Consumatrice al quadrato

UnaMelaBluLucia (“bambina fin da piccola”) tiene un blog bellissimo a partire dal nome, VoglioUnaMelaBlu, che nasce dall’incontro tra la passione per tutto quel che è creativo e la volontà di trasmetterla ai suoi bimbi e di condividerla. Cosa c’entro io con un blog “per mamme” (una definizione che non mi piace tanto, ma vabbè, usiamola per rapidità)? Caso vuole che io e Lucia stiamo state compagne di liceo: lei ha scoperto, leggendo minimo, di essere sempre stata una minimalista senza saperlo, e un giorno è spuntata da queste parti lasciando un commento. Io ho scoperto che, forse, abbiamo in comune più cose adesso di quante ne avessimo 20 anni fa. Le ho subito proposto di scrivere un post che parlasse di come conciliare il minimalismo con l’essere mamma: che è una tematica enorme, davanti alla quale io devo per forza di cose fermarmi, visto che non ho bimbi e che, di conseguenza, a molti messaggi sono impermeabile, altri non li ricevo nemmeno perché non faccio parte del target giusto. Ero sicura che ne sarebbe scaturito qualcosa di interessante, e non mi sbagliavo. A lei dico un grande grazie per questo regalo, sperando che voglia farmene altri. E a voi… leggete, e ditemi se non ho ragione.
Ne approfitto anche per augurare uno splendido Natale e per ringraziare tutti quelli che ogni settimana si subiscono i miei lunghissimi post. Siete tanti, più di quel che avrei mai pensato, e questo non può che riempirmi di gioia. Alla settimana prossima!

Laura mi ha chiesto di scrivere sulla possibilità concreta di adottare un approccio minimalista pur avendo dei figli, ma non ci riesco. E’ un periodo di festine di compleanno e di festività, e ho la netta sensazione che fare figli sia il gesto più anti-minimalista possibile.
Poi è molto difficile per me scrivere con leggerezza di un tema che mi sta così a cuore, contro un sistema che mi fa così arrabbiare e mi prosciuga. La mia mente passa in modalità esplicativa e istantaneamente la parola si fa macigno, ingranaggio inceppato. La mia mente ama vagare per intuizioni, evocazioni, emozioni.
Eppure ci provo.

I miei genitori hanno tenuto molto che io sviluppassi una salda coscienza critica, per questo io li ringrazio e li maledico: essere quasi costantemente consapevole che il mondo in cui vivo mi vuole portare dove so che non sarò felice, in un supermercato, non mi rende una persona molto serena, ma piuttosto in allerta ed in perenne lotta con se stessa per trovare il giusto equilibrio tra integrazione e auto-affermazione.
Ora, con due bimbi piccoli, il travaglio interiore si fa perfino più aspro, la sfida è di trovare anche per loro il giusto equilibrio senza isolarli ma neanche darli in pasto alla società dei consumi.

Oggi ho chiesto il part-time. Unico medico in tutto l’ospedale, verosimilmente.

Oggi hanno portato mio figlio di quattro anni e mezzo in gita con la scuola materna ad una libreria del centro e gli hanno consegnato un buono sconto del 15% sull’acquisto dei libri di alcune case editrici. So cosa mi aspetta l’anno prossimo: quelli delle elementari li portano all’ipermercato.

La pubblicità, si sa, è imperante. Non ce ne accorgiamo neanche più, la diamo per scontata. Ma è la pubblicità che crea i nuovi bisogni, e alla fine ti riempie la casa e magari ti svuota la vita.
Quando sono nati i miei due figli, in ospedale mi hanno consegnato due pacchi di materiali pubblicitari, un gesto simbolico forte: ho avuto la sensazione che per il mercato fossi ri-nata anche io, una consumatrice al quadrato.

La pubblicità è arrivata a mio figlio dai cartelloni del Circo sui muri quando andavamo a scuola a piedi, dalle confezioni dei giocattoli, dalle retro-copertine dei libri. Ma per ora mio figlio non è l’obiettivo: penso di essere io, quella col portafoglio, la consumatrice al quadrato.

Alla fine al Circo il mese scorso ci siamo andati: hanno fatto un intermezzo pubblicitario recitato con il pupazzo del Golosastro che rincorreva il pupazzo della Girella. Un bambino ha ricevuto una confezione di girelle.
Questo episodio mi ha fatta spalancare gli occhi dallo stupore e dall’incredulità, e poi pensare. Pensare che il recente ritorno sul mercato di tanti giocattoli e personaggi anni ’70-’80 possa corrispondere all’attuale tendenza pubblicitaria a catturare la benevolenza e i desideri dei bambini degli anni ’80, noi genitori, più che dei bambini di oggi.

Questo tipo di pubblicità, quella che mi sbattono in faccia o danno in mano a mio figlio grande, mi fa arrabbiare un po’ e spesso mi dà fastidio, ma difendermi è relativamente facile, perché la riconosco immediatamente. Il problema è dove la pubblicità si è fatta cultura, informazione, stile condiviso; l’invasione di campo io la vivo soprattutto nei confronti del mio bimbo più piccolo, che ha solo sette mesi.

L’altro giorno sfogliavo dal dottore una rivista femminile ed ho trovato la pubblicità di un passeggino interamente bianco, tranne qualche dettaglio dorato.
Mi è venuto da ridere all’idea di come sarebbe stato conciato il bel passeggino dopo un breve giretto sull’asfalto bagnato, ma poi mi è venuto in mente di come quest’immagine di bianca purezza fosse assolutamente esemplificativa di una certa idea imperante sui neonati e sulla prima infanzia in generale. È l’idea che il nuovo nato debba avere “tutto nuovo e pulito” e che per lui o lei ogni cosa debba essere nuova e speciale. Questa idea è potentemente comunicata dal mercato ed ha profondamente convinto anche le generazioni dei nonni, come mia mamma, che alla sua epoca è stata allevata dalle sorelle maggiori in cascina ed è stata svezzata probabilmente a pane bagnato.
Ad esempio mi sono accorta che mia mamma tende a comprare per i suoi nipotini le merendine confezionate per i bambini e gli alimenti specifici per lo svezzamento, più “sani” e “arricchiti” e “sicuri”, che riempiono inutilmente intere corsie del supermercato. Non l’aveva mai fatto quando io e mio fratello eravamo piccoli. Molti nonni poi storcono il naso sull’uso di abiti e attrezzature per bambini di seconda mano, e molte mamme al secondo figlio preferiscono comprare tutto nuovo perché avevano preso tutto il “corredo” azzurro ed ora vogliono tutto rosa.
Che poi non c’è nulla di male nel volere il meglio per il proprio figlio, ci mancherebbe. È che alla fine non si sa più cosa sia veramente importante e si rischia di comprare ed usare una serie di oggetti inutili, a volte anche dannosi. Mi vengono in mente i disinfettanti per sterilizzare tutti gli oggetti a portata di mano dei bambini, ormai entrati nell’uso comune, e i “giochi educativi” e “stimolanti” per lattanti, che ormai si comprano in farmacia (il che è francamente assurdo).
La scienza ci insegna che rendere troppo pulito l’ambiente di vita del bambino aumenta i rischi di allergie e che non ha senso fare il massaggio con l’olio rilassante al neonato prima di dormire se poi lo si mette nella culla con un carillon sonoro e luminoso che è più attivante di un televisore acceso, eppure va così. Una volta ho provato a farmi un elenco mentale degli aggeggi per bambini di cui si potrebbe senza complicazioni fare a meno e di quelli di cui si dovrebbe proprio fare a meno. Sono tantissimi, se ci si pensa: il compattatore di pannolini, i finti computerini, la pinza per lo sterilizzatore, le scarpe e i jeans per lattanti..
Il mio elenco critico era lungo ma molte cose me le sono ritrovate in casa. Prova che sono questi i messaggi che faccio più fatica a decifrare, perché si sono radicati nel normale modo di allevare i bambini, che poi ho capito che è una questione di mode, e per una mamma alle prime armi come spesso mi sento io rappresentano ancora facili tranelli.
Alla fin fine l’impressione è che la pubblicità, come al solito, mi voglia vendere stili di vita, sogni. È facile convincermi a comprare per mio figlio i sogni che da piccola io ho potuto vedere realizzati e ancor più facile vendermi quelli che non avevo potuto vedere realizzati allora.
Fai un figlio, realizza i tuoi sogni di bambino!
E poi: l’industria dell’abbigliamento infantile mi vuole genitrice orgogliosa di bellissimi bambini. I miei bambini, il mio bene più prezioso, anzi una parte di me, merita tutto bello e nuovo. L’industria del pensiero e dell’editoria mi vuole madre fiera e responsabile di un bravo bambino e prepara per me utili “istruzioni per l’uso” come il caso cultural-letterario “Fate la nanna”. L’industria dell’edutainment mi vuole madre generosa e illuminata di un bambino colto e stimolato e mi offre corsi extrascolastici di tutti i generi fin dalla scuola materna.
Nello specchio della pubblicità vedo riflessa la mia immagine. È l’immagine della brava mamma felice di un bambino felice. È l’immagine di una bambina che ha avuto ciò che voleva.
A questo punto lo so perché mi vengono tutti questi dubbi e mi sento una ribellione dentro: in quell’immagine non mi riconosco.
E lo scrivo serenamente, non sono più una bambina.

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16 thoughts on “Consumatrice al quadrato

  1. Quante cose da dire e da scrivere. Un po’ mi sento parte del discorso, per tanto in comune con entrambe, compresi i trascorsi liceali. Leggendo mi sono resa conto che anche io, che mi sento minimalista, pur se eterodossa ( cioè con virulente tentazioni consumistiche: sarà che ho un padre che è stato direttore di supermercato, ma a me far la spesa mette di buon umore) ho comprato, ho ricevuto e accettato passivamente molti oggetti che ” si usa” avere per i neonati. Però anche no.Per esempio:per me versione premaman e non e per Irene non ho e non ho avuto difficoltà a utillizzare capi di seconda mano, passeggino low cost ma pratico, lettino riutilizzato dalla mia infanzia, con una bella mano di vernice rosso allegria. Poi però ammetto che alcune cose regalatemi nuove e di marca sono utili e comode.
    Che dire, niente estremismi, un po’ di sane contraddizioni, l’essenziale mi sembra lo sguardo consapevole, anche con un po’ di tenerezza, su tutto, comprese le nostre debolezze.
    Buon Natale

    1. Benvenuta anche a te e grazie per il tuo commento.
      Ovviamente in questo contesto non posso che lasciar spazio a voi mamme. La mia è l’esperienza indirettissima dell’amica, che ha visto e vede da fuori tutte le sue conoscenze più o meno intime diventare mamme (in particolare l’anno scorso sono nati un sacco di bimbi!) e quindi confrontarsi con questi (e altri) problemi. E devo dire che già da questa prospettiva ho visto cose che voi umani etc. 😉
      Come dici tu e come non mi stancherò di ripetere fino alla nausea, l’unica cosa veramente importante è fare le proprie scelte, essere (appunto) consapevoli. Vuoi un passeggino di marca perché ritieni che sia la cosa migliore per te e il tuo bambino (e puoi permettermelo senza mangiare pane e cipolle per mesi, magari)? Beh, chi meglio di te, la diretta interessata, può saperlo. E idem per tutto il resto ovviamente.
      Buon Natale anche a te!

  2. Grazie di aver ospitato questo intervento di Lucia che è assolutamente perfetto. Non potrei dire altro di chi descrive in modo così diretto e sincero l’idiozia e l’impotenza di noi mamme davanti ai mostri al consumo. Ma creceremo anche noi poco per volta, imparando a non essere, come dice lei, bambine.
    PS. di certo tornerò a leggere il tuo blog. Intanto auguri!

    1. Grazie a te e soprattutto a lei per averlo scritto (ho appena letto il tuo post sul Natale e i regali dei parenti e… avrei tantissimo da dire, quindi giustamente commenterò di là).
      Credo che abbiate una responsabilità enorme, doppia tripla quadrupla perché le vostre scelte si riflettono inevitabilmente anche sui vostri bimbi. Ma penso anche che, una a una, mi date un sacco di speranza perché da mamme così non potranno che venir su bambini molto più svegli della media!

  3. Beh, che dire… proprio vero.
    Sono anch’io mamma (anche se da nemmeno un anno) e sono rimasta basita da tutte le cose inutili che “si devono avere” per un neonato.

    Non ho voluto il passeggino alla moda (l’anno scorso non era il modello bianco, ma quello nero, la proposta fashon della stessa marca linkata nel post), non ho voluto mille corredini ricamati, delicatissimi e difficilissimi da lavare, non ho voluto la culla per i primi tre mesi scegliendo direttamente il lettino.
    I miei parenti sono rimasti sconvolti&scandalizzati, ma la mia bimba non sembra sentire la mancanza di tutti gli accessori che non le ho comprato. Io di certo non l’ho sentita.

    Poi, naturalmente, nessun estremismo.. anzi!
    Pur con l’approccio “minimalista” avere un figlio ti riempie la casa di giochini, seggioline, vestitini, pupazzetti, fotografie, libretti etc che non si può nemmeno immaginare. Però, come si dice correttamente nel post, un minimo di discernimento e consapevolezza sono fondamentali… se non altro per non affogare in un mare di oggetti piccoli, arrotondati e colorati!
    🙂

  4. Seguo tutte e due, però ho poco tempo per leggere tutti i blog interessantissimi che mi piacciono e mi ero persa questo guest post.
    Che dire?
    Condivido tutto.
    Anche i compromessi e strada facendo rendersi conto di avere in casa tante cose di cui a posteriori avresti fatto a meno. In fondo io sono arrivata alla conclusione che con una fascia portabebè – diciamo un mei tai e magari una sling, anche autoprodotte – hai praticamente tutto quello che ti serve da 0 a 3 anni 😉

    ciao!

  5. bellissimo post, scoperto in ritardo grazie al post di oggi.
    Condivido pienamente ogni parola.
    Mi son sentita spesso una mammma strana, perchè a mio figlio il trio l’ho comprato usato, e poi l’ho rivenduto. Perchè lavavo solo con l’amido e non con i bagnoschiuma che sanno di torta… allora non sono la sola 🙂
    fiorella di recente ha scritto water water everywhere

  6. Complimenti per l’articolo! Ogni parola riflette il mio pensiero, soprattutto quello riguardante le merendine comprate dai nonni: alla nostra epoca di pregava in ginocchio per una “schifezza” confezionata!

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