15 agosto 2010 – Di quel che succede quando si dà fiducia a Trenitalia

Dopo aver trascorso la giornata di sabato (14) girellando pigramente nei dintorni dell’appartamento, per poi rientrare a casa anche complice il tempo non proprio eccezionale (ci siamo pure presi un acquazzone fuori programma), e dopo una cena in compagnia, la mattina del 15 ci svegliamo con calma, facciamo le pulizie e i bagagli, e partiamo alla volta di Termini. Siamo in anticipo siderale come al solito, ma il deposito bagagli costa 4 euro A COLLO per 8 ore, e noi abbiamo tre colli (trolley + 2 borse portaMac) e nemmeno 2 ore di attesa; quindi, facciamo metaforicamente il gesto dell’ombrello allo sportello (e la rima), andiamo a mangiare qualcosa da W.O.K., e poi a farci un giro in quella interessante libreria che abbiamo occhieggiato all’ingresso della stazione. Ne usciamo, ovviamente, con il sacchettino di acquisti di ordinanza.
Il treno è già sul binario, quindi possiamo salire e accomodarci. Ovviamente, NON ai posti che Trenitalia ci ha assegnato in tutta la sua saggezza perché, come all’andata, sono quelli più sfigati della carrozza. Fortunatamente, come all’andata, il treno è mezzo vuoto, e il capotreno (di una gentilezza squisita, peraltro), controlla sul suo palmare e ci conferma che i posti che abbiamo okkupato resteranno vuoti fino a Genova. Sarebbe anche disposto a cambiarci la prenotazione al volo, ma la connessione al server non funziona… vabbè. Tutto procede liscio, a parte la fame divorante, che calmiamo con un pacchetto di Tuc (sì, come all’andata: no vagone ristorante e carrellino triste che fa un passaggio appena partiti e poi scompare fino a dopo Pisa). Fino a Chiavari. Dove ci fermiamo anche se in teoria non dovremmo. Il capotreno ci annuncia che il treno effettuerà una fermata imprevista a causa di “problemi tecnici”, prima di durata non specificata, poi di dieci minuti, poi il treno riparte lemme lemme. Ma intanto abbiamo accumulato 15 minuti di ritardo che, all’arrivo a Genova, saranno diventati quasi 40; e lo stesso vale, ovviamente, un po’ per tutti i treni che viaggiano su quella linea, e quindi praticamente per tutti i treni che transitano per la Liguria. Scendiamo bofonchiando dal nostro Eurostar e non sappiamo bene cosa fare: se aspettare il treno che ci porterebbe a Valenza, che in origine avrebbe dovuto arrivare dopo un’ora, ma che a questo punto sarà sicuramente in ritardo, oppure prendere il primo per Alessandria, da dove in qualche modo a casa possiamo arrivare. Decidiamo per la seconda opzione e riusciamo a salire al volo su un regionale: treno fetido, che compie la stragrande maggioranza del suo percorso in galleria. A parte il senso di claustrofobia, questo ci impedisce di controllare tramite app di che treno si tratti, quanto ritardo abbia e quindi quale sarà il nostro destino quando arriveremo ad Alessandria… Ciliegina sulla torta, il capotreno che passa a controllare i biglietti, poco prima dell’arrivo ad AL, ci fa presente che “questo sarebbe un treno a prenotazione, se scendete ad Alessandria va bene ma altrimenti devo farmi pagare”. Gli spieghiamo che arriviamo da Roma con un notevole ritardo, siamo saliti al volo sul primo treno che andava verso casa e non abbiamo verificato (ma dentro di me mi sto domandando “Un *regionale* con prenotazione? Maddeche?”). Lui ci conferma che va bene così e se ne va.
Scesi ad Alessandria, non sappiamo bene come regolarci. Il treno che avremmo dovuto prendere a Genova secondo il piano originale è già annunciato con 10′ di ritardo, e perdipiù sta scoppiando un temporale. Mentre siamo nel sottopassaggio e ci guardiamo un po’ straniti, sento per caso all’altoparlante che dal binario 8 sta partendo (in ritardo) un treno che ferma a Valenza! Corricorricorri, sto per varcare le porte del vagone e commetto l’errore fatale. Quello di chiedere conferma al gruppetto di Trenitalioti che lì staziona, con la camicina azzurra e l’espressione burocratica d’ordinanza. Errore fatale perché il capetto del gruppo, con in mano una cartellina e una penna (probabilmente stanno confrontando i ritardi dei rispettivi treni, così, per vedere chi ha fatto record quel giorno. Probabilmente, dato che è Ferragosto, fan punti doppi. Vedetelo come una specie di Fantacalcio dei capotreni), mi apostrofa così, con il tono di uno al quale il tuo cane abbia fatto pipì sulla porta di casa: “Ah no, questo treno è a prenotazione obbligatoria!”
[Per chi fosse comprensibilmente poco addentro alla geografia di questa zona del Piemonte, dirò che il tragitto AL-Valenza cuba circa 10 km, in treno probabilmente meno, dura 10′ scarsi e costa normalmente, credo, forse un euro e mezzo. Tragitto per il quale noi, ovviamente, abbiamo il biglietto, acquistato in anticipo e regolarmente obliterato… ma SENZA prenotazione – nda] Sono stanca, sono stufa, voglio andare a casa e perciò cerco di trattenermi “Abbia pazienza, arriviamo da Roma con un Eurostar che ha fatto 40 minuti di ritardo, siamo saltati sul primo treno per Alessandria…” “Ah no, le regole valgono per tutti”

Marco, che da pendolare con Trenitalia ha (giustamente) il dente avvelenato per impostazione predefinita, a quel punto osserva, con il tono che potete immaginare, che le regole valgono solo per i passeggeri. Per quanto riguarda i vostri ritardi, invece? “Eh ha ragione”. Marco aggiunge, rivolto a me, di lasciar perdere e che aspetteremo il prossimo. Ma io, che i miei giorni da pendolare li ho lasciati alle spalle tempo fa, non posso credere che questo tizio sia così idiota. “Va bene, mi faccia pagare la prenotazione” “Ah se vuole pagare, sono otto euro”. Otto euro. Per dieci minuti di viaggio. Per un treno regionale (di nuovo, ma da quando i regionali sono a prenotazione obbligatoria? Ma che razza di senso ha?). Probabilmente questo tizio non crede che scenderemo a Valenza, pensa che vogliamo fare i furbetti (sì, lo confesso, ho da stamattina un insano desiderio di andare a Biella senza pagare la prenotazione! Sì, sì, sono colpevole!). Trovo difficile crederlo, e comunque ho i biglietti con me a confermare quello che dico. Probabilmente, se mantenessi la calma di fronte a tanta palese mancanza di senno e di buon senso, riuscirei a salire sul treno. Peccato che a quel punto non ci veda più e gli rovesci addosso una tale tempesta di insulti che lui, e tutti i suoi allegri compari, restano lì a guardarmi ammutoliti e con tanto d’occhi. “Siete un’azienda di buffoni, dovreste vergognarvi, dovreste sparire dalla faccia delle Terra!” A sensazione, mi è sembrato che il resto della combriccola condividesse i miei sentimenti, ma la sostanza non cambia. Ritorniamo nel sottopassaggio, sempre inveendo (!), sul binario dove dovrebbe arrivare il nostro treno ce n’è un altro aperto, triste e apparentemente abbandonato, la stazione è deserta, le biglietterie sprangate, così come (ovviamente!) l’ufficio di assistenza alla clientela di questa azienda di incapaci. E si è messo a piovere a catinelle.
Morale della favola: abbiamo preso un taxi, che senza altri indugi e per una somma accettabile ci ha portato direttamente sotto casa. Il capotreno probabilmente ha avuto un infarto secco appena messo piede sul predellino – se sono andate a segno anche solo un quarto delle mie maledizioni. Non abbiamo diritto ad alcun rimborso per il ritardo dell’Eurostar perché, di recente, la soglia è stata portata a un’ora. Il twitter delle Ferrovie dello Stato, orgogliosamente pubblicizzato sul sito ufficiale, è in realtà una finta clamorosa, con zero utenti seguiti e un (1) tweet di prova che risale a maggio scorso. In compenso, è attivo quello delle Frecce. Questa è l’Italia, signori. In carrozza!

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