11 agosto 2010 – Cammina cammina

Stiamo snobbando i mezzi. Le prime (e le ultime) parole sono sempre “ma sì, dai, ci incamminiamo, poi vediamo”. Il “vediamo” vorrebbe sottintendere che, arrivati al 15° km, magari potremmo valutare di prendere la metropolitana. Ma finisce sempre che non vediamo, insomma, e cammina cammina arriviamo dove vogliamo arrivare, e poi torniamo a casa. Sarà che per un bel po’ di mesi io non ho camminato proprio, e sotto sotto temevo anche un po’ di non camminare più; oppure che mi piace guardarmi intorno, negozi, vetrine, scritte sui muri, e in metropolitana non c’è niente da vedere. Morale, oggi abbiamo fatto più di 10 km.
Comuque: confermato che con il biglietto cumulativo effettivamente si salta la fila al Colosseo, fila che oggi era ciclopica mentre noi siamo entrati immediatamente. Io l’avevo già visitato in gita scolastica ma non ricordavo assolutamente nulla, ed è stato bello e interessante (ri)vederlo con un po’ più di cognizione di causa. Da intero, e da pieno, doveva veramente essere uno spettacolo impressionante: un incredibile strumento di consenso, come faceva notare anche una (ottima) guida turistica la cui spiegazione abbiamo origliato per un po’. Ieri erano i giochi e i gladiatori, oggi ci sono la TV e il calcio. Semper panem et circenses… il problema è che stiamo finendo il pane. Vabbè. Vale anche la pena di dire che, prima di arrivare al Colosseo questa mattina, siamo passati a rendere dovuto omaggio in Via Caetani; e sulla targa a commemorazione di Aldo Moro la formula è piuttosto, come dire… aperta a interpretazione: “Il suo sacrificio freddamente voluto con sovrumana ferocia da chi tentava inutilmente di impedire l’attuazione di un programma coraggioso e lungimirante…”. Mah. Forse sono domande troppo grandi e troppo fredde per il caldo di agosto.
Terminata la visita al Colosseo, ci dirigiamo verso il Ghetto dove pranziamo al Kosher Bistrot. Ottimo il servizio, prezzi decenti e mi riferiscono che i falafel fossero notevoli  Attraversiamo il Tevere, dovuto omaggio all’Osteria della Sora Lella, ed eccoci dalla sora Mirella per una grattachecca DA FAVOLA, che con il caldo davvero torrido ha parecchio aiutato a rimetterci in sesto, e poi via verso Trastevere, a dire il vero piuttosto deserta. Tutta ‘sta movida di cui si favoleggia io non l’ho vista, ma probabilmente ora e giorni erano quelli sbagliati. Ma insomma, diretti verso casa (a piedi, sempre perché “vediamo”, e “ma è vicino, sono solo 3 km, dai”), sbuchiamo in una viuzza e io intravedo una scritta in un forno “Pane cotto a legna”. “Ma se prendessimo il pane per stasera?”. Dopo aver annusato l’aria, la risposta è decisamente positiva. Dopo essere entrati, ci rendiamo conto che abbiamo avuto un’ispirazione non buona, ma ottima: senza saperlo, siamo capiti in uno dei migliori forni di Roma. E l’intrattenimento, a opera del fornaio, era incluso…
[3v] Nel forno, oltre a noi, ci sono un’altra coppia seduta su uno sgabello che consumava qualcosa e un ragazzo molto giovane e parecchio effeminato che attende di essere servito. Il fornaio (alto, muscoloso, abbronzato, grembiulone bianco e impossibilmente, indubbiamente, romano dalla punta dei capelli fino alle dita dei piedi e delle mani immense che si ritrova) lo saluta lasciando chiaramente intendere di conoscerlo, e lui inizia a ordinare: “mi dai un pezzo di questa focaccia, quella pizza… no, non un pezzo, proprio tutta… quell’altra là con le olive… quella lì…” e continua per un po’ su questo andazzo, con il fornaio che ride ed esce con un “ma ‘ndo la metterai tutta ‘sta robba che me ordini tutti i ggiorni?”.
Lui sorride, abbozza, e continua a ordinare. Si fanno osservazioni sul fatto che “è giovane, deve crescere”. Ci chiedono secondo noi quanti anni ha. Laura azzarda un “14?” Lui sorride, ringrazia: ne ha BEN 19, ma è contento perché gliene ha dati meno (al “grazie” compiaciuto ci rendiamo conto che non è effeminato; è proprio inconfutabilmente gay). Si piglia un altro pezzo di qualcosa dall’aspetto oscenamente appetitoso e con vocina impostata fa presente che “non è tutto per meee”. Alla fine esce dal forno.
Laura ride. Ma di gusto, eh.
Il fornaio, ridendo pure lui, osserva: “che cce voi fa’, è innamorato…”
Laura: “ah, ma allora la pizza era per la sua ragazza?”
Il fornaio la guarda, mi guarda, e… “ma da ‘ndo viene?”
Io non so più cosa dire… Me ne esco con un “Ma no, è innamorato di lui…”
Di nuovo il fornaio: “ao’, guarda che c’è un ufficio qua ddietro che te danno er 104… So’ 600 euro ar mese per portattela in giro…”
E da qui, tutta in discesa… “È uno, come se disce, moderno… Ce stanno anche da voi, no? No, perché io so’ uno come se disce, all’antica: me piacciono ‘e donne… lui una volta m’ha pure detto se uscivamo insieme, me fa ‘annamo al Gay Village’, gli ho risposto ‘te porto a Tor[nonmiricordoquale], che cce stanno l’omini veri”
Sì, lo so, letta così probabilmente non fa ridere. Probabilmente sembra anche offensiva (ma non lo era per niente, rideva anche il ragazzino). Sul momento, comunque, avevamo letteralmente le lacrime agli occhi.
Siamo usciti col fornaio che si raccomandava: “staje vicino, nun la lascià sola che nun se sa mai!”

minimo è anche su Facebook e su Twitter

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

CommentLuv badge