13 agosto 2010 – Il MAXXI: meglio il contenitore o il contenuto?

[3v] Mi piace l’arte, in genere. Non sono un “esperto” d’arte, ma un semplice fruitore. Mi piace leggere, ascoltare musica, andare al cinema e visitare esposizioni. Mi piace l’arte che ti lascia il segno, in positivo o in negativo. Non mi importa necessariamente cosa “l’autore vuole dire”, mi interessa soprattutto quello che io sento quando mi trovo ad avere a che fare con l’opera. E, ahimé, di opere che mi abbiano lasciato il segno, durante la visita al MAXXI di questa mattina, ce ne sono state ben poche: non più di cinque, una delle quali (di Cattelan, figuriamoci, lo sapevo io che non poteva che essere sua quell’idea) nella zona ad accesso libero.
[Elle] Personalmente non sono affatto un’estimatrice dell’arte moderna o contemporanea, quindi posso solo stare zitta o al massimo osservare che l’edificio mi è sembrato bellissimo, alcune opere di De Dominicis (e in particolare la Calamita Cosmica) e “Ninna nanna” di Cattelan mi hanno molto colpito, ma la permanente non proprio. A parte il museo, comunque, punti guadagnati dal vituperato sistema romano di mezzi pubblici di superficie, che pare funzionare benissimo, almeno per quello che abbiamo potuto sperimentare noi; da un certo punto di vista, anche meglio della metro (a Termini sono in corso pesanti lavori che rendono un vero incubo il passaggio da una linea all’altra) , ma sono certa che a incidere sia anche il traffico agostano molto ridotto. Non male anche, per numero e immediatezza, le biglietterie automatiche, tutte funzionanti (!) sia all’interno delle stazioni che in corrispondenza di una serie di fermate in superficie.
Dopo il museo sono stravolta (strano eh?), rientriamo a casa e il 3v ha la buona idea di andare da Franchi a recuperare qualcosa da mangiare: due OTTIMI supplì, prosciuttino di Norcia e merluzzo fritto (per Marco ovviamente), un caffè e siamo a posto. Si è fatto tardi, però, e alle 19 abbiamo appuntamento per un aperitivo; quindi ce la prendiamo comoda e facciamo (altri) due (quattro/sei/ottomila) passi verso il Pantheon, ottimo esempio di edificio romano salvatosi in corner grazie alla riconversione in luogo di culto cattolico… Il prezzo da pagare è stato più alto di quel che si potrebbe pensare (marmi, bronzi, capitelli, tutto scippato a maggior gloria di papi vari), per non parlare dell’ironia di un edificio che i Romani avevano pensato come simbolo della tolleranza e dell’integrazione (anche se basate su motivi opportunistici), che viene trasformato in luogo di culto di una delle religioni meno tolleranti dell’universo… ma tant’è. Entri, guardi in alto, intorno e in basso, e un po’ quasi vorresti che anche il Colosseo e tutti i Fori fossero in qualche modo stati convertiti in chiese, per avere l’occasione di vederli intatti e in tutto il loro splendore…
Tornati a casa, appuntamento con Adele per un aperitivo (grazie ancora per aver attraversato Roma! È sempre bello conoscere una collega) e poi visita al Passetto di Borgo, che viene aperto al pubblico (credo) solo nel mese di agosto. Esperienza notevole, consigliata soprattutto la sera; da tenere presente che il biglietto è apparentemente acquistabile solo associato alla visita di Castel Sant’Angelo (terrazzo con vista spettacolare, piccolo museo a mio parere decisamente dimenticabile, bagnetto del papa che… be’, è un bagno… affrescato, ma pur sempre un bagno), quindi per la visita è bene allocare almeno un’oretta e mezza. Ma, come dicevo, la vista dall’alto del Passetto, che è percorribile fino oltre la metà della sua lunghezza, è davvero memorabile.
A fine visita decidiamo per un-gelato-e-poi-nanna, ma una volta incamminati in direzione casa optiamo per saltare il gelato e passare direttamente al secondo obiettivo: la stanchezza ha vinto anche stavolta (o stravolta?).

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