Il minimalismo è morto – Lunga vita al minimalismo

[English version] Come, “il minimalismo è morto”? Ma se abbiamo appena cominciato!
È stata anche la mia reazione. Ma partiamo dal principio.

Everett Bogue, minimalista radicale e autore di Far Beyond The Stars, di recente ha registrato il dominio fuckminimalism.com e pubblicato un post in cui afferma, in sintesi:

– che il minimalismo ormai è stato sviscerato e analizzato in ogni modo possibile: “Every aspect of the idea of being minimalist has been discussed, rehashed, republished, and challenged in the last year”.

– che è diventato mainstream, smettendo di essere innovativo: “The time between idea generation and mainstream acceptance is shortening. […] Once an idea reaches mainstream acceptance, the idea isn’t pushing an edge anymore. When 100 people are writing about living with 100 things, the point has been made. We know already!”

– che il minimalismo è semplicemente uno strumento, una fase di transizione che dovrebbe servire a liberarci del superfluo in vista del passaggio successivo; e adesso è ora di passare oltre, cercando nuove strade: “Minimalism was never a lifestyle, it was simply a transition point. We can’t live in a transition point forever”. La sua nuova strada consiste nel ritirare dalla vendita il suo ebook, e dare un nuovo corso al blog, nella cui presentazione oggi si legge: “Cyborgs are humans who have made the technological leap from using physical tools to mental tools, expanding awareness using services like Twitter and allowing them to live and work from anywhere. I will teach you how to create a thriving second self on the Internet which will learn to take care of your physical body.”

Everett è noto per essere estremo e provocatorio, ma era scontato che queste idee scatenassero un certo dibattito, anche perché nel post si fa chiaramente riferimento anche a uno sfruttamento commerciale del minimalismo, mediante la vendita di ebook sull’argomento che nell’ultimo anno sono effettivamente spuntati come funghi (il suo compreso); e sicuramente ha contribuito anche il “nuovo corso” di Far Beyond The Stars, che trovate spiegato meglio qui. Come molte posizioni estreme, anche questa è (secondo me) in parte affascinante, in parte… terrificante.

Torniamo alle reazioni che il post di Everett ha suscitato tra i minimalisti definiamoli “tradizionali”:
A public message for Everett Bogue – “Minimalism is not mainstream, yet. It only seems that way […]. We’re the fringe players. Not the majority. While I respect your mission to keep pushing forward, there are plenty more that are still caught in a high-overhead, consumerist lifestyle with no end in site. […] We need explorers like yourself, but we also need farmers to maintain the ground we’ve acquired.”

Minimalism is just fine, thanks – “Here’s the thing: minimalism is about what is important to you. Not me. Not other bloggers. […] Minimalism is fine.”

Cyborgs and Amish – “I will tell you right now once and for all: becoming someone who is continuously plugged in to the internet, relying on this system as their ‘mental arms and legs’ to me sounds like hell on earth. I’m a minimalist alright, but I long for a simple life. A quiet life. A small impact on this planet. And while I may not be tied to one physical location ‘because my stuff keeps me here’, I actually find joy in living in one place for an extended amount of time, being a part of a local community and enjoying real life, twitterless, face-to-face relationships.”

Minimalism and blogging are here to stay: “I want to connect, be vulnerable, love and be loved. I am not a zombie. and neither are you, even if you have a job, watch TV, and eat french fries. I may not be able to predict the future but I can promise you this; I am a real person writing for real people…writing for you.” Che sta più o meno per “Voglio entrare in contatto con il resto del mondo, essere vulnerabile, amare ed essere amata. Non sono uno zombie, e non lo siete nemmeno voi, anche se avete un lavoro, guardate la TV e mangiate patatine fritte. Non potrò predire il futuro, ma questo posso garantirvelo: sono una persona reale che scrive per persone reali… per voi“.
Che poi è quel che si diceva nei commenti a questo post.

Tutti e tre questi post mi sembrano interessanti perché esprimono tre posizioni critiche diverse ma complementari, che condivido. La prima è che il minimalismo non è affatto mainstream, non è un’idea pienamente diffusa e attestata che, come tale, non può più generare nulla di innovativo. E se non lo è negli Stati Uniti, figuriamoci in Italia! Abbiamo una strada ancora lunghissima da percorrere, e ogni contributo è il benvenuto, piccolo o grande che sia: quel che sarà ripetitivo per qualcuno, per altri rappresenterà un’angolazione nuova o una prospettiva radicalmente innovativa. Chi decide cosa è valido e originale e cosa no? E in base a cosa, al numero di lettori di un blog, che dipende (anche) da una serie di variabili e di abilità che non hanno niente a che fare con la validità dei contenuti? Non ha senso. Se in tanti leggono minimo, ovviamente ne sono felice, e ancora di più mi fa piacere sentire di aver ispirato un qualche di tipo di cambiamento in positivo. Ma tengo questo blog prima di tutto per me: ho trovato qualcosa che ritengo valido, mi va di condividerlo. E scrivere mi serve anche per chiarirmi le idee!

Qui mi riallaccio alla seconda posizione: che il minimalismo sta benissimo, perché in realtà non esiste come entità, definita da regole precise. Ognuno avrà un percorso e un’esperienza diversi, e non vedo perché uno debba meritare di essere condiviso più di un altro. Ho già detto che per me non esistono regole predeterminate: per questo non ha senso dire che “il minimalismo è morto”. Quale minimalismo? Quello di chi ha appena iniziato a svuotare gli armadi e a farsi domande sulle proprie abitudini di consumo, o quello del radicale che ha ridotto le cose che possiede a meno di 100? Del blogger che gira il mondo con zaino e laptop o della eco-mamma? È vero, liberarci del superfluo ci rende più liberi; all’estremo, significa anche poter decidere da un giorno all’altro di saltare su un aereo e cambiare vita. Ma non è quello necessariamente il punto d’arrivo: almeno, non per tutti. Per qualcuno, non avere una casa propria (per quanto piccola, semplice… minimalista – o anche no!) sarà profondamente disturbante. Come dice Jurino nell’ultimo post che vi ho segnalato, l’idea che diventare i “cyborg” di cui parla Everett sia il nostro destino è (anche) terrificante; di più, per me è assurdo pensare che esista un percorso predeterminato sul quale confluiremo tutti. Penso anche che questa visione (che a me non può fare a meno di ricordare Matrix) sia in netto contrasto con quanto Everett dice alla fine del post: “The world needs you to turn off the screen, go out into the world, and explore.” O ho frainteso l’intera idea del “cyborg”, perennemente connesso, oppure per andarmene a esplorare il mondo devo anche (appunto) staccarmi dallo schermo. Che è una cosa che vorrei cercare di fare sempre di più, tra parentesi, perché ci sono un sacco di altri modi per occupare meglio il mio tempo.

Sono parzialmente d’accordo sull’idea che il minimalismo sia uno strumento: nel senso che non deve diventare il fine (meno cose ho meglio è), l’assoluto, ma un mezzo per acquisire più consapevolezza e più libertà e, in ultima analisi, per essere più felici. Perché è quello il nostro fine, credo! Ma proprio perché il concetto è semplice (“less is more”), la sua applicazione è variegata, piena di sfumature, potente e… sì, complessa. È la sua forza! Per quanti blog ed ebook esistano sull’argomento, secondo me sarà ben difficile arrivare a sviscerarlo completamente. Siamo qui a interrogarci sulla nostra condizione di esseri umani praticamente da quando siamo riusciti a formulare il primo pensiero coerente davanti al primo fuoco: vogliamo davvero sostenere, come fa Everett, che in un anno tutto quel che si poteva dire sul minimalismo, che è così strettamente collegato a temi “grandi” come felicità, libertà, consapevolezza, è stato detto, che la parabola è esaurita e buona notte, passiamo oltre e interlacciamoci felici (?) nello spazio digitale? Non credo proprio.

Come sempre, aspetto i vostri commenti, anche su Facebook.

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11 thoughts on “Il minimalismo è morto – Lunga vita al minimalismo

  1. Un po’ ha ragione. Sicuramente i punti fondamentali del “minimalismo” – qualunque cosa esso sia – sono stati toccati e spiegati. Non è un caso che a leggere i blog che ne parlano senti sempre le stesse cose. Ed è vero che è stato strumentalizzato al guadagno: la maggior parte degli articoli sono le famose liste di X punti (con “X” numero dispari così invoglia di più a leggere) per diventare *più* minimalisti.

    A dirla tutta, sono un po’ deluso dal panorama minimalista negli US, lo preferivo quando era ancora un “viaggio” fatto da una decina di sconosciuti che non sapevano ancora cosa aspettarsi.

    Il panorama italiano, invece, è ben diverso: siamo ancora agli albori e c’è tempo e spazio per offrire il proprio punto di vista. Il futuro promette (parecchio) bene, per fortuna. 🙂
    Diego Petrucci di recente ha scritto La verità sul “sono disordinato- ma tutti i geni lo erano!” e su come diventare realmente organizzati parte uno

    1. Mah… prima di tutto, Everett parla o accenna a una “mercificazione” del minimalismo ma secondo me non ha mai venduto tanti ebook come in questi giorni (a 17$ l’uno!), ed è sicuramente molto bravo a vendersi. Non può non venire il sospetto che, aldilà della “visione”, la sua sia (anche) una mossa commerciale. In secondo luogo tutta l’idea dei cyborg, per quanto da prendere con le molle perché evidentemente estrema e radicale come tutte le sue posizioni, per me è terrificante e pure incoerente (o esco ed esploro, o resto connessa 24h al giorno e faccio la cyborg). In terzo luogo sicuramente ci sono tanti siti e blog che dicono le stesse cose (sono io la prima!). Ma questo non significa, secondo me, che si siano battute tutte le strade e che gli spunti si siano esauriti, anche negli USA. Un’affermazione del genere mi sembra arrogante, limitata e limitante. Per quanto riguarda l’Italia, poi, vabbè… hai voglia 😉

  2. Mah… perplessa.
    E’ vero, come dice Diego, che molti blog minimalisti d’oltre oceano offrono sempre più post simili. 10 mosse per essere minimalista estremo, 5 passi per semplificarti la vita, 7 modi per lavorare come un minimalista… Dopo un po’ ci si stufa di leggerli.

    Ma è minimalismo solo quello? Non credo. Sono consigli, indicazioni, suggerimenti. Benissimo, anche utili magari, ma condividere la propria esperienza è una cosa diversa.
    Forse un blog di riflessioni quotidiane (o di esperimenti sul mac e sul cellulare per semplificarsi la vita) non vende è-book, ma almeno non stufa e non esaurisce i suoi argomenti nel giro di un anno.
    Perchè? Perchè parla di persone vere e della loro vita, e queste cose non finiscono, anzi! Al massimo si arricchiscono con il tempo.

    Il minimalismo è un modo di pensare e di vivere, una cosa che si ha dentro non intorno.
    Il minimalismo è morto… non sarà morta la sua carica come tendenza all’ultimo grido magari?
    O più semplicemente, non sarà solo morto l’interesse di Everett per questo stile di vita?

    1. Totally agree, infatti la differenza secondo me la fa proprio l’autenticità delle esperienze. Poi ovviamente ci sarà chi è più profondo e chi meno, chi scrive meglio e chi meno, chi (per età gusti interessi modi di vita) sentiamo più vicino e chi meno.

  3. Le sue mi sembrano motivazioni valide per abbandonare il minimalismo negli USA (analizzato in ogni modo possibile, mancanza di innovazione, mainstream, strumento finito) ma da un punto di vista puramente pubblicitario, commerciale e di marketing, che probabilmente, costituiscono una punto di vista importante di chi fa del minimalismo uno dei suoi business se non quello principale con blog, libri, ecc.
    Da un punto di vista personale, fuori da ogni dinamica di business, non trovo nelle sue tesi niente di distruttivo, tutt’altro. Lunga vita al minimalismo! 😀

    1. Ecco, penso che la motivazione di marketing/commerciale abbia una grossa importanza in questo caso, e lo trovo quantomeno un po’ triste…
      Per il resto, anche Courtney di Be more with less (vedere update al mio post) ha scritto cose molto simili a quello che stiamo dicendo noi, ad esempio il riferimento all’importanza dell’esperienza personale e al fatto che certe tematiche sono più o meno “eterne” e non si dà certo che vengano sviscerate in un anno.
      Ovviamente rispetto la posizione di Everett come quella di chiunque, arroganza a parte (dire che il minimalismo è nato quando LUI ha venduto le sue cose ed è saltato su un aereo, ecco… forse è un filo esagerato?) 😉

  4. bah. A me sembra sempre che siamo nell’era del consumismo. Altro che minimalismo.
    Minimalismo, a leggere le definizioni più fighe, è come essere venuti fuori bene da una psicoterapia, ma senza averla fatta. (Doppio risparmio 😉 !)
    E non mi pare di vedere nulla di tutto ciò intorno a me.
    Tu che dici?

    1. Io sono d’accordo con te, non so negli Stati Uniti ma almeno qui il minimalismo decisamente NON è “mainstream”. È anche vero che bisogna vedere cosa si intende per minimalismo… 😉

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