori e comprano il passeggino che costa come una macchina, perché “sai, noi vogliamo il meglio per il nostro bambino”. Peccato che al vostro bambino non interessi una mazza di avere il passeggino che assomiglia a una Ferrari, o la tutina di Burberry.
Comprano casa e accendono un mutuo che li strozza (ultimamente questo succede meno… ma solo perché le banche hanno stretto i cordoni della borsa) perché devono avere casa in quel quartiere, e devono avere una stanza in più “che non si sa mai”, e devono comprare quei mobili. 40.000 euro di mobili per 45 mq di casa. L’Ikea no, “io per casa mia l’Ikea no”.
Si comprano la fotocamera reflex perché va di moda, anche se non sanno nemmeno accenderla. E il frigorifero all’americana (in dieci comode rate… o quarantotto) anche se sono in due. E comunque non mangiano mai a casa (vedi sopra).

Potrei continuare all’infinito, ma avete capito cosa intendo. Ovviamente, lo ripeto, nessuna di queste cose (abiti firmati, “bei” mobili, auto, ristoranti, aperitivi…) è negativa in assoluto. Quel che è negativo (anzi terribile, secondo me) è che vengano considerate indispensabili così tante cose che in realtà non lo sono affatto: non lo sono in assoluto. È negativo che non ci fermiamo più a pensare se qualcosa ci serve, ma ci facciamo prendere dall’automatismo: ogni tot la macchina si cambia indipendentemente da tutto; bisogna non essere in vacanza (sacrosanto, di nuovo), ma andare in vacanza (possibilmente lontano, altrimenti facciamo brutta figura); dopo cinque anni, o sette, iniziano a pruderci le dita e ci viene voglia di cambiar casa… quella stessa casa per cui ci siamo svenati, mobili (su misura) e tutto; e se questa stagione vanno di moda gli stivali da pirati dei Caraibi, vuoi non comprarne almeno un paio? Ce li hanno tutti!

E così, quando qualcuno parla di downshifting, di mollare tutto e di vivere con 800 euro al mese, lavorando “lo stretto indispensabile”, la prima reazione è (quasi) sempre la stessa: lui parla bene, aveva lo stipendio di giada, ha messo da parte un sacco di soldi e ora per forza può fare downshifting! Sottintenendo “lo farei anche io se potessi, subito, ma NON POSSO: come faccio, con il mutuo, le rate, le spese?”.

Sicuri sicuri? A parte il fatto che, come dice Simone nell’intervista, downshifting può significare cose diverse per persone diverse; e che non è detto che sia in assoluto la scelta giusta per tutti: siamo veramente in pochi ad avere voglia, e a esser capaci, di metterci davanti a uno specchio, o ancora meglio seduti a un tavolo, estratto conto alla mano, analizzare le nostre abitudini e capire se tutte queste spese sono davvero necessarie. Forse perché ci troveremmo a dover ammettere (ed è quel che è successo a me e Marco: eravamo assolutamente colpevoli, e in parte lo siamo ancora) di aver buttato, sprecato centinaia, migliaia di euro; soldi che, se risparmiati anche solo in parte, avrebbero costituito un robusto fondo emergenze… o un fondo downshifting. E a quel punto dovremmo ammettere anche che a fare la differenza non è lo stipendio di giada, ma qualcos’altro, qualcosa di molto, molto diverso.

“[La paura più diffusa è] …quella di doversi assumere la responsabilità totale della nostra storia. Il sistema ci rende schiavi, ma in fondo ci salva: se non riusciamo a fare qualcosa possiamo dire “è perché non ho tempo, perché lavoro”. Il difficile è scegliere di fare quello che ci dà realmente benessere […] L’importante è chiedersi: sto bene? Se la risposta è no, devo cambiare qualcosa. Bisogna cercare il proprio modo di stare bene. O se non altro provarci: è un obbligo verso noi stessi”. (dall’intervista a Simone Perotti)

minimo è anche su Facebook e su Twitter

12 thoughts on “L’altra faccia della medaglia

  1. Ho letto il tuo post dopo aver pubblicato il mio, vedo che in questi giorni stiamo riflettendo un po’ tutti sulle stesse cose!
    La chiave di tutto è, secondo me: ma tu che fai i debiti per cambiare la tv, il telefono, la macchina ogni due anni SEI FELICE? Perchè se la risposta è sì, allora buon per te!
    Certo, l’altra faccia della medaglia, prendendo spunto da te, è che chi vive così inquina per se stesso e anche per me, ma per fortuna non si può imporre agli altri il proprio modo di vivere!
    Lara di recente ha scritto Ricchi e poveri

    1. Esatto, hai centrato il punto. L’importante è farsi delle domande e darsi delle risposte *oneste*. Non possiamo pretendere di insegnare nulla, o di dare risposte valide in assoluto.

  2. concordo su tutto, Laura. è essenziale fare scelte per noi stessi, non per gli altri. in questo ci metto pure la libertà di spendere, se si vuole, per qualcosa di superfluo…purché sia una scelta mia, non in funzione degli altri (penso alla scorta di colla con i brillantini…em…)

  3. tutto comincia con il coraggio di chiedersi: sono felice? Penso che molti per paura delle conseguenze non si fanno questa domanda.
    se la risposta è no, bisogna capire cosa cambiare nella propria vita.
    quindi è un percorso del tutto personale.
    anche se uno vive una vita di coppia, credo che sia primario essere felici come se fossimo da soli, faccio fatica a spiegarmi…

  4. <>

    Credo che a volte la situazione sia ancor più “disperata” di così: credo che molta gente non compri per apparire, ma perchè DAVVERO crede di aver bisogno del TV più grande/nuovo/figo o di altri lussi/sprechi.
    Colpa della pubblicità, che altera la nostra percezione dei bisogni? Della società, che rende indispensabili cose frivole e caduche? Forse addirittura solo colpa nostra, che “abbiamo bisogno” di oggetti nuovi e simbolici, per non fermarci mai a riflettere, ed evitare così il rischio di sentirci infelici…

    Conosco famiglie che si abbonano a Sky pacchetto non plus ultra e non hanno soldi per le spese di condominio. Non lo fanno per apparire, ma perchè sinceramente annoverano quello tra i bisogni fondamentali. “Per far vedere i documentari al bambino”, dicono. E non pensano che hanno a disposizione ore e ore di contenuti su internet, senza bisogno della tv, volendo. Forse perchè Wikipedia e il sito del National Geographic non sono pubblicizzato all’ora di cena sulle reti principali.
    Un altro esempio di “solo il meglio per nostro figlio”… Figlio ce poi, alla fine, su Sky ci guarda le vecchie puntate dei Simpson!
    Elisa di recente ha scritto Design raffinato e minimalista per Google Reader con Helvetireader

    1. Hai ragione, c’è ancora meno consapevolezza di quel che si potrebbe pensare. Di cosa sia colpa non lo so… a volte però ho l’impressione che sia un fenomeno molto più radicato in Italia che altrove, e non pochi dei mali del nostro povero paese secondo me si possono ricondurre a questo modo di vivere.

  5. Come dicevano gli antichi “in medio stat virtus”. Le 2 posizioni: iperconsumismo e downshift estremo sono sbagliate.
    Spendere molto x indebitarsi e risparmiare perfino le briciole è esagerato. Cmq è sempre meglio esser parsimoniosi che indebitati.

    Bisogna vedere le motivazione dei comportamenti: chi spende molto in genere è ottimista incosciente, snob esibizionista, superficiale, antiecologico inquinatore e menefreghista.
    Chi spende poco è pessimista realista, tendente alla tirchieria, ma che lo fa anche (a volte) con motivazioni nobili di salvare l’ambiente e aumentare la sicurezza della propria famiglia.

    Poi ci sono molti che fanno downshift solo perchè è ora di moda o perchè sono costretti dalla crisi. Magari risparmiano sui tovaglioli di carta e poi sprecano su altre cose che incidono in maniera pesante.

    La cosa migliore è tendere all’equilibrio: non risparmiare o rinunciare, ma ottimizzare gli sprechi ed ottenere magari con poca spesa un’accettabile qualità magari aumentando le abilità personali invece di delegare alle fabbriche prodotti usa e getta.

    Cosa serve abbonarsi alle pay tv quando ci sono ormai film gratis col digitale terrestre. Molte cose si possono prendere in prestito pubblico senza bisogno di possederle. Se comprate le materie prime (come la farina) ottenete il pane che si fa in circa 30min. al 70% in meno e centinaia di altre strategie che non vi fanno diminuire il tenore di vita.
    Si tratta solo di comportarsi con preparazione ed intelligenza ignorando la maggioranza idiocratica dell’apparire. Il mondo commerciale ci vuole così x manipolarci e vendere tonnellate di cose inutili. Sono in pochi a non cascarci.
    Molto di quello che tanti chiamano qualità fa rima con illusione e vanità.
    Ci vendono con il marketing quasi tutto. La schavitù del consumismo si contrasta con la saggezza dei consumi. Non cercate di apparire migliori perchè avete l’ultimo modello di qualsiasi cosa da esibire, non è da quello che siete persone migliori.

  6. Posso dirvi anche che chi dice “che nn arriva alla fine del mese” è (salvo rare eccezioni) una persona essenzialmente incapace di amministrarsi.
    Perchè come alcuni hanno fatto notare spende cifre enormi x cose futile e magari non trova soldi x l’essenziale.

    Nella vita ci sono priorità, non si può avere tutto e subito.
    Se 1 cosa non te la puoi permettere non la comprare.
    Se compri per esibirla e magari non la userai dedica i tuoi soldi a cose + importanti.Perchè ti pesa pagare l’aumento del pane e poi sei indifferente ai soldi buttati col telefonino: la mente ti inganna.
    Ti fa sembrare gravoso ciò che influisce poco e poca cosa delle spese che desideri.

    A tante persone che conosco ho dato soluzioni x risolvere i loro debiti, ma siccome amano il superfluo non seguono alcun suggerimento perchè non vogliono rinunciare a nulla. Molti di loro hanno perfino perso la casa.
    E danno la colpa al mondo,che sono sfortunati che non sono nati ricchi.
    Senza rendersi conto che hanno fatto tutto da soli.

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