Hoarder: morire di accumulo

“…strumenti musicali (tra cui 14 pianoforti verticali e a coda, un clavicembalo, due organi, violini, fisarmoniche e un banjo), scheletri di pianoforti, grammofoni, strani macchinari inservibili, fili elettrici, giunti e tubi idraulici, mucchi di carbone, macchine per scrivere, macchine da cucire, pneumatici usati, pelapatate, vestiti, mantelli ornati, manichini da sartoria, centinaia di metri di seta, lana, broccato, damasco e tessuti non utilizzati, elmetti, pantaloni e giubbe militari, busti in gesso, ritratti ad olio, arazzi, decine di carrozzine per bambini […] e trenini giocattolo, scatole di soldatini di piombo, botti di vino, barilotti e fusti per la birra, palle da bowling, organi umani in salamoia, fotografie oscene, motori d’automobili, una collezione di pistole, quadri, orologi a pendolo, attrezzature fotografiche, dischi, lampadari in vetro, lampade nautiche, torce elettriche e lampade da campeggio, mobili pregiati, valige (sic) e bauli, pentole, tappeti, corde, rastrelli, ombrelli rotti e biciclette arrugginite, rubriche ed elenchi telefonici, e libri, libri, libri: più di 25.000 libri, tra cui moltissimi di medicina, ingegneria e diritto. […] 34 libretti di conti correnti bancari, per un ammontare di 3.007,17 dollari (corrispondenti a circa 40.000 dollari attuali) ma, sopra ogni altra cosa, […] una quantità infinita di pacchi di riviste e giornali, alcuni dei quali vecchi di decenni. Accatastati e stipati, i giornali occupavano intere stanze e scalinate e, soprattutto, formavano dei veri e propri labirinti intricati, composti da stretti e tortuosi cunicoli disseminati di trappole anti-intrusione…” (tratto da qui)

Non parliamo di discariche, ma di uno dei primi casi documentati di compulsive hoarding, risalente alla metà del secolo: il risultato di decenni di accumulo compulsivo da parte di Homer e Langley Collyer, fratelli e proprietari di una casa ad Harlem (New York), nella quale vennero entrambi ritrovati cadavere. Langley rimane sepolto sotto una catasta di giornali vecchi mentre porta da mangiare al fratello, da tempo cieco e inabile; rimasto solo, Homer muore di fame e di sete dopo qualche giorno. Per trovare il suo cadavere ci vogliono un paio di giorni, mentre per quello del fratello occorrono 16 giorni di scavi, attraverso 120 tonnellate di oggetti di ogni tipo, dalla spazzatura ai libretti di risparmio. Da allora, il compulsive hoarding, in italiano disposofobia o accaparramento compulsivo, si chiama (anche) “sindrome dei fratelli Collyer”. Ai due fratelli, la cui figura in America è entrata nell’immaginario collettivo (è recente l’articolo del New York Times sull’opposizione, da parte degli abitanti del quartiere, alla decisione di intitolare loro un piccolo parco), è dedicato un libro uscito nel 2010: “Homer & Langley” di Edgar L. Doctorow.

hoard
verb [ trans. ] amass (money or valued objects) and hide or store away : thousands of antiques hoarded by a compulsive collector.
accumulate a supply of (something) in a time of scarcity : many of the boat people had hoarded rations.
reserve in the mind for future use : [as adj. ] ( hoarded) a year’s worth of hoarded resentments and grudges.
to hoard
v.tr.
ammassare, ammucchiare; accumulare; accaparrare; tesaurizzare (anche econ.): he hoarded golden coins under the floorboards, accumulava monete d’oro sotto le tavole del pavimento; to – food, fare incetta di cibo.

Secondo Wikipedia “l’accaparramento compulsivo (o accumulo patologico o disposofobia o mentalità Messie) è un disturbo caratterizzato da un bisogno ossessivo di acquisire (senza utilizzare né buttare via) una notevole quantità di beni, anche se sono inutili, pericolosi o insalubri. L’accaparramento compulsivo provoca impedimenti e danni significativi ad attività essenziali quali muoversi, cucinare, fare le pulizie, lavarsi e dormire”.

Perché: è probabile che la disposofobia derivi in parte da una predisposizione genetica; è tipica di persone molto insicure, prive di una forte volontà, incapaci di scegliere/decidere e nelle quali l’accumulo di oggetti cerca di sopperire a una “mancanza” interiore. Buttare via qualsiasi cosa diventa impossibile perché lo si vede come un’estensione di se stessi, e l’idea di staccarsene provoca una sofferenza nella quale si mescolano anche la paura del futuro (“potrebbe sempre servire”), del cambiamento/rinnovamento, e il timore più o meno consapevole di dimenticare il passato in generale e le persone che ne hanno fatto parte (“trattenuti” attraverso ricordi d’infanzia, fotografie…). Ad affascinarmi è che tutti questi impulsi, in se stessi, non hanno niente di patologico. Sono i motivi per i quali tutti noi compriamo e accumuliamo e fatichiamo a staccarci dalle cose. Perché un bel mobile di design dice che abbiamo buon gusto e possiamo spendere. Perché il servizio di piatti della nonna… era della nonna. Perché buttare quella gonna che risale a dieci anni e due taglie fa significherebbe accettare che il tempo è passato e abbiamo messo su ciccia, cioè siamo cambiati. Perché le agende del liceo (sempre loro) fanno riferimento a un passato doloroso finché vogliamo, ma che almeno conosciamo, non a un futuro che solo magari sarà migliore, e che abbiamo una gran paura di rovinare ripetendo gli stessi errori.

Come: in base alla gravità dell’accumulo e alla necessità più o meno forte di ricorrere ad aiuti esterni, anche di carattere professionale, gli hoarder vengono suddivisi in cinque livelli. Si va dai piatti sporchi nel lavello ignorati più o meno sistematicamente alla casa in cui diventa impossibile muoversi, invasa dagli insetti e dalla sporcizia, con il frigorifero pieno di cibi scaduti, e quindi a una situazione che presenta anche rischi oggettivi per la salute fisica. È difficile fare statistiche perché chi soffre di questo disturbo spesso vive solo, e non cerca aiuto perché non ritiene che la sua situazione sia anormale, oppure perché pensa che sia impossibile risolverla; si calcola comunque che negli Stati Uniti siano vittime di questo disturbo circa 2 milioni di persone.

È interessante anche il fatto che l’hoarding può assumere forme specifiche: le più diffuse riguardano i libri (bibliomania, ovvero l’acquisto e l’accumulo indiscriminato di libri, anche in più copie ed edizioni dello stesso titolo) ma soprattutto gli animali. Un animal hoarder tiene con sé un numero di animali sproporzionato, non riesce a prendersene cura adeguatamente ma è convinto del contrario (e a volte cerca di difendersi adducendo come scusa di svolgere attività di allevamento); oltre a vivere in una situazione igienica precaria, finisce per trascurare la cura della propria persona e di chi dipende da lui/lei. Paradossalmente, si tratta di casi di crudeltà contro gli animali (e le persone) non diversi da altri più noti ed evidenti, tanto che in alcuni stati, come il Regno Unito, si sta pensando di prevedere fattispecie di reato apposite.

I sintomi:
– accumulo di oggetti superflui o privi di valore, in quantità eccessive
– attribuzione della stessa importanza a tutti gli oggetti conservati, che abbiano (o meno) un valore sentimentale, economico o funzionale
– sensazione di estrema ansia o malessere quando si tenta, o semplicemente si pensa, di eliminare qualcosa
– ulteriore accumulo come modo di contrastare e combattere riflessioni che causano ansia: “E se resto senza?” “E se mi serve sapere qualcosa e non ho tutte le informazioni a disposizione?” “E se lo metto via e poi non riesco più a trovarlo?” “E se lo butto e un giorno mi serve davvero?”
– incapacità di utilizzare mobili, ambienti, o anche intere abitazioni, a causa degli oggetti accumulati
– trascuratezza nella cura della casa

Sui media: forse perché da radici in fondo banali porta a conseguenze terribili (i fratelli Collyer non sono gli unici a essere rimasti vittime di questo disturbo; si sono registrati casi numerosi, ad esempio, di disposofobi morti nell’incendio del proprio appartamento perché i vigili del fuoco non sono riusciti a farsi largo), la disposofobia suscita una strana attrazione, quasi morbosa, e negli USA se ne parla spesso sui mezzi di comunicazione. Il che probabilmente è anche un bene…

– l’animal hoarding è l’argomento di una serie di documentari trasmessi su Discovery Channel, Confessions: Animal Hoarding;
– la disposofobia in generale è salita agli onori della cronaca grazie a due reality show: Hoarders e Hoarding: Buried Alive, in cui un team di psicologici e operatori professionali, raccogliendo le segnalazioni di parenti o amici di un hoarder, interviene “sul posto”;
– il New York Times ha dedicato un articolo, intitolato “Documenting Accumulation and Its Discontents”, al lavoro della fotografa Corinne May Botz, che per mesi è entrata nelle case degli hoarder e ne ha documentato lo stato;
– per tornare in terra italica, un articolo de Il Postdel maggio 2010, del quale sono molto interessanti (e forse anche po’ inquietanti) i commenti…
– l’hoarding è stato anche al centro di una puntata di CSI: House of Hoarders (11×5, trasmessa negli USA in ottobre)
– e per finire su una nota un po’ più leggera 🙂 If I Were a Hoarder: “A compendium of all the intriguing detritus, all the irresistible bargains and all the wondrous objects that might clutter my studio today if I were a hoarder”.

Volendo estremizzare, viene da chiedersi: siamo tutti un po’ hoarder? Non sono le stesse domande e gli stessi istinti (e se poi mi serve?) che ci impediscono di liberarci del superfluo? È solo una questione di avere degli armadi abbastanza grandi dove nascondere il risultato del nostro accumulare? E viceversa: liberarci degli oggetti e smettere di accumularli può contribuire davvero al nostro benessere e renderci a tutti gli effetti più felici?

minimo è anche su Facebook e su Twitter

10 thoughts on “Hoarder: morire di accumulo

  1. accidenti, sì, siamo tutti un po’ hoarder. per dimostrare, per non pensare, per una ingannevole idea di calore intorno. quanto mi piace questo post, lo linko su fb

    1. “per dimostrare, per non pensare, per una ingannevole idea di calore intorno” – Hai detto bene. È proprio vero (terribilmente vero).

    1. Il che mi ricorda che ho clamorosamente dimenticato di citare una puntata di CSI della stagione 11 che parla proprio di questo!

  2. …o avere solai spaziosi nei quali accumular la roba.
    Quando abbiamo svuotato quelli della nonna c’era di tutto!!!!!! Ivi compresi abiti stravecchi, stampe ormai muffite (che peccato, magari a venderle qualcosa ci si ricavava) e financo quattro materassi! Che falò, ragazzi! Che ho tenuto? La scrivania del bisnonno, una serie di una decina di Corrieri della Sera della Prima guerra Mondiale. Ma solo perché il marito è appassionato di storia 😛 (Mia sorella invece una gonna di pizzo, unico capo d’abbigliamento non muffito, per fortuna. D’estate va daddio).
    Come? Che c’è ora nel solaio? Niente, è diventato parte di un appartamento 😛

    1. Non voglio nemmeno immaginare quanta roba ci sia negli armadi e nella soffitta di mia nonna. E spero di doverlo scoprire il più tardi possibile!

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