Minimalismo all’italiana

Poco tempo fa, ho scritto della mia speranza che il 2011 sia l’anno del minimalismo anche in Italia. È troppo presto per dire se ho ragione, ma secondo me iniziano a spuntare qua e là segnali incoraggianti. O forse c’erano da un po’ ed ero io a non vederli, troppo occupata a spendere e ad accumulare robbba 😉

Veri e propri siti italiani sul tema se ne trovano ancora pochi. (Androide MinimalistaIl Mac Minimalista, ZenMac) sono tutti blog estremamente validi, ovviamente, ma c’è di più: tutta una serie di siti e di persone che, anche qui da noi e al di là delle etichette, minimalismo, decrescita e smaller living, li applicano da un bel po’, con un grado variabile di consapevolezza.

Partiamo da un “professionista”, nel senso che la sua è una scelta estremamente pensata: Simone Perotti, nel blog Piccolo Cabotaggio II (Parole in navigazione), racconta la sua storia di manager appassionato di scrittura e di vela, che un bel giorno decide di mollare il lavoro “istituzionale”: “Scrivere è la la mia vita. Navigare il mio sostentamento”. Come ha fatto? Semplicissimo e complicato al tempo stesso: ha deciso di farlo. Ha ridimensionato il proprio stile di vita (“vivo con 700 euro al mese”) e si è riappropriato del suo tempo. Da questa esperienza di downshifting sono nati una serie di libri, in particolare “Adesso basta – Lasciare il lavoro e cambiare vita” (di cui mi approprierò avidamente dopo aver finito “The Story of Stuff”) e “Zenzero e Nuvole – Manuale di nomadismo letterario e gastronomico”; un terzo libro sempre sul tema del downshifting uscirà proprio a gennaio 2011 e si intitolerà “Avanti Tutta”. Un matto o uno che ha capito tutto? Sentite cosa scrive a proposito del suo rapporto con il denaro (andrebbe citato tutto l’articolo, ma insomma… andatevelo a leggere):
“[…] Però sono orgoglioso di questo schema di vita. Non provo alcuna vergogna. Vergogna la deve provare chi sostuituisce la gioia vera con quella fittizia del consumismo e dell’edonismo, chi non si emoziona per una frase scritta su un libro o chi non ascolta. Vendere quello che so fare per essere libero è una bella storia. Più bella di quando lavoravo, guadagnavo, avevo un ruolo sociale più definito. Quella vita mi piaceva molto, ma non ero libero e poi la conoscevo già.
Una delle cose che dico a tutti è: “Devi dipingere casa? Chiedi un preventivo. Io te la dipingo per la metà”. A me che un prezzo sia alto o basso, giusto o ingiusto, non mi interessa. Non mi devo arricchire. Mentre dipingo una casa penso molto, e dunque sto bene. Faccio i miei lavori con calma, e cerco di farli bene. Se qualcuno risparmia il cinquanta per cento e io guadagno qualcosa, va bene così. È una nuova economia. Tempo contro denaro. E vince sempre il tempo. Cioé la vita vera”.
Il tempo, ovvero la libertà. Torniamo sempre lì. Propenderei nettamente per la seconda opzione. Ha capito tutto, e giustamente infierisce.

Come dicevo, però, anche altre forme, più blande, meno etichettabili, iniziano a serpeggiare nella nostra vecchia Italia, dove per anni abbiamo accumulato e abbiamo ingurgitato, abbiamo speso e abbiamo sprecato; adesso cominciamo a soffrirne le conseguenze, e probabilmente avremmo davvero tutti bisogno di una bella dieta disintossicante. Molte donne in particolare, per motivi facilmente intuibili, intraprendono questo tipo di percorsi quando hanno un bambino; per questo, i blog “di mamme” presentano spesso spunti molto interessanti in questo senso. Non fatevi ingannare dall’etichetta un po’ condiscendente di “blog di mamme”: pensate per un attimo ai bambini di queste persone così consapevoli, che amano davvero trascorrere tempo con i propri figli (e no, non è così scontato: è più facile comprare un altro DVD), che si mettono in discussione, sono creative, e cercano di trasmettere il messaggio che a Natale non sono proprio i regali che contano, che si può vivere benissimo senza televisione e senza giochi plasticosi che finiscono rotti o dimenticati in un paio di giorni, che riflettono e si interrogano, con leggerezza e con allegria, senza mai essere superficiali. Pensate a come cresceranno questi bambini, a che adulti diventeranno, o potrebbero diventare. Altro che “blog di mamme“: la loro rischia di essere una vera rivoluzione dal basso, uguale e contraria a quella del dirigente d’azienda che un bel giorno molla tutto; potrebbero nascerne degli adulti che non avranno più bisogno di fare scelte radicali e assolute dagli strani nomi americaneggianti, perché certi modi per loro saranno naturali…

Altre realtà, più “formali” e organizzate se vogliamo, esistono da tempo; altre sono più recenti e probabilmente, come è successo in America, sono un po’ figlie della crisi e della cinghia da tirare. Ecco qualche esempio, in ordine rigorosamente sparso e nella consapevolezza che l’elenco è carente (anzi, ogni suggerimento al riguardo è molto ben accetto):
Di mano in mano, che a Milano e cintura organizza mercatini dell’usato
Vivere bene con poco: l’arte del downshifting – suggerimenti vari su risparmio, ecologia, riduzione dell’impatto e dei consumi e così via
Zero relativo, che promuove il baratto tra privati
Il Movimento per la decrescita felice
Depuriamo – “i prodotti che vogliamo scambiare sono quelli che ognuno di noi ha in abbondanza dentro le proprie case […]. Nulla manca, abbiamo tante di quelle risorse e abilità che possiamo nutrire un’intera generazione solo ri-generando quello che già c’è“.

Che ne pensate? Siete per la scelta radicale o pensate sia una follia? State per avere un bimbo e avete iniziato a farvi domande, oppure avete già trovato le risposte? I commenti sono, come sempre, più che graditi.

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25 thoughts on “Minimalismo all’italiana

  1. Laura, grazie della citazione!
    Guarderò bene il sito di Simone Perotti, voglio farmene un’idea un po’ articolata anche perchè quella cosa del “fatti fare un preventivo, te lo faccio per metà” mi turba alquanto.
    Non vorrei che in nome del minimalismo passi l’idea del lavoro sottocosto e della concorrenza verso il basso, cosa che si possono permettere le persone che hanno già risolto alcune necessità primarie e che non hanno figli. Credo fortemente che ad un lavoro debba corrispondere un giusto corrispettivo, è una questione etica prima che economica.
    Come sempre fornisci spunti interessanti!

  2. Io non l’ho scritto un po’ perché rispetto a certi spunti cerco di rimanere neutra, un po’ perché anche io devo rifletterci attentamente sopra, ma da un lato quel tipo di affermazioni fanno sicuramente venire la pelle d’oca alla professionista che è in me. D’altro lato capisco il discorso (e se non erro nel libro vengono fatti dei distinguo molto precisi al riguardo… mi riprometto di leggerlo e magari di parlarne sul blog); del resto sono io la prima che “per passione” traduce gratis anche se è il mio lavoro, e sicuramente c’è chi pensa che questo corrisponde a svendere in qualche modo la mia professionalità.
    Da traduttrice, comunque, ovvero da persona che tenta inutilmente ogni giorno di far capire il vero valore del suo lavoro a prescindere dalle derive minimaliste :), posso anche dirti che (secondo me) siamo su piani diversi. Ci saranno sempre quelli che imbiancano (traducono/fanno i grafici/creano siti Web…) così per sport e che fanno dumping (ma ovviamente non è questo il caso). Al vero professionista dovrebbero fare un baffo, perché chi vuole un lavoro fatto in un certo modo ne conosce il valore ed è disposto a pagarlo; gli altri, come clienti, è meglio perderli che trovarli. Però è verissimo che questa prospettiva io manco l’avevo considerata, quindi grazie per avermela fatta notare.

  3. Non sono per niente d’accordo con l’opinione citata nel testo approposito del rapporto con il denaro.
    Guadagnare( non speculare ) è lecito, e chi guadagna non è detto che non si emozioni facendo il proprio lavoro.
    Secondo me non ha senso dire che se il prezzo è alto o basso non interessa perchè non ci si deve arricchire.
    Questa opinione va contestualizzata al mondo odierno.

    Faccio un esempio: se un individuo x dipinge una parete per 3€, mentre il pittore chiede 6€, chi ci guadagna è il cliente perchè paga di meno, e questo è solo un modo per essere sfruttati.
    Non si può fare tutto “pax et amore dei” perchè c’è sempre qualcuno che specula su questo.
    C’è sempre qualcuno che si arricchisce dietro le scelte fatte “di buon cuore”.

    La soluzione sarebbe alquanto utopica e cioè che tutti facessimo qualcosa perchè la vogliamo fare( quasi per una sorta di imperativo categorico ).

    L’altra questione che vorrei portare alla luce è che agendo in questo modo, e andando a dipingere una parete per 3€, l’individuo x in questione reca un danno alla società.
    Infatti l’individuo non è un pittore e questo provoca un lavoro di scarsa qualità.
    In aggiunta, l’individuo lascia il pittore senza lavoro.
    E questo perchè il pittore non può competere con il prezzo dell’individuo, avendo molti più costi e molte più ore di esperienza e lavoro alle spalle.

    Se qualcuno vuole vivere d’aria faccia pure, ma che non rechi danni agli altri, soprattutto ai professionisti che hanno fatto tanti sforzi per emergere in un determinato campo.

    Just my 2 cents.

    1. Mike: vedi quello che ho scritto in risposta a Silvia. Io sono convinta che a me professionista questo tipo di approcci amatoriali non facciano danno, in ultima analisi, perché la qualità del mio lavoro è anni luce diversa e migliore. Il cliente paga di meno, ma ottiene anche un prodotto di qualità inferiore: e ci saranno sempre clienti che vogliono pagare meno, per necessità, perché danno poco valore a quel tipo di servizio… così come ci saranno sempre quelli che si svendono, anche per motivi che non hanno niente a che vedere con il downshifiting 🙂 Per me non ha senso mettersi in competizione con loro, così come, sempre secondo me, è inutile gridare allo scandalo o cercare di imporre qualcosa di diverso. Il mercato è libero e comporta anche questo tipo di fenomeni. Lo dico da professionista che con il dumping selvaggio e quelli che traducono per arrotondare ci convivere quotidianamente.

  4. <> –> selvaggio è dire poco! Concordo 10000% cn Laura. E’ ovviamente sbagliato che il mercato libero porti poi a casi estremi di squilibrio nella tariffazione, ed il settore traduttivo è sicuramente piagato da tale struttura (vedi necessità di albi etc. ma non voglio tediare nessuno).

    Alla fine della fiera, PURTROPPO, queste sono realtà con cui bisogna convivere, ahimé. E poiché there’s a niche for everybody, chi è professionista non dovrebbe avere niente da temere.
    V

    1. Infatti, è tutta questione di dove ci si colloca. C’è sicuramente spazio per tutti e nulla di male nel sistemarsi nella fascia “bassa” del mercato. L’importante è la consapevolezza (come nella vita ;))

  5. Ciao a tutti. Grazie per la citazione dal mio blog e di quelle dai miei libri. Capisco le vostre obiezioni, consentitemi di precisare.

    Io vivo con poco, circa 800 euro al mese. Il punto è questo. Se vivo con poco posso essere più libero, perché sono meno schiavo del guadagno. E’ questo l’assioma. Per guadagnare poco devo lavorare poco e libero tempo per la mia vita pura, vera, profonda, che è scrivere, e poi navigare (ma in subordine).

    Quando lavoro lavo barche, faccio lo skipper, trasferisco imbarcazioni, poi vendo le mie sculture di legno e ardesia, ma ho fatto anche ogni altro genere di lavori. A me sta bene che se faccio gli aperitivi mi paghino meno. Ma non per masochismo, semplicemente perché non sono uno specialista, non ho un curiculum. Però faccio degli ottimi aperitivi, faccio molto bene il sushi (ho studiato 12 anni e ora sono diventato bravo in sei o sette piatti almeno), così come quando dipingo la facciata di una casa io non sono un pittore vero, dunque mi sta bene guadagnare qualche soldo dando in cambio la tecnica che ho e che posso esprimere. Non c’è dumping in questo, ma solo un accordo. Se qualcuno ha pochi soldi e si fida di me ci guadagna un lavoro che, certamente, se fosse stato un professionista a farlo sarebbe costato di più e sarebbe stato fatto anche meglio. Poi, ma questo riguarda me, io ho la corretta ambizione di farlo comunque bene, e spesso questo accade. Tutto qui. Non c’è alcun disprezzo per il professionismo. Quando scrivo sono nel mio, sono un professionista, ma non mi lamento se i libri di scrittori mediocri vendono tanto o costano come il mio. E’ il pubblico a scegliere, e io accetto volentieri la sfida, vincendo o perdendo a seconda delle circostanze.

    Ma il tema della decrescita, della vita più sobria, del poco come se fosse tanto, è un altro discorso. Si tratta di scelte interiori, di coraggio, di vita. Un’altra storia, appunto.

    Ciao e grazie per l’attenzione.
    Simone

    1. Ciao Simone e grazie a te per essere intervenuto.
      La penso come te. La grossa differenza la fanno, nel tuo caso, la consapevolezza e l’onestà nei confronti dei tuoi “clienti”. Purtroppo sono in molti a proporsi come professionisti (tariffe comprese) senza offrire un servizio di livello adeguato.
      Detto questo, mi dispiace un po’ che la discussione si sia concentrata su questo aspetto e non su altri, ma giustamente è anche così che funziona 🙂 Ti ringrazio ancora davvero per essere intervenuto e aspetto il tuo nuovo libro!

    2. Simone, posto che apprezzo il pensiero a chiusura del tuo commento qui credo che uno si debba rendere conto che la cifra “con cui si sta bene” è diversa per ciascuna in diversi periodi della propria vita.

      Faccio un esempio, mutuo 500€, gas 200€, rata mobilio 250€, assicurazione 200€ e a questo conto mancano ancora Enel, adsl, pc e … sopratutto … il cibo per 30gg …

      Non vorrei che ci si incaponisca sulla cifra mentre il messaggio che vuoi veicolare, credo, sia solo quello

      della vita più sobria, del poco come se fosse tanto

      sbaglio?

      1. Intervengo solo per ringraziare Nicola del suo commento e per dire che, almeno per me, sicuramente non è una questione di cifre. Ma è anche vero che tantissime spese che ci sembrano necessarie in realtà non lo sono, anche se per eliminarle occorre(rebbe) un cambiamento radicale di prospettiva, un passo che non tutti possono o vogliono adottare. E, riallacciandomi al discorso di Silvia nel primissimo commento, è ovvio che il “margine di manovra” di una coppia con figli sarà più limitato di quello di una coppia di professionisti “location-independent”, per dire.

  6. Ciao Laura, silvia mi trova perfettamente d’accordo. Io lavoro tutti i giorni cercando di mantenere alto lo standard di qualità, scontrandomi coi colleghi dello stesso paese che sicuramente hanno tariffe più basse, ma a discapito anche di qualità e sicurezza. E’ anche un discorso di facciata, l’utenza nel mio campo difficilmente capisce la differenza tra minimalismo e “prostituzione della professione” 😉

    1. Ciao! Chiariamo che Silvia trova anche me perfettamente d’accordo, visto che anche io mi scontro quotidianamente con quelli che sono andati due settimane in vacanza studio e pensano di sapere l’inglese, quelli che arrotondano traducendo in nero etc. etc.
      Purtroppo è la maledizione di chi svolge una professione non regolamentata; ma io non penso affatto che la regolamentazione (albi e quant’altro) sia la soluzione. È il libero mercato. Come ho già scritto, non ritengo che questo tipo di soggetti si collochino nella mia stessa fascia di mercato, e che quindi mi danneggino economicamente. Mi può scocciare a livello di riconoscimento della professione (e mi scoccia, oh se mi scoccia), ma fa parte del gioco e, appunto, è il prezzo da pagare per svolgere una professione non regolamentata.
      Poi ci sarebbe da osservare che, di solito, chi fa bandiera dei prezzi bassi non lo fa per minimalismo :), né si propone in modo consapevole e “onesto” come “non professionista” (e ricordiamoci sempre che, se da un lato c’è chi si svende, dall’altro c’è chi è ben contento di pagar meno… salvo poi magari lamentarsi dei risultati), ma semmai proprio il contrario: lo fa per avere più lavoro e tendenzialmente per guadagnare di più (io poi non credo che sia così, ma non vorrei ampliare troppo il discorso).
      Ovviamente, una traduzione fatta male di solito ha “solo” conseguenze economiche. Totalmente diverso è il discorso se entrano in gioco fattori di sicurezza delle persone, ad esempio (che lavoro fai?); ma in quel caso la regolamentazione ci vorrebbe e magari c’è (penso ai medici prima di tutto).
      Tutto questo non per difendere Simone, che non penso ne abbia bisogno, ma per cercare di fare dei distinguo che secondo me sono importanti.
      Grazie a tutti per i vostri interventi 🙂

  7. Questo post mi piace molto. Mi piace di più quando scrivi tu perché adotti un approccio non riduttivo, in cui cascano spesso invece molti blogminimalisti anglosassoni (mi pare, ma magari sbaglio).
    Mi soffermo sul pezzo sulle mamme blog perché mi tira un po’ in ballo e perché è interessante il tuo sguardo “da fuori”. E poi perché io ho fatto i salti mortali per avere un posto fisso (i miei polmoni ballerini non vanno d’accordo con la partita IVA) e quindi avrei meno da dire sull’altro tema- più caldo, leggo.
    Mi piace quando parli di “rivoluzione dal basso”. Credo che chi cerca di trasmettere consapevolmente e criticamente la propria memoria e ciò che ha imparato dall’esperienza alle nuove generazioni cominci a fare la rivoluzione dal basso di cui parli.
    Forse sarebbe anche sufficiente insegnare che esiste un “basta così”.

    1. Tu dici che il mio approccio non è riduttivo, c’è invece chi pensa (e in parte sono d’accordo) che metto troppa carne al fuoco… Almeno in questo caso, comunque, era voluto, perché il mio scopo era fare una specie di panoramica. Comunque… grazie, grazie e grazie, come sempre 🙂

  8. Ciao, mi sono imbattuto in questo sito e in questo post cercando tematiche affini al mio sito e appunto per vedere di misurare il polso al minimalismo all’italiana. Insieme a Minimo ho scoperto con piacere anche i 3-4 siti che citi in apertura del post e i siti oggetto del post. Fa piacere vedere che anche in Italia si stia incominciando a muovere qualcosa in direzione minimalista e speriamo davvero che il 2011 sia l’anno buono, 3-4 anni di ritardo dagli Stati Uniti sono ormai sufficienti. Penso che blog come il tuo, come quelli citati in apertura e in piccolo spero anche il mio siano più che un segno. Ho aggiunto il link al tuo blog nella sezione dei siti amici del mio, oltre che ai miei feed, se riterrai che i contenuti del mio blog siano validi e ti andrà di fare lo stesso ne sarei felice. Ciao e a presto.

    1. Ciao Lorenzo! Grazie per il tuo commento, e sono assolutamente d’accordo con te: 3/4 anni sono più che abbastanza! Ti avevo già inserito nei miei feed stamattina dopo aver visto il tuo blog nell’elenco creato da Elisa dell’Androide Minimalista, e l’aggiunta nei siti “amici” sarebbe stata il passo successivo.
      A presto!

  9. “anche qui da noi e aldilà delle etichette, minimalismo, decrescita e smaller living, li applicano da un bel po’, con un grado variabile di consapevolezza.”
    non ho capito se le etichette sono l’oltretomba. per il resto potrei essere d’accordo.

  10. Bell’articolo ricco di spunti interessanti! In effetti in
    Italia si parla troppo poco di semplicità, minimalismo, decrescita
    e downshifting..! 🙁 La crisi però sta portando dei sensibili
    cambiamenti! I consumi sono in calo, i mutui ed i prestiti sono in
    calo, l’usato è in crescita.. vuoi vedere che questa crisi è
    positiva? Per quanto riguarda siti/blog che parlano di questi temi
    neanche a parlarne! Gli unici degni di nota sono: – la pagina
    facebook consigliata da te:”l’arte del downshifting”; – la
    community di google plus: “Vita Semplice & Semplicità
    volontaria; – il social network:”decrescita felice”; – Vita Libera
    Blog.

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