Bruxelles – 8/22 agosto 2009

Quando ci si è presentata l’occasione di restare tre settimane a Bruxelles, sotto forma di homesitting/catsitting, l’abbiamo presa al volo. Non abbiamo mai incrociato i padroni di casa, ma ci siamo scritti una serie di e-mail e abbiamo trovato ad aspettarci una bottiglia di vino, una quantità di materiale informativo sulla città e i dintorni, due gatte e un appartamento che non esito a definire stupendo (decisamente il nostro genere). Abbiamo avuto la possibilità di girare la città in lungo e in largo, di visitare una serie di posti nei dintorni, di vedere la Grand’Place a qualsiasi ora del giorno e della notte, e anche di partecipare a una cena quadrilingue che personalmente mi rimarrà nel cuore per molto, molto tempo.

Cos’altro dire? Ancora una volta, l’esperienza è stata fantastica.
Ecco cosa scrivevo nel nostro quadernino di appunti di viaggio, il giorno dopo il nostro arrivo:
“Ok, gente, potrei anche abituarmici. Potrei anche abituarmici perché, quando siamo finalmente arrivati a destinazione carichi di bagagli, abbiamo incrociato nell’androne la classica portinaia che sa tutto di tutti (“dove andate? secondo o terzo?” “secondo, dal signor X” “ma è in ferie con la bambina…”), e tlunk-tlunk-tlunk abbiamo infilato la chiave nella toppa e siamo entrati in casa.

Sala da pranzo piena di libri, tantissima luce, legno, poltrone pellose e ultracomode, cucina spaziosa e luminosa, gatti anzi gatte (una, Alexandra, al momento sta facendo la pasta addosso al 3v lasciandogli cicatrici indelebili), bagno degno di questo nome, balcone fiorito, letto comodo e bottiglia di vino sul tavolo ad aspettarci. Volendo, ho perfino un ufficio tutto per me. Siamo a uno sputo dalla Grand’ Place, dal parcheggio dove abbiamo lasciato la macchina, dalla metro, dal supermercato, fondamentalmente da qualunque cosa. E una volta chiuse le finestre, di notte, c’è un gran silenzio, malgrado qui sotto e tutto intorno sia pieno di locali e ristoranti. Insomma, una pacchia, sembra esserci andata di gran lusso (anche) questa volta. E Bruxelles è sempre Bruxelles: praline, birra buonissima, nelle sue varie declinazioni, in vendita al supermercato a prezzi ridicoli, la Grand’ Place, il Brussel’s Corner, le fontane di cioccolato nelle vetrine e borse bellissime fatte a mano per la regina (e poche altre fortunate…). E molto altro ancora, naturalmente.

Vista la durata della permanenza, abbiamo dovuto alternare “turismo” e lavoro. Non è stato facile, anzi, si è rivelato abbastanza stancante, ma tant’è: anche da questo punto di vista avere una casa a disposizione, anziché una stanza d’albergo, ha fatto la differenza. Comunque, tra una traduzione e l’altra abbiamo girato la città in lungo e in largo, nel nostro solito modo di turisti atipici che privilegiano l’andare a zonzo e a piedi; abbiamo visitato Tervuren, Anversa, il museo della Gueuze (dove ho fatto pure da interprete), di Magritte, des Beaux Arts e del Fumetto, e anche cenato “a casa” con due amici che sono passati da queste parti durante un giro in moto per l’Europa. Tutto questo senza vedere mai nemmeno una goccia di pioggia.

Più di tutto, abbiamo davvero vissuto e goduto la città, di giorno e di sera.

Nel frattempo, a casa nostra approdava, con la figlia maggiore, Suzanne, la nostra padrona di casa di De Panne. E ci approdava, anche se noi saremmo venuti a saperlo solo dopo 10 giorni e per caso, malgrado si trovasse in una situazione non proprio piacevole; perché si era impegnata a venire da noi, non solo per farsi una vacanza, ma anche per dare un’occhiata a Gilles e Maya ed evitare che restassero da soli per tre intere settimane. Quando sono venuta a sapere come stavano le cose, mi sono quasi commossa al pensiero di questa donna deliziosa che, da sola, si è fatta 1000 km in macchina quando, al suo posto, io probabilmente mi sarei chiusa in casa a piangere per settimane…

Al nostro ritorno, comunque, abbiamo trovato ad aspettarci 1 KG (dicesi UN CHILOGRAMMO) di praline Nehaus: come mi aveva scritto in una mail “Guarda nel frigorifero: mi sembra di ricordare che a qualcuno piacesse il cioccolato…”

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